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Rivoluzione mondiale, guerra civile e terrore
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Quello ungherese è il
primo caso in cui i bolscevichi riuscirono ad esportare la loro rivoluzione. Fin
dall'inizio del 1918 il partito bolscevico aveva raggruppato al proprio interno
tutti i simpatizzanti non russi in una Federazione dei gruppi comunisti
stranieri. Esisteva, quindi, a Mosca un gruppo ungherese, formato
prevalentemente da ex prigionieri di guerra, che a partire dall'ottobre 1918
inviò una ventina di suoi rappresentanti in Ungheria. Il 4 novembre a Budapest
fu fondato il Partito comunista ungherese, alla cui testa ben presto si mise
Béla Kun. Fatto prigioniero durante la guerra, Kun aveva aderito
entusiasticamente alla Rivoluzione bolscevica, tanto da diventare presidente
della Federazione dei gruppi stranieri nell'aprile 1918. Giunto in Ungheria in
novembre insieme a 80 militanti, fu eletto alla guida del Partito. Si calcola
che tra la fine del 1918 e l'inizio del 1919 siano arrivati in Ungheria da 250 a
300 "agitatori" ed emissari. Grazie all'appoggio finanziario dei bolscevichi, i
comunisti ungheresi furono in grado di fare propaganda e acquistare maggiore
influenza. Il 18 febbraio 1919 la sede del giornale ufficiale dei
socialdemocratici, la "Nepszava" (la Voce del Popolo), decisamente ostile ai
bolscevichi, fu presa d'assalto da una folla di disoccupati e soldati mobilitati
dai comunisti intenzionati a impadronirsene o a distruggere la tipografia.
Intervenne la polizia e ci furono otto morti ed un centinaio di feriti. Quella
notte Béla Kun e il suo establishment furono arrestati. Al carcere centrale i
prigionieri furono picchiati dagli agenti di polizia che volevano vendicare i
colleghi uccisi durante l'assalto alla "Nepszava". Il presidente ungherese, Mihály
Károlyi, mandò il suo segretario a informarsi sulle condizioni di salute del
leader comunista il quale, da quel momento in poi, beneficiò di un regime assai
liberale che gli permise di continuare la propria attività, e ben presto di
capovolgere la situazione. Il 21 marzo, mentre era ancora in prigione, egli
conseguì un'importante vittoria: la fusione del Partito comunista ungherese con
il Partito socialdemocratico. Contemporaneamente le dimissioni del presidente
Károlyi aprirono la strada alla proclamazione di una Repubblica dei Consigli,
alla scarcerazione dei comunisti detenuti e all'organizzazione, sull'esempio
bolscevico, di un Consiglio di Stato rivoluzionario composto da commissari del
popolo. La repubblica durò 133 giorni, dal 21 marzo al 1° agosto 1919.
Fin dalla prima riunione i commissari decisero di istituire dei
tribunali rivoluzionari con giudici scelti tra il popolo. In collegamento
telegrafico regolare con Budapest dal 22 marzo (per un totale di 218 messaggi
scambiati), Lenin, che Béla Kun aveva salutato come capo del proletariato
mondiale, consigliò di fucilare alcuni socialdemocratici e piccolo borghesi. Nel
messaggio di saluto agli operai ungheresi del 27 maggio 1919 giustificava così
il ricorso al terrore: "Questa dittatura [del proletariato] presuppone
l'uso implacabilmente duro, rapido e deciso della violenza per schiacciare la
resistenza degli sfruttatori, dei capitalisti, dei grandi proprietari fondiari e
dei loro tirapiedi. Chi non l'ha capito non è un rivoluzionario". Il commissario
per il Commercio, Mátyás Rákosy, quello per gli Affari
economici, Evgenij Varga, e i responsabili dei tribunali popolari si alienarono
ben presto le simpatie di commercianti, impiegati ed avvocati. Un proclama
affisso sui muri riassumeva lo stato d'animo del momento: "Nello Stato dei
proletari solo chi lavora ha diritto di vivere!". Il lavoro divenne obbligatorio
e furono espropriate prima le imprese con più di 20 operai e poi quelle con 10 o
meno. L'Esercito e la Polizia furono sciolti e fu istituito un nuovo
Esercito di volontari di provata fede rivoluzionaria. Ben presto fu organizzata
una truppa del terrore del Consiglio rivoluzionario del governo, nota anche con
il nome di "Ragazzi di Lenin". Costoro uccisero una decina di persone, fra cui
un giovane ufficiale di marina, Ladislas Dobsa, un ex primo sottosegretario di
Stato, il figlio di questi, dirigente delle ferrovie, e tre ufficiali di
gendarmeria. I "Ragazzi di Lenin" erano agli ordini di un ex marinaio, József
Czerny, che reclutava i suoi adepti tra i comunisti più radicali e soprattutto
tra gli ex prigionieri di guerra che avevano preso parte alla Rivoluzione russa.
Czerny si avvicinò a Szamuely, il leader comunista più radicale, in contrasto
con Béla Kun; quest'ultimo arrivò a proporre lo scioglimento dei "Ragazzi di
Lenin". Per tutta risposta Czerny chiamò a raccolta i suoi uomini e li fece
marciare sulla Casa dei soviet, dove Béla Kun ebbe l'appoggio del
socialdemocratico József Haubrich, commissario del
popolo per la Guerra. Alla fine fu intavolata una trattativa e gli uomini di
Czerny accettarono di entrare nel commissariato del popolo per gli Interni o di
arruolarsi nell'Esercito. La maggior parte di loro optò per questa seconda
soluzione. Alla testa di una ventina di "Ragazzi di Lenin", Tibor
Szamuely si recò a Szolnok, la prima città occupata dall'Armata rossa ungherese,
e fece giustiziare numerosi notabili accusati di collaborare con i romeni,
considerati nemici sia dal punto di vista nazionale (a causa della questione
della Transilvania), sia politico (in quanto il regime romeno osteggiava il
bolscevismo). Un liceale israelita presentatosi a chiedere la grazia per il
padre fu messo a morte per aver definito Szamuely una "bestia feroce". Il capo
dell'Armata rossa tentò invano di frenare l'entusiasmo terroristico di Szamuely
che, a bordo di un treno che aveva requisito, viaggiava per l'Ungheria facendo
impiccare i contadini recalcitranti di fronte alla collettivizzazione. Accusato
di 150 omicidi, il suo vice József Kerekes avrebbe poi
confessato di aver fucilato 5 persone e di averne impiccate con le proprie mani
altre 13. Il numero preciso delle esecuzioni non è mai stato accertato. Arthur
Koestler sostiene che furono meno di 500, ma osserva: "Non dubito minimamente
che anche il comunismo in Ungheria sarebbe ad un certo punto degenerato in uno
Stato totalitario di polizia, seguendo necessariamente l'esempio russo ... Ma
questa conoscenza a posteriori non toglie nulla alle grandi speranze dei primi
giorni di rivoluzione...". Gli storici attribuiscono ai "Ragazzi di Lenin" 80
delle 129 esecuzioni documentate, ma è probabile che il numero delle vittime
ammonti a varie centinaia. Con il crescere dell'opposizione ed il
deteriorarsi della situazione militare nei confronti delle truppe romene, il
governo rivoluzionario giunse persino a sfruttare l'antisemitismo. Fu affisso un
manifesto che denunciava gli ebrei perché si rifiutavano di partire per il
fronte: "Se non vogliono dare la vita per la santa causa della dittatura del
proletariato, sterminateli!". Béla Kun [lui stesso ebreo, che nel 1906 aveva mutato il
nome di Aaron Khon - Coen in Kun; ndr] fece arrestare 5.000 ebrei venuti dalla
Polonia in cerca di provviste: i loro beni furono confiscati, ed essi poi furono
espulsi dal paese. L'ala radicale del Partito comunista ungherese chiese che
Szamuely assumesse il controllo della situazione; invocava, inoltre, una notte
di San Bartolomeo rossa come se fosse l'unico mezzo per fermare il degrado della
situazione della Repubblica dei Consigli. Czerny tentò di riorganizzare i suoi
"Ragazzi di Lenin". A metà luglio sulla "Nepszava" comparve un appello:
Chiediamo agli ex membri della milizia terrorista ed a tutti coloro che
all'epoca del suo scioglimento sono stati smobilitati di presentarsi a József
Czerny per il rinnovo della ferma ...
Il giorno dopo fu pubblicata
una smentita ufficiale:
Si avverte la cittadinanza che non si può
prendere in alcuna considerazione un'eventuale ripresa dell'attività degli ex
Ragazzi di Lenin: si sono resi responsabili di azioni talmente lesive dell'onore
del proletariato che è escluso un loro nuovo arruolamento al servizio della
Repubblica dei Consigli.
Le ultime settimane della Comune di Budapest
furono caotiche. Béla Kun dovette far fronte ad un tentativo di golpe,
probabilmente ispirato da Szamuely. Il 1° agosto lasciò Budapest sotto la protezione della missione militare italiana;
nell'estate 1920 si rifugiò nell'URSS e, al suo arrivo, fu nominato commissario
politico dell'Armata rossa sul fronte meridionale, dove si mise in luce facendo
giustiziare gli ufficiali di Vrangel' che si erano arresi per aver salva la
vita. Szamuely tentò di fuggire in Austria, ma fu arrestato il 2 agosto e si
suicidò. La maggior parte dei 'Ragazzi di Lenin' fu poi giustiziata nei mesi
successivi al ripristino della legalità in Ungheria. |