Iosif Vissarionovic Dzugasvili [detto Stalin] e Lavrentij Pavlovic Berija ... - clicca per ingrandire
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Resti della ferrovia su cui passarono i convogli della deportazione dalle regioni del Volga - clicca per ingrandire
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Bambini Tedeschi uccisi dalla denutrizione e dagli stenti della deportazione - clicca per ingrandire
Il lavoro nei gulag siberiani dell'«ideale umanitario» - clicca per ingrandire
Scene della deportazione - clicca per ingrandire
Deportazione e carestia - clicca per ingrandire
Ipocrisia criminale comunista: emissione filatelica "in memoria" delle vittime del genocidio, quasi si trattasse di cause naturali - clicca per ingrandire
Deportazione e carestia - clicca per ingrandire
Lavoro nei gulag siberiani dell'«ideale umanitario» - clicca per ingrandire
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Il monastero ortodosso di Solovki, nel Mar Bianco, trasformato per l'occasione in un campo di concentramento - clicca per ingrandire
Deportazione al lager di Solovki - clicca per ingrandire
Lavoro nell'impresa omicida del Canale del Mar Bianco - clicca per ingrandire
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Peter Felten, «German from Russia Pioneer Familiy», statua collocata a Lincoln [Nebraska - USA]
 
 L'altra faccia della vittoria: lo sterminio dei Tedeschi del Volga
Brani tratti da AA.VV., Il Libro Nero del comunismo, Milano 1998, pp. 202ss.
 
 

Jacobus VREL, Scena di strada con sei figure [dettaglio], 1650s

 

Antefatti e fasi di una deportazione "politicamente corretta"

... Un segreto particolarmente ben custodito ha rappresentato a lungo uno dei molti «spazi bianchi» della storia sovietica: il fatto che durante la «Grande guerra patriottica» [ovverosia la fase di partecipazione dell'URSS alla Seconda Guerra Mondiale; ndr] popoli interi siano stati deportati, in quanto la collettività alla quale appartenevano era sospettata di «atti di diversione, spionaggio, e collaborazionismo» a favore degli occupanti nazisti. (...) Il primo gruppo etnico a subire la deportazione collettiva fu quello tedesco, poche settimane dopo l'invasione dell'URSS ad opera della Germania nazista. Secondo il censimento del 1939, in URSS vivevano 1 milione 427.000 Tedeschi, discendenti per la maggior parte dai coloni chiamati a popolare gli immensi territori disabitati della Russia meridionale da Caterina II, originaria dell'Assia. Nel 1924 il governo sovietico aveva creato una Repubblica autonoma dei Tedeschi del Volga, tuttavia questo gruppo etnico, composto da circa 370.000 persone, rappresentava soltanto un quarto della popolazione di origine tedsesca, ripartita fra la Russia (nelle province di Satatov, Stalingrado, Voronez, Mosca, Leningrado, ecc.), l'Ukraina (390.000 persone), il Caucaso settentrionale (nelle province di Krasnodar, Ordzonikidze, Stavropol'), e presente perfino in Crimea o in Georgia. Il 28 agosto 1941 il Presidium del Soviet supremo approvò un decreto in base al quale tutta la popolazione tedesca della Repubblica autonoma del Volga, delle province di Saratov e di Stalingrado doveva essere deportata in Kazakistan e in Siberia. Secondo il testo del decreto, si trattava di una misura preventiva ispirata da motivi umanitari!
Mentre l'Armata rossa arretrava su tutti i fronti e le perdite quotidiane di combattenti, uccisi o fatti prigionieri, si contavano a decine di migliaia, per attuare la deportazione di questi gruppi Berija distaccò circa 14.000 uomini delle truppe dell'NKVD, assegnando il comando al vicecommissario del popolo per gli Affari interni, il generale Ivan Serov, che si era già distinto nella «ripulitura» dei Paesi Baltici. Considerando le circostanze e la disfatta senza precedenti dell'Armata rossa, le operazioni furono sbrigate con risolutezza. Fra il 3 e il 20 settembre 1941 furono deportati 446.480 Tedeschi, suddivisi in 230 convogli di 50 vagoni in media: circa 2.000 persone per convoglio! Spostandosi ad una velocità media di pochi chilometri orari, i convogli impiegavano fra le quattro e le otto settimane per arrivare a destinazione nelle province di Omsk e Novosibirsk, in quella di Barnaul, nella Siberia meridionale e nel territorio di Krasnojarsk, in Siberia orientale. Come era già accaduto nelle precedenti deportazioni dei popoli baltici, secondo le direttive ufficiali gli «sfollati» avevano avuto «un preciso lasso di tempo [sic] per prendere con sé provviste e vettovaglie sufficienti a un periodo di almeno un mese»!
Mentre si svolgeva l'«operazione principale» della deportazione, si succedevano le «operazioni secondarie» della stessa natura, determinate dalle contingenti necessità militari. Già il 29 agosto 1941 Molotov, Malenkov e Zdanov proposero a Stalin di «ripulire» la provincia e la città di Leningrado da 96.000 individui di origine tedesca e finlandese. Il 30 agosto le truppe tedesche giunsero alla Neva ed interruppero le comunicazioni ferroviarie tra Leningrado ed il resto del paese. Di giorno in giorno si faceva sempre più concreta la minaccia di un assedio alla città, senza che le autorità competenti avessero provveduto a predisporre l'evacuazione della popolazione civile di Leningrado, né ad assicurare le riserve alimentari necessarie. Nondimeno, quello stesso 30 agosto Berija firmò una circolare che ordinava la deportazione di 132.000 persone della provincia leningradese, 96.000 in treno e 36.000 per via fluviale. L'NKVD fece in tempo ad arrestare e deportare "soltanto" 11.000 cittadini sovietici di nazionalità tedesca. Nelle settimane seguenti, analoghe operazioni si svolsero nelle province di Mosca (9.640 Tedeschi deportati il 15 settembre), Tula (2.700 il 21 settembre), Gor'kij (3.162 il 14 settembre), Rostov (38.288 fra il 10 e il 20 settembre), Zaporoz'e (31.320 dal 25 settembre al 10 ottobre), Krasnodar (38.136 alla data del 15 settembre), Ordzonikidze (77.570 al 20 settembre). Durante il mese di ottobre del 1941 la deportazione colpì ancora oltre 10.000 Tedeschi residenti in Georgia, Armenia, Azerbaigian, nel Caucaso settentrionale ed in Crimea. Da una valutazione in cifre dell'evacuazione dei Tedeschi risulta che alla data del 25 dicembre 1941 erano state deportate 894.600 persone, perlopiù nel Kazakistan e in Siberia; se si tiene conto dei Tedeschi deportati nel 1942, il totale arriva a 1.209.430 unità, frutto di meno di un anno di operazioni, dall'agosto del 1941 al giugno del 1942. Ricordiamo che, secondo il censimento del 1939, la popolazione tedesca dell'URSS era costituita da 1.427.000 persone.
Fu quindi deportato oltre l'82% dei Tedeschi sparsi sul territorio sovietico, nello stesso momento in cui la situazione catastrofica del paese, sull'orlo dell'annientamento, avrebbe richiesto che i contingenti militari e di polizia concentrassero tutti gli sforzi nella lotta armata contro il nemico, anziché essere impegnati nella deportazione di centinaia di migliaia di innocenti cittadini sovietici. In realtà la percentuale di cittadini sovietici di origine tedesca colpiti dal provvedimento era ancora più alta, se si tiene conto delle decine di migliaia di soldati ed ufficiali di origine tedesca espulsi dai ranghi dell'Armata rossa e trasferiti nei battaglioni di disciplina dell'«Armata del lavoro», operante a Vorkuta, Kotlass, Kemerovo, Celjabimsk. In quest'ultima città, oltre 25.000 Tedeschi lavoravano per costruire un complesso industriale metallurgico. Occorre precisare che nei battaglioni di disciplina le condizioni di vita e di lavoro erano del tutto analoghe a quelle del gulag. Quanti deportati scomparvero durante il viaggio di trasferimento? Oggi non abbiamo ancora a disposizione la cifra complessiva, mentre la guerra e le violenze di quel periodo apocalittico impediscono di aggregare i dati sparsi relativi all'uno o all'altro convoglio. Ma nel caos dell'autunno del 1941, quanti dovettero essere i convogli che non giunsero mai a destinazione? Secondo il «piano», 29.600 deportati tedeschi sarebbero dovuti giungere nella provincia di Karaganda verso la fine di novembre, ma nel conteggio stilato al 1° gennaio 1942 si calcolano soltanto 8.304 arrivi. Per la provincia di Novosibirsk il «piano» prevedeva 130.998 individui, ma ne furono censiti soltanto 116.612. Dov'erano finiti gli altri? Erano morti durante il viaggio? Erano stati mandati altrove? Nella regione dell'Altaj, in cui era stato «pianificato» di "accogliere" 11.000 deportati, ne arrivarono 94.799! I rapporti dell'NKVD sull'insediamento dei deportati sono assai più eloquenti di questa sinistra aritmetica: sottolineano infatti all'unanimità quanto fossero «impreparate queste regioni ad accoglierli».
Per obbligo di segretezza l'arrivo imminente di decine di migliaia di deportati fu annunciato alle autorità locali soltanto all'ultimo momento. Poiché non si erano potuti allestire alloggi, nonostante l'inverno incipiente i deportati furono acquartierati dove capitava: in baracche, nelle stalle o all'aria aperta. Tuttavia, dal momento che la mobilitazione aveva mandato al fronte gran parte della manodopera di sesso maschile, e che le autorità, in dieci anni, avevano avuto modo di farsi una certa esperienza in materia, l'«assegnazione economica» dei nuovi arrivati fu attuata in tempi più rapidi rispetto a quanto era avvenuto con i kulak deportati nel 1930 e abbandonati in mezzo alla taiga. Nel giro di pochi mesi la maggior parte dei deportati fu sistemata come gli altri "coloni speciali" (il gulag; ndr), ossia in situazioni abitative, di lavoro e di approvvigionamento caratterizzate da particolare precarietà e durezza, e di solito alle dipendenze di un comando dell'NKVD, di un kolhoz, di un sovhoz o di un complesso industriale ...


* Per accedere al più completo archivio web sul genocidio dei Tedeschi del Volga e sulle loro radici storiche, cliccare qui
 

 
 
Approfondimenti ...

Famine on the Volga (Carestia nel Volga)
by Arthur Ransome - Reporter for The Guardian newspaper in London
Tuesday October 11, 1921


We went down to the shore of the Volga, down a rough broken street, past booths where you could buy white bread, and, not a hundred yards away, found an old woman cooking horsedung in a broken saucepan. Within sight of the market was a mass of refugees, men, women, and children, with such belongings as they had retained in their flight from starvation, still starving, listlessly waiting for the waggons to move them away to more fortunate districts. Some of them are sheltered from the rain that is coming now, too late, by the roofs of open-sided sheds. Others are sitting hopelessly in the open, not attempting to move, not even begging. I shall never forget the wizened dead face, pale green of a silently weeping little girl, whose feet were simply bones over which was stretched dry skin that looked like blue-black leather. And she was one of hundreds. A fortnight ago there were twenty thousand waiting beside the quays of Samara. Every day about 1,400 are taken off in waggons. There are, of course, no latrines. The beach was black with excreta until, as an eye-witness (not a Communist) told me, the local Communists arranged a 'Saturdaying' which deserves a place in history, and themselves removed that disgusting ordure, and, for a day or two, lessened the appalling stench that is beginning once more to rise from the beach.

In the morning of the second day we called at one of the sixty "children's houses" in Samara, so that Ercole could photograph the famine orphans, the children purposely abandoned in the streets, in the state in which they were received. The garden, a plain courtyard with a few trees, was full of children lying in the sun under the wall, staring in silent unchildlike groups, ragged, half-naked, some with nothing whatever but a shirt. All were scratching themselves. Among these children, a man and a woman were walking about, talking quietly to them, and carrying sick children into the house, bringing others out. Ercole had hardly begun to turn the handles of his machine before some of the children saw us, and, some with fright, some with interest, all scrambled to their feet, although many of them fell again, and, too weak to get up, stayed sitting on the ground where they fell. Ercole photographed them as they were. Then he picked four little boys and photographed these alone. Wishing to reward them, he gave them some chocolate before the woman looking after them had time to stop him. "You must not do it," she said; "they are too hungry." But it was already too late. All of them who had strength to move were on top of each other, fighting for the scraps of chocolate like little animals, with small, weak, animal cries.

That is only one of dozens of such scenes that we witnessed during those two days in Samara. Samara is one place of hundreds. Everywhere people are trying to save the children. Nowhere have they the means that we in other countries have to give what they should be given. And, to the shame of humanity, there are some in Western Europe who have urged that help should not be given. Outside the goods station is a huge camp of white tents, a military camp of the Red Army, handed over bodily by the army authorities for the use of the refugees. The refugees have over-flowed from the tents and built more tents, and wigwams for themselves out of anything that came handy - rags, branches of trees, pieces of old iron from the railway sidings. Everywhere on the open ground outside the cemetery, whither every day fresh bodies are carried ('Thirty-five this morning,' a man told us, whose little hut commanded the entrance to the cemetery), and along the railway line for half a mile or so, were little camp fires, and people cooking scraps of pumpkin rind, scraps of horse-dung, here and there scraps of bread and bits of cabbage. In all that vast crowd there was not one who did not look actually hungry, and for many mere hunger would be a relief. Among them from tent to tent walked an unshaven young man with a white forage cap, now nearly black, a blue shirt and breeches, and no coat. A mechanic who was carrying the camera tripod for us told me who he was. He was a German, one-time prisoner of war, now a Communist, and 'for all that,' as my man put it, 'a man of God. He has stayed since the beginning. He never leaves them. I don't believe he ever sleeps. Whatever can be got for them he gets it. He has taken and lived through all their diseases. It is owing to that one man that there is such order in this place instead of pandemonium. Thousands owe their very lives to him. If only there were a few more like that.'

I wished to speak to that young German, but, just as I was making my way to him through the crowd, a little skeleton of a boy pulled at his sleeve and pointed to a tent behind him. The young man turned aside and disappeared into the tent. As I walked by the tents, even without going into them, the smell of dysentery and sickness turned my stomach like an emetic.

A little crowd was gathered beside a couple of wooden huts in the middle of the camp. I went up there and found that it was a medical station where a couple of doctors and two heroic women lived in the camp itself fighting cholera and typhus. The crowd I had noticed were waiting their turns for vaccination. At first the people had been afraid of it, but already there was no sort of difficulty in persuading them to take at least this precaution, though seemingly nothing will ever teach them to keep clean. The two women brought out a little table covered with a cloth and the usual instruments, and the crowd already forming into a line pressed forward. I called to Ercole and he set up his camera. One of the sisters called out 'Lucky ones to-day; vaccination and having your pictures taken at the same time,' and while the camera worked, those behind urged those in front to be quick in taking their rags off, and to get on so that they too would be in time to come into the picture.

There were old men and women, girls and little ragged children. Shirt after shirt came off, showing ghastly bags of bones, spotted all over with bites and the loathsome scars of disease. And, dreadful as their condition was, almost all showed an interest in the camera, while I could not help reflecting that before the pictures are produced some at least of them will have left the camp and made their last journey into the cemetery over the way, the earth of which, as far as you could see, was raw with new-made graves.

In the siding beyond the camp was a refugee train, a sort of rolling village, inhabited by people who were for the most part in slightly better condition than the peasants flying at random from the famine. These were part of the returning wave of that flood of miserable folk who fled eastwards before the retreating army in 1915 and 1916, and are now uprooted again and flying westwards again with the whip of hunger behind them. To understand the full difficulty of Samara's problem it is necessary to remember the existence of these people who are now being sent back to the districts or the new States to which they belong. They have prior right to transport, and, in the present condition of Russian transport, the steady shifting of these people westwards still further lessens the means available for moving the immediate victims of the drought. I walked from one end of the train to the other. It was made up of cattle trucks, but these trucks were almost like huts on wheels, for in each one was a definite group of refugees and a sort of family life. These folks had with them their belongings, beds, bedding, chests of drawers, rusty sewing machines, rag dolls. I mention just a few of the things I happened to see. In more than one of the waggons I found three or four generations of a single family - an old man and his still more ancient mother struggling back to the village which they had last seen in flames as it was set on fire by the retreating army, anxious simply, as they said, 'to die at home,' and with them a grandson, with his wife (married here) and their children. Families that had lost all else retained their samovar, the central symbol of the home, the hearth of these nomads; and I saw people lying on the platform with samovars boiling away beside them that must have come from West of Warsaw and travelled to Siberia and back.

In the doorway of one truck I found a little boy, thinner than any child in England shall ever be, I hope, and in his hand was a wooden cage, and in the cage a white mouse, fat, sleek, contented, better off than any other living thing in all that train. There were a man and his wife on the platform outside. I asked them where they were going. 'To Minsk,' said the man, 'those of us who live; the children are dying every day.' I looked back at the little boy, warming his mouse in the sun. The mouse, at least, would be alive at the journey's end.


* Si veda anche: J. Otto POHL, The Deportation and Destruction of the German Minority in the USSR - .pdf format file

 
 
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