Bela Kun, leader comunista all'epoca della Repubblica dei Consigli ungherese nel 1919
Repubblica dei Soviet
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Trotzkji e Bela Kun a Mosca - clicca per ingrandire ...
Joseph Pogany
 
 Ungheria 1919: i crimini della "Repubblica dei Consigli"
Brani tratti da AA.VV., Il Libro Nero del comunismo, Milano 1998, pp. 256ss.
 
 

Luis Eugenio MELÉNDEZ, Natura morta, 1770s

 

Rivoluzione mondiale, guerra civile e terrore

... Quello ungherese è il primo caso in cui i bolscevichi riuscirono ad esportare la loro rivoluzione. Fin dall'inizio del 1918 il partito bolscevico aveva raggruppato al proprio interno tutti i simpatizzanti non russi in una Federazione dei gruppi comunisti stranieri. Esisteva, quindi, a Mosca un gruppo ungherese, formato prevalentemente da ex prigionieri di guerra, che a partire dall'ottobre 1918 inviò una ventina di suoi rappresentanti in Ungheria. Il 4 novembre a Budapest fu fondato il Partito comunista ungherese, alla cui testa ben presto si mise Béla Kun. Fatto prigioniero durante la guerra, Kun aveva aderito entusiasticamente alla Rivoluzione bolscevica, tanto da diventare presidente della Federazione dei gruppi stranieri nell'aprile 1918. Giunto in Ungheria in novembre insieme a 80 militanti, fu eletto alla guida del Partito. Si calcola che tra la fine del 1918 e l'inizio del 1919 siano arrivati in Ungheria da 250 a 300 "agitatori" ed emissari. Grazie all'appoggio finanziario dei bolscevichi, i comunisti ungheresi furono in grado di fare propaganda e acquistare maggiore influenza.
Il 18 febbraio 1919 la sede del giornale ufficiale dei socialdemocratici, la "Nepszava" (la Voce del Popolo), decisamente ostile ai bolscevichi, fu presa d'assalto da una folla di disoccupati e soldati mobilitati dai comunisti intenzionati a impadronirsene o a distruggere la tipografia. Intervenne la polizia e ci furono otto morti ed un centinaio di feriti. Quella notte Béla Kun e il suo establishment furono arrestati. Al carcere centrale i prigionieri furono picchiati dagli agenti di polizia che volevano vendicare i colleghi uccisi durante l'assalto alla "Nepszava". Il presidente ungherese, Mihály Károlyi, mandò il suo segretario a informarsi sulle condizioni di salute del leader comunista il quale, da quel momento in poi, beneficiò di un regime assai liberale che gli permise di continuare la propria attività, e ben presto di capovolgere la situazione. Il 21 marzo, mentre era ancora in prigione, egli conseguì un'importante vittoria: la fusione del Partito comunista ungherese con il Partito socialdemocratico. Contemporaneamente le dimissioni del presidente Károlyi aprirono la strada alla proclamazione di una Repubblica dei Consigli, alla scarcerazione dei comunisti detenuti e all'organizzazione, sull'esempio bolscevico, di un Consiglio di Stato rivoluzionario composto da commissari del popolo. La repubblica durò 133 giorni, dal 21 marzo al 1° agosto 1919.
Fin dalla prima riunione i commissari decisero di istituire dei tribunali rivoluzionari con giudici scelti tra il popolo. In collegamento telegrafico regolare con Budapest dal 22 marzo (per un totale di 218 messaggi scambiati), Lenin, che Béla Kun aveva salutato come capo del proletariato mondiale, consigliò di fucilare alcuni socialdemocratici e piccolo borghesi. Nel messaggio di saluto agli operai ungheresi del 27 maggio 1919 giustificava così il ricorso al terrore: "Questa dittatura [del proletariato] presuppone l'uso implacabilmente duro, rapido e deciso della violenza per schiacciare la resistenza degli sfruttatori, dei capitalisti, dei grandi proprietari fondiari e dei loro tirapiedi. Chi non l'ha capito non è un rivoluzionario". Il commissario per il Commercio, Mátyás Rákosy, quello per gli Affari economici, Evgenij Varga, e i responsabili dei tribunali popolari si alienarono ben presto le simpatie di commercianti, impiegati ed avvocati. Un proclama affisso sui muri riassumeva lo stato d'animo del momento: "Nello Stato dei proletari solo chi lavora ha diritto di vivere!". Il lavoro divenne obbligatorio e furono espropriate prima le imprese con più di 20 operai e poi quelle con 10 o meno.
L'Esercito e la Polizia furono sciolti e fu istituito un nuovo Esercito di volontari di provata fede rivoluzionaria. Ben presto fu organizzata una truppa del terrore del Consiglio rivoluzionario del governo, nota anche con il nome di "Ragazzi di Lenin". Costoro uccisero una decina di persone, fra cui un giovane ufficiale di marina, Ladislas Dobsa, un ex primo sottosegretario di Stato, il figlio di questi, dirigente delle ferrovie, e tre ufficiali di gendarmeria.
I "Ragazzi di Lenin" erano agli ordini di un ex marinaio, József Czerny, che reclutava i suoi adepti tra i comunisti più radicali e soprattutto tra gli ex prigionieri di guerra che avevano preso parte alla Rivoluzione russa. Czerny si avvicinò a Szamuely, il leader comunista più radicale, in contrasto con Béla Kun; quest'ultimo arrivò a proporre lo scioglimento dei "Ragazzi di Lenin". Per tutta risposta Czerny chiamò a raccolta i suoi uomini e li fece marciare sulla Casa dei soviet, dove Béla Kun ebbe l'appoggio del socialdemocratico József Haubrich, commissario del popolo per la Guerra. Alla fine fu intavolata una trattativa e gli uomini di Czerny accettarono di entrare nel commissariato del popolo per gli Interni o di arruolarsi nell'Esercito. La maggior parte di loro optò per questa seconda soluzione.
Alla testa di una ventina di "Ragazzi di Lenin", Tibor Szamuely si recò a Szolnok, la prima città occupata dall'Armata rossa ungherese, e fece giustiziare numerosi notabili accusati di collaborare con i romeni, considerati nemici sia dal punto di vista nazionale (a causa della questione della Transilvania), sia politico (in quanto il regime romeno osteggiava il bolscevismo). Un liceale israelita presentatosi a chiedere la grazia per il padre fu messo a morte per aver definito Szamuely una "bestia feroce". Il capo dell'Armata rossa tentò invano di frenare l'entusiasmo terroristico di Szamuely che, a bordo di un treno che aveva requisito, viaggiava per l'Ungheria facendo impiccare i contadini recalcitranti di fronte alla collettivizzazione. Accusato di 150 omicidi, il suo vice József Kerekes avrebbe poi confessato di aver fucilato 5 persone e di averne impiccate con le proprie mani altre 13. Il numero preciso delle esecuzioni non è mai stato accertato. Arthur Koestler sostiene che furono meno di 500, ma osserva: "Non dubito minimamente che anche il comunismo in Ungheria sarebbe ad un certo punto degenerato in uno Stato totalitario di polizia, seguendo necessariamente l'esempio russo ... Ma questa conoscenza a posteriori non toglie nulla alle grandi speranze dei primi giorni di rivoluzione...". Gli storici attribuiscono ai "Ragazzi di Lenin" 80 delle 129 esecuzioni documentate, ma è probabile che il numero delle vittime ammonti a varie centinaia.
Con il crescere dell'opposizione ed il deteriorarsi della situazione militare nei confronti delle truppe romene, il governo rivoluzionario giunse persino a sfruttare l'antisemitismo. Fu affisso un manifesto che denunciava gli ebrei perché si rifiutavano di partire per il fronte: "Se non vogliono dare la vita per la santa causa della dittatura del proletariato, sterminateli!". Béla Kun [lui stesso ebreo, che nel 1906 aveva mutato il nome di Aaron Khon - Coen in Kun; ndr] fece arrestare 5.000 ebrei venuti dalla Polonia in cerca di provviste: i loro beni furono confiscati, ed essi poi furono espulsi dal paese. L'ala radicale del Partito comunista ungherese chiese che Szamuely assumesse il controllo della situazione; invocava, inoltre, una notte di San Bartolomeo rossa come se fosse l'unico mezzo per fermare il degrado della situazione della Repubblica dei Consigli. Czerny tentò di riorganizzare i suoi "Ragazzi di Lenin". A metà luglio sulla "Nepszava" comparve un appello:
Chiediamo agli ex membri della milizia terrorista ed a tutti coloro che all'epoca del suo scioglimento sono stati smobilitati di presentarsi a József Czerny per il rinnovo della ferma ...

Il giorno dopo fu pubblicata una smentita ufficiale:

Si avverte la cittadinanza che non si può prendere in alcuna considerazione un'eventuale ripresa dell'attività degli ex Ragazzi di Lenin: si sono resi responsabili di azioni talmente lesive dell'onore del proletariato che è escluso un loro nuovo arruolamento al servizio della Repubblica dei Consigli.

Le ultime settimane della Comune di Budapest furono caotiche. Béla Kun dovette far fronte ad un tentativo di golpe, probabilmente ispirato da Szamuely. Il 1° agosto lasciò Budapest sotto la protezione della missione militare italiana; nell'estate 1920 si rifugiò nell'URSS e, al suo arrivo, fu nominato commissario politico dell'Armata rossa sul fronte meridionale, dove si mise in luce facendo giustiziare gli ufficiali di Vrangel' che si erano arresi per aver salva la vita. Szamuely tentò di fuggire in Austria, ma fu arrestato il 2 agosto e si suicidò. La maggior parte dei 'Ragazzi di Lenin' fu poi giustiziata nei mesi successivi al ripristino della legalità in Ungheria.

 
 
Approfondimenti ...

Epilogo

Dopo il massacro degli ufficiali nazionalisti del generale Vrangler' in Crimea, che provocò perfino delle proteste in seno al Partito comunista russo per il fatto che dei russi erano pur sempre stati uccisi per ordine di un outsider straniero (tanto che Lenin fu costretto a censurarlo), Béla Kun continuò la sua ascesa in seno al Comintern grazie alla stretta alleanza con Grigory Zinoviev: in ragione di ciò si impegnò direttamente nel tentativo di una rivoluzione bolscevica in Germania, nel 1921.
Il 27 marzo fu presa la decisione di lanciare l'offensiva rivoluzionaria, usando come pretesto l'appoggio alle proteste dei minatori della Germania centrale: fu un completo disastro, dovuto anche alla preveggenza del leader socialdemocratico della Sassonia, Otto Horsing, che ordinò alla Polizia ed ai servizi segreti di occupare le miniere di rame e gli impianti chimici in prossimità di Halle per prevenire eventuali sabotaggi. Del pari fallì un tentativo di insurrezione armata sotto la guida del leader anarchico Max Hoelz, che non raccolse neppure le simpatie dei lavoratori (nella specie, quelli della Krupp di Amburgo). Il fallimento obbligò Lenin a sconfessare nuovamente Béla Kun in seno al comitato ristretto del Comintern, definendolo più volte un idiota.
Negli anni Venti fu ancora attivo in Austria e Germania, finché venne arrestato dalla polizia di Vienna nel 1928 perché munito di passaporto falso. Ritornato definitivamente a Mosca, passò gli ultimi anni della sua vita a comandare in modo dispotico i rifugiati ungheresi, molti dei quali vennero da lui denunciati alla polizia segreta, l'OGPU. Diventato uno stalinista fanatico dopo il cambio della guardia in URSS, fu però travolto dalla grande purga del 1937, arrestato e deportato nel Gulag.
È appurato che Béla Kun venne torturato dall'NKVD con l'accusa di trotzkismo, ma non è nota la data in cui venne giustiziato: secondo alcune fonti già nel 1937, per altri nel 1938 o 1939. Secondo l'edizione 2002 dell'Encyclopædia Britannica, l'esecuzione avvenne il 30 novembre 1939.
Finirono nel Gulag anche la vedova, la figlia ed il figliastro.

 
 
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