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Manifesto di propaganda tedesco in lingua ukraina - clicca per ingrandire

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Bando per l'arruolamento nella Waffen-SS Ukraina

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Poster di propaganda sull'eccidio sovietico di Vynnitsa - clicca per ingrandire

 
 Il nazionalismo ukraino tra il 1941 ed il 1944
Brani tratti da M. Gozzoli, Popoli al bivio, Milano 1989, pp. 105ss.
 
 

Ilja REPIN, La risposta dei Cosacchi Zaporozi d'Ukraina al sultano turco, 1878-91

 

L'invasione dell'Asse ed il Nuovo Ordine nelle terre dell'Est

... All'atto dell'invasione dell'URSS, i piani tedeschi prevede-vano un'avanzata fino alla linea Arcangelo-Astrakan, sulla quale le truppe dell'Asse si sarebbero poi attestate a difesa dei territori conquistati. I Paesi Baltici - Estonia, Lettonia, Lituania - insieme alla Bielorussia, avrebbero costituito il Reichskommissariat Ostland, l'Ucraina il Reichskommissariat Ukraine, le regioni del Caucaso - Armenia, Georgia, Azerbaigian, ecc. - il Reichskom-missariat Kaukasus, e la Grande Russia (o Russia propriamente detta) il Reichskommissariat Moskau. La Romania, inoltre, doveva annettersi il territorio ucraino ad ovest del Bug meridionale [la Transdnistria, oggi enclave russofona secessionista dalla Moldova; ndr] mentre Carelia e Penisola di Kola sarebbero entrate a far parte di una nuova "Grande Finlandia". Entro il dicembre 1941 le forze dell'Asse avevano liberato o conquistato Estonia, Lettonia, Lituania, Bielorussia, Bessarabia, la quasi totalità dell'Ucraina e Crimea, gran parte della Carelia e vaste regioni della Grande Russia fino alle porte di Mosca e Leningrado. Nell'inverno, una controffensiva sovietica riconquistò una piccola parte del terreno perduto, soprattutto nella Grande Russia centrale. Nel corso del 1942 le forze dell'Asse ripresero ad avanzare nel settore meridionale, occupando alcune regioni della Grande Russia meridionale, gran parte del Caucaso settentrionale e della Steppa dei Calmucchi; ma nell'inverno 1942-43, in seguito al disastro di Stalingrado e all'offensiva sovietica, dovettero arretrare su posizioni ricalzanti grosso modo quelle tenute l'anno precedente, e poterono ristabilizzare il fronte solo con una serie di vigorosi contrattacchi. Nel luglio 1943 la battaglia di Kursk segnò l'ultimo tentativo dell'Asse di riprendere l'iniziativa, e alla fine dell'estate 1944 l'Armata rossa aveva riconquistato quasi tutto il territorio perduto (oltre che vaste zone dell'Europa centro-orientale e dei Balcani) anche se, nel settore baltico, le forze dell'Asse riuscirono a resistere in Curlandia (Lettonia) fino al termine delle ostilità.
Al momento della massima espansione dell'Asse, i Paesi Baltici e la Bielorussia costituivano, come previsto, il Reichskom-missariat Ostland, mentre quello Ukraine era limitato all'Ucraina occidentale ed alla Crimea; i Finlandesi si erano annessi la parte di Finno-Carelia che avevano occupato ed i Romeni la Transdnistria; la regione ucraina della Galizia era entrata a far parte del Governatorato Generale di Cracovia, mentre l'Ucraina Orientale e gli altri territori erano amministrati dall'esercito. Nonostante che a tutte le comunità locali fosse stata concessa l'autoamministrazione, il grado effettivo di autonomia variava notevolmente a seconda del gruppo etnico di appartenenza. In generale Baltici, Tartari di Crimea, Caucasici e Cosacchi godevano di una posizione privilegiata rispetto alle popolazioni slave e, tra queste, gli Ucraini detenevano maggior potere effettivo che non i Bielorussi e i Russi. D'altra parte, le autorità militari tedesche si mostrarono, in genere, più tolleranti rispetto a quelle dell'amministrazione civile. Tra le alte sfere del Reich, inoltre, non mancavano i disaccordi sulla politica da seguire: Hitler vedeva l'espansione verso Est come un processo di colonizzazione germanica e di sottomissione degli slavi da parte dei germanici. Altri gerarchi - come i reggitori del Governatorato di Cracovia, Hans Frank, e del Reichskommissariat Ukraine, Erich Koch, sostenevano una linea ancora più dura e la necessità di mantenere gli slavi in uno stato di assoggettamento vero e proprio. Col passare del tempo, tuttavia, andò sempre più rafforzandosi la corrente opposta, che sosteneva la necessità di legare al Reich le popolazioni orientali concedendo loro ampia autonomia all'interno di una struttura politica di tipo sovranazionale. Tra gli esponenti di questa corrente figuravano il Ministro per i Territori Orientali, Alfred Rosenberg, il governatore della Bielorussia, Wilhelm Kube, e quello della Galizia ucraina, SS-Gruppenführer Wächter, numerosi alti dirigenti della Hitlerjugend, come G. Kaufmann, e delle Waffen-SS, npnché ufficiali dell'esercito come Helmuth von Pannwitz, capo e protettore dei Cosacchi. Quanto al Reichsführer delle SS, Himmler, che nel 1940-41 aveva parlato degli slavi come di esseri «subumani», nel 1943-44 si entusiasmava per i successi ottenuti dalle Waffen-SS russe ed era il principale protettore delle forze russe anticomuniste del generale Vlasov. Tutti questi fattori fecero sì che la politica tedesca all'Est restasse confusa, mutevole e contraddittoria; e mentre in alcune zone un atteggiamento intelligente e benevolo da parte degli occupanti spinse le popolazioni a collaborare, in altre la durezza dimostrata dalle autorità di occupazione favorì il crescere della Resistenza. (...)
Uno dei principali problemi dei partigiani era quello di affrontare il collaborazionismo, diffuso soprattutto tra le minoranze etniche. I Tedeschi ed i loro alleati, infatti, avevano abilmente sfruttato i sentimenti nazionalisti e genericamente anticomunisti delle popolazioni, nominando ovunque sindaci e «starosta» a capo dei villaggi e consentendo loro di costituire anche propri reparti di autodifesa. Per assicurarsi l'appoggio della popo-lazione i Tedeschi autorizzarono l'apertura di chiese e moschee e, spesso, anche la reintroduzione della piccola proprietà privata. Il bottino strappato ai partigiani, inoltre, veniva in gran parte distribuito agli abitanti dei villaggi favorevoli al "Nuovo Ordine". Questa politica riscosse notevoli successi, soprattutto tra le minoranze etniche e persino in zone di intensa attività partigiana, come in Bielorussia. (...) All'inizio del 1943, lo Stato Maggiore partigiano aveva deciso di sferrare una nuova offensiva dalle paludi del Pripet e dalle foreste di Brjansk in direzione delle pianure ucraine, ripetendo il tentativo già fallito negli anni precedenti di «incendiare» con la guerriglia tutta l'Ucraina. Gli ordini vennero diramati a fine maggio a sette brigate partigiane - tra cui quella di élite comandata da Saburov. Le infiltrazioni partigiane nell'Ucraina occidentale crearono seri problemi alle vie di rifornimento dell'Asse, ma non riuscirono a suscitare quella mobilitazione di massa che stava invece per essere realizzata in Bielorussia. (...) Le formazioni collaborazioniste rappresentarono un grosso ostacolo all'espan-sione del movimento partigiano: a livello locale esistevano reparti di autodifesa ai quali si aggiungevano una moltitudine di unità mobili di tutti i tipi ed una efficiente rete politica, ammi-nistrativa ed informativa. Gran parte delle energie partigiane venne così diretta contro i collaborazionisti, verso i quali i comunisti mostrarono una notevole ferocia. «Una delle cose che più ossessionava i partigiani - ha scritto Alexander Werth - era ben poco avvertita dall'esercito regolare; era la continua vigilanza dai traditori e il bisogno materiale e morale di ucciderli, e d'uccidere anche gli starosa, i borgomastri e i poliziotti nominati dai tedeschi». I partigiani presero naturalmente una serie di contromisure miranti ad incrinare l'apparato politico-militare creato dalle diverse forze collaborazioniste, consistenti in una combinazione di opera di convincimento e di intimidazione. Nelle zone da loro controllate, i partigiani istituivano forme di amministrazione comunista e diffondevano materiale propagandistico tra la popolazione. D'altra parte, «coloro che rifiutavano di unirsi ai distaccamenti partigiani, o che collaboravano con i Tedeschi, erano puniti con la morte e con la distruzione dei loro beni - e nelle loro memorie alcuni ex-comandanti partigiani non hanno fatto mistero di aver dedicato buona parte della loro attività a dar la caccia ai collaborazionisti». (...) In Ucraina i partigiani si scontrarono con un nazionalismo profondamente radicato e con un apparato collaborazionista efficiente e geograficamente ben ramificato. La minoranza polacca della Bielorussia e dell'Ucraina occi-dentale (o ciò che ne era rimasto in seguito alle deportazioni di massa ordinate da Stalin) era decisamente antitedesca ma altrettanto decisamente antisovietica, e preferiva dare il proprio appoggio alla resistenza polacca creando non pochi problemi ai partigiani sovietici. (...) L'appartenenza ad un gruppo etnico non era naturalmente l'unico fattore che determinasse la scelta a favore dei partigiani rossi oppure dei collaborazionisti: nelle file della Resistenza, accanto ai partigiani russi e bielorussi militavano numerosi Ucraini e appartenenti alle minoranze etniche non slave; viceversa, forti contingenti di Russi e Bielorussi si battevano a fianco delle formazioni collaborazioniste baltiche, ucraine, caucasiche, ecc. contro il regime bolscevico e le bande partigiane. Questo era in parte dovuto al fatto che il comunismo - destinato in teoria ad eliminare lo sfruttamento sociale ed economico - aveva in realtà creato nuove diseguaglianze e nuove forme di sfruttamento. Nel corso degli anni, il regime sovietico aveva trasformato lo Stato in una sorta di smisurata «società per azioni» di tipo capitalistico che sfruttava un immenso proletariato, costituito principalmente dalle masse contadine, per garantire il funzionamento delle fattorie collettive ed il reclutamento di manodopera a basso costo per l'industria dei grandi centri urbani. Al di sopra di questo proletariato si era andata sviluppando una nuova «borghesia» socialmente privile-giata con le sue differenziazioni interne, pressoché incondizio-natamente fedele al regime comunista: «Gli uomini di cui ci si poteva completamente fidare costituivano in effetti una minoranza. Nelle zone agricole tale minoranza era costituita da quei contadini il cui tenore di vita era migliorato con la collettivizzazione, da personale amministrativo e tecnico delle fattorie collettive, nonché dalla burocrazia rurale, il cui livello sociale e il cui benessere materiale erano stati in una certa misura, migliorati. Nelle città gli operai specializzati e i professionisti erano in massima parte fedeli al regime, dato che dai tedeschi non potevano aspettarsi altro che una perdita della posizione acquisita. Ma i lavoratori non qualificati, molti dei quali erano contadini che avevano dovuto spostarsi nelle città durante la rapida industrializzazione dei primi anni quinquennali, erano pagati male e sistemati in alloggi del tutto inadeguati. Il loro atteggiamento verso i tedeschi si sarebbe dimostrato neutrale o addirittura favorevole». Al vertice di tutto, al di sopra del proleta-riato urbano e rurale come della nuova borghesia tecnico-burocratica, stava l'autorità del partito: «I membri del partito comunista e della lega giovanile comunista identificavano i concetti di patriottismo e di madre patria con la disciplina di partito e la possibilità di godere di una posizione di privilegio nella società [...] Essi costituivano però soltanto un'esigua minoranza nella società sovietica» [J. J. BARITZ, in AA.VV., Storia della Seconda Guerra Mondiale (a cura di B. Liddell Hart e B. Pitt), Rizzoli-Purnell 1967, vpl. IV, p. 122] (...)
Il grosso dei collaborazionisti, per contro, proveniva fin dall'inizio dell'Operazione Barbarossa [
così era stata denominata l'invasione dell'Est da parte delle truppe dell'Asse; ndr], dal mondo contadino oltre che dalle stesse fila dell'Armata rossa. Il loro progressivo aumento numerico non mancò di allarmare i dirigenti sovietici (nell'estate 1942, a 142.000 partigiani si opponevano circa 500.000 collaborazionisti in armi) tanto che il 12 agosto essi decisero di concedere un'amnistia a tutti quei collaborazionisti che fossero passati immediatamente dalla parte della Resistenza. La mossa non ebbe tuttavia successo, ed entro l'inverno seguente gli effettivi militari collaborazionisti erano addirittura quasi raddoppiati. Ulteriori tentativi cominciarono a sortire qualche effetto solo dopo la sconfitta tedesca di Kursk - e anche allora in misura limitata. Il fatto era che i contadini desideravano essenzialmente due cose: la restituzione di terre e bestiame collettivizzati e la libertà di culto, aspirazioni del tutto incompatibili con l'ortodossia marxista-leninista. Dove infatti i Tedeschi si mostrarono maggiormente disposti a fare conces-sioni in questo senso, il numero dei collaborazionisti aumentava sensibilmente e la situazione dei partigiani si faceva più difficile. Nella provincia di Lokot (Russia) dove i Tedeschi avevano concesso un'ampia autonomia alla popolazione locale sotto la guida di esponenti fascisti russi, tutti i comunisti, ormai privi di appoggio popolare, vennero eliminati o costretti a fuggire, e la zona rimase per tutta la durata dell'occupazione un'area «off limits» per i partigiani. Per contro, dove i Tedeschi si abban-donavano a metodi coercitivi e brutali come le rappresaglie indiscriminate, l'appoggio attivo della popolazione locale andava più facilmente ai partigiani, insieme a rifornimenti di cibo e vestiario, adesione di nuove reclute, offerte di ospitalità e diffusa omertà. (...)
Negli Stati Baltici, in Bielorussia ed in Ucraina non tutti i nazionalisti - nonostante il loro anticomunismo viscerale - erano disposti ad allearsi coi Germanici, specie nei territori sottoposti ad amministrazione civile dove il regime imposto dai Tedeschi era più duro. Andarono così formandosi numerose bande armate di nazionalisti in lotta contemporaneamente contro Tedeschi Sovietici, e spesso anche fra di loro, in zone dove il confine tra una nazione e l'altra non era ben definito. (...)
All'inizio dell'Operazione Barbarossa, i Tedeschi avevano tro-vato un alleato nell'OUN - l'Organizzazione Ucraina Nazionalista - che aveva molti aspetti in comune con i movimenti fascisti dell'epoca. Nonostante tutto il loro anticomunismo ed anti-semitismo, molti nazionalisti ucraini rimasero però ben presto delusi dall'amministrazione civile tedesca e ritornarono nella clandestinità. Inizialmente la loro organizzazione si dedicò alla costituzione di cellule rivoluzionarie, alla raccolta di armi, alla propaganda ed alla resistenza civile mirante ad ostacolare lo sfruttamento economico dell'Ucraina da parte dei Tedeschi. Nonostante i numerosi arresti operati dalle autorità d'occupa-zione, l'organizzazione riuscì a mettere salde radici nell'Ucraina occidentale e a trasformarsi in un vero e proprio esercito partigiano denominato UPA (Ukrains'ka Povstans'ka Armiia - Esercito Insurrezionale Ucraino) strutturato su parecchi batta-glioni di fanteria, cavalleria ed artiglieria. È degno di nota che questi guerriglieri non combattevano contro la causa dell'Asse in sé, ma esclusivamente contro l'occupazione germanica - oltre che contro i partigiani rossi. I reparti dell'UPA infatti, se da una parte attaccavano truppe tedesche, dall'altra cooperavano strettamente con gli Ungheresi [
alleati dell'Asse; ndr], erano in contatto con le formazioni ucraine collaborazioniste e, a quanto pare, ricevettero rifornimenti di materiale bellico anche dagli italiani. Secondo alcune fonti, i guerriglieri nazionalisti ucraini sarebbero responsabili della morte di Viktor Lutze, comandante delle SA, nel maggio 1943. Allo stesso tempo, i nazionalisti dell'UPA davano la caccia alle bande dei «bolscevichi» effettuando talvolta operazioni in comune coi reparti collabora-zionisti. L'UPA si rafforzò notevolmente nel 1944, sotto la direzione militare di Taras Chuprynka, e si ritrovò ad affrontare l'Armata rossa che avanzava nell'Ucraina occidentale. In marzo, cecchini dell'UPA eliminarono il generale sovietico Vatutin, nella zona di Kiev, ed in luglio i partigiani nazionalisti salvarono dall'annientamento migliaia di Waffen-SS ucraine della Divisione «Galizien» ormai accerchiata dai sovietici a Brody, e ne reclutarono poi una parte. Nel corso dell'anno, l'Esercito Insurrezionale Ucraino accolse nelle proprie formazioni molti collaborazionisti ucraini (oltre che soldati tedeschi dispersi e collaborazionisti di altre nazionalità) giungendo a contare un totale di 80.000 membri, dei quali 20-30.000 guerriglieri attivi, concentrati principalmente nell'Ucraina nordoccidentale e in Galizia (comandi operativi «Nord» e «Ovest») e in minor misura nell'Ucraina sudoccidentale e centrale (comandi operativi «Sud» ed «Est»). In settembre-ottobre i Germanici liberarono Stepan Bandera e Melnik, capi carismatici del nazionalismo ucraino e dell'UPA, che veniva ora appoggiata e rifornita dagli stessi comandi Tedeschi. La lotta proseguì cruenta anche nel dopoguerra, ed i sovietici riuscirono ad aver ragione della guerriglia solo nel 1950, dopo essere stati costretti ad impiegare addirittura ventidue divisioni, tra Armata rossa e forze di sicurezza, costantemente appoggiate da carri armati ed aerei. Bandera, da parte sua, continuò a dirigere la Resistenza clandestina dall'esilio fino a che non venne assassinato da un agente sovietico a Monaco di Baviera, il 15 ottobre 1959. (...)
Il collaborazionismo militare ucraino era iniziato addirittura già prima dell'invasione, con la formazione di un «Reggimento Usignolo» (Nachtigall Regiment), reclutato tra i fuoriusciti nazionalisti, i cui elementi vennero impiegati come sabotatori e incursori nelle retrovie sovietiche. Successivamente, quando le forze dell'Asse avanzarono in territorio ucraino, i reclutamenti si fecero più massicci, in accordo ai sentimenti autonomisti della popolazione locale. La sicurezza interna del paese era affidata ai volontari dell'UNS (Forza Nazionale Ucraina d'Autodifesa) che arrivò ad inquadrare 180.000 volontari. Questi miliziani si occupavano essenzialmente della protezione dei villaggi e della lotta contro la Resistenza. Entro la fine del 1942, inoltre, si contavano 70.000 Schuma ucraini: di questi il 50% era inquadrato in 71 battaglioni, che comprendevano anche reparti di artiglieria e cavalleria. Altri volontari ucraini si arruolarono nelle Waffen-SS (25.000 circa) e nelle SS-Polizei. La regione ucraina della Galizia, già occupata dai Polacchi fino al 1939, faceva ora parte del Governatorato Generale di Cracovia: qui i collaborazionisti ucraini formarono una propria polizia, oltre a circa 11 battaglioni Schuma e 4 reggimenti di SS-Polizei, impiegati contro i partigiani sovietici come contro quelli polacchi. Esistevano inoltre diverse unità ucraine della Wehrmacht, tra cui una brigata anticarro e vari reggimenti e battaglioni di Ost-truppen. Infine, nell'ucraina orientale (governata direttamente dall'esercito tedesco) la Wehrmacht costituì delle unità volontarie di Hilfswachmannschaften (Guardie Ausiliarie). (...)
Le Waffen-SS costituivano le forze scelte del Terzo Reich, non solo dal punto di vista militare ma anche da quello ideologico e politico. Con l'inasprirsi della guerra e col costante deterio-ramento della situazione militare dell'Asse, le Waffen-SS moltiplicarono i propri reparti mentre andava affermandosi una concezione «europea» e sovranazionale del "Nuovo Ordine", che portò le SS ad accettare nei propri ranghi, in piena parità, volontari non solo baltici ma anche slavi. Questa svolta, divenuta ufficiale nel 1943, rappresentava una vittoria della corrente «europeista» del nazionalsocialismo su quella più limitatamente nazionalista e pangermanica. (...)
Nel 1943, il reclutamento per la formazione di una Divisione di Waffen-SS ucraine andò molto più in là delle aspettative degli stessi Tedeschi: in breve tempo circa 80.000 Ucraini si presentarono come volontari. Di questi, solo una parte venne accettata ed entrò a far parte delle SS; il resto fu inquadrato in numerosi reggimenti di SS-Polizei. I volontari selezionati vennero sottoposti ad un lungo periodo di addestramento e formarono la 14ª Divisione delle SS «galizische Nr. 1», che entrò in linea a Brody, in Ucraina Occidentale, nel luglio del 1944 tentando disperatamente di arrestare la travolgente avanzata dell'Armata rossa. I volontari ucraini opposero una strenua resistenza, sin a che i Sovietici non riuscirono ad accerchiarli. La 14ª Divisione SS, appoggiata dai partigiani nazionalisti ucraini dell'UPA, contrat-taccò riuscendo a rompere l'accerchiamento e a raggiungere le linee dell'Asse dopo aver subito pesanti perdite (7.000 morti, feriti e prigionieri, nonché migliaia di dispersi che si erano tuttavia per lo più messi in salvo aggregandosi alle unità guerrigliere dell'UPA e riguadagnando poi le linee tedesche). L'unità si ritirò poi in Slovacchia dove prese parte alla repressione dell'insurrezione partigiana scoppiata a fine agosto 1944. Successivamente, esa venne rinsanguata e nuovamente impiegata prima in Slovenia e poi al fronte fino a che, a fine aprile del 1945, i superstiti non vennero trasferiti all'Esercito Nazionale Ucraino. Volontari ucraini si arruolarono anche in altre divisioni SS. (...)
Le diverse formazioni [da ultimo] menzionate erano accomunate dal fatto di essere tutte, in un modo o nell'altro, integrate nelle Forze Armate del Reich. Ma altri volontari orientali costituirono reparti che invece di appartenere alle forze germaniche, ne erano semplici alleati - subordinati al Comando tedesco solo sul piano tattico. (...)
I nazionalisti ucraini filo-Asse, non disposti ad aderire all'iniziativa di Vlassov [
ex generale dell'Armata rossa che aveva creato la ROA - Esercito Russo di Liberazione, integrato nelle forze di occupazione; ndr] per non essere subordinati ai Russi, organizzarono un proprio esercito: l'UVV (Ukrainske Vyzvolne Viysko - Esercito Ucraino di Liberazione) che teori-camente comprendeva molti battaglioni e compagnie di Osttruppen ucraine. In realtà, l'UVV esisteva solo sulla carta, ed i reparti che ne facevano parte continuarono a dipendere dai Comandi tedeschi sotto tutti i punti di vista. Un vero esercito nazionale venne creato solo nel 1945 con la costituzione dell'UNA (Esercito Nazionale Ucraino) agli ordini di Pavlo Shandruk, nel quale confluirono i superstiti della 14ª Divisione delle SS, una brigata anticarro e altri tre reggimenti ucraini per un totale di 40.000 uomini i quali, inquadrati in due divisioni, operarono contro i Sovietici in Austria e Cecoslovacchia nelle ultime settimane di guerra. (...)
La collaborazione non militare all'Est si espresse in forme diverse. La prima e più immediata fu l'istituzione di un vasto apparato amministrativo e civile al servizio dell'Asse: «Fin dai primi giorni di occupazione - spiega lo storico Aleksandr Nekric - i tedeschi si diedero a costituire il proprio apparato di governo, composto, nelle città, dai borgomastri e dai loro vice, dai capi della polizia e dai poliziotti locali. §Nei villaggi venivano designati gli starosta». Un tale apparato, costituito dai sindaci di paesi e città e dalle giunte municipali, non serviva solo ad alleggerire i compiti dei Tedeschi nelle retrovie, ma anche ad appoggiare direttamente ed attivamente le forze dell'Asse. Se un buon numero di villaggi aderì alla Resistenza, infatti, molti altri si schierarono dalla parte opposta raccogliendo un gran numero di informazioni sul conto dei partigiani e trasformandosi in vere e proprie basi logistiche per le forze antiguerriglia. (...)
Fu così che da questa forma di collaborazione politico-civile si sviluppò buona parte di quella militare, a cominciare dalle diverse unità di autodifesa. Insieme a questo vasto e capillare apparato amministrativo ed informativo se ne sviluppò un altro più propriamente politico con funzioni propagandistiche e di inquadramento. (...)
Questa collaborazione si concretizzò in un'attiva opera di propaganda politica ed ideologica, nella creazione di giornali e riviste - nelle diverse lingue - favorevoli al "Nuovo Ordine", nella riapertura di parte delle scuole e dei teatri, ecc. Molte città vennero inondate dalla propaganda collaborazionista - manifesti, volantini, pubblicazioni ma anche conferenze, sfilate, trasmissioni radiofoniche, ecc. Non mancarono nemmeno le organizzazioni politiche e paramilitari giovanili modellate sull'esempio della Hitlerjugend, come l'«Organizzazione della Gioventù Lettone», l'«Organizzazione della Gioventù Bielo- russa» (SBM), la «Gioventù Estone» (EN) ed il movimento ucraino Yanuky.
La collaborazione da parte del clero, soprattutto ortodosso, fu altrettanto importante per determinare l'orientamento politico delle masse popolari. L'autorizzazione alla riapertura di chiese e moschee riscosse il favore di larghi strati della popolazione e di una parte consistente del clero. Gran parte della chiesa ortodossa aderì alla causa dell'Asse sotto la guida del Patriarca Serafino, che la rappresentava a Berlino, e divenne la vera spina dorsale del patriottismo russo anticomunista (e questo turbò a lungo i sonni di Stalin, dei dirigenti comunisti e persino delle locali autorità d'occupazione tedesche). Un ruolo simile a quello dei «pope» cristiano-ortodossi svolsero anche molti sacerdoti di altre confessioni - cattolici e uniati, musulmani, lamaisti, ecc. Tra i cattolici, in particolare, si notarono differenze notevoli tra il clero lituano, critico nei riguardi della politica tedesca, e quello dell'Ucraina Occidentale che sosteneva invece vigorosamente la battaglia delle Waffen-SS e la loro campagna di reclutamento. (...)
Alla ritirata delle forze dell'Asse sul fronte orientale seguirono terribili rappresaglie sovietiche contro i collaborazionisti locali. Molti di questi, tuttavia, preferirono ritirarsi insieme ai Tedeschi. Nel marzo 1943, ad esempio, 60.000 civili russi abbandonarono il saliente di Rscev (nella zona della sorgente del Dniepr) ritirandosi insieme ai Germanici. Le truppe cosacche della Wehrmacht si spinsero verso occidente portandosi dietro una gran massa di civili; le SS russe, molte altre unità di collaborazionisti e persino di Tedeschi nel 1943-44 si ritirarono seguite da interminabili colonne di civili in fuga. Nella seconda metà di settembre del 1943, il Gruppo Armate Sud evacuò le posizioni sulla riva orientale del Dniepr, in Ucraina: temendo che l'Armata rossa avrebbe mobilitato tutti gli uomini abili alle armi residenti in quell'area, il comando tedesco ordinò che 200.000 civili (in grado di combattere e lavorare o impiegati nelle industrie belliche e alimentari) si ritirassero verso ovest insieme alle truppe germaniche. L'ordine tuttavia si rivelò superfluo quando ben 600.000 Ucraini di tutte le età, uomini e donne, si riversarono ad ovest del grande fiume. Nel 1945, quasi un milione di civili russi ed ucraini aveva raggiunto l'Europa Centrale insieme alle truppe tedesche in ritirata. (...)

 
 
Approfondimenti ...

La vendetta di Stalin

La repressione messa in atto nell'URSS contro i collaborazionisti dopo la ritirata tedesca venne effettuata scientificamente e su larga scala, colpendo non solo i singoli individui, le famiglie, i centri abitati, ma interi popoli. All'avanzata dell'Armata rossa nel 1943-44 seguirono i massacri e le deportazioni. Dal Caucaso, dove l'adesione al "Nuovo Ordine" era stata particolarmente entusiastica, i Sovietici deportarono in Siberia o lungo le coste dell'Artico e del Pacifico quattro gruppi etnici al completo - Ceceni, Ingusci, Balcari e Karacai - per un totale di ben oltre mezzo milione di persone [sull'argomento, e per stime più precise, si veda quanto riportato in AA.VV., Il Libro Nero del comunismo, Mondadori 1998; ndr]. A queste seguirono le deportazioni di molti oppositori appartenenti ad altre minoranze, a cominciare dagli 80.000 musulmani georgiani trasferiti coattivamente in Asia Centrale. Uguale sorte toccò all'intero popolo calmucco - almeno 110.000 uomini, donne, vecchi e bambini - che fu deportato in Siberia alla fine del 1943, nonché alla nazione dei Tartari di Crimea - 500.000 persone - strappata alla sua terra e dispersa nell'immenso territorio asiatico. Secondo Khruscev [all'epoca dei fatti Segretario del Partito comunista ukraino, e poi Segretario Generale del PCUS, nonché autore della prima condanna ufficiale dei crimini staliniani; ndr] «Gli Ucraini evitarono quella sorte [la deportazione in Asia] unicamente perché erano troppi», altrimenti Stalin «avrebbe deportato anche quelli» [cfr. Alexander Werth, La Russia in guerra 1941-1945, Mondadori 1966, p. 570]. Circa mezzo milione tra Ucraini e Bielorussi presero comunque la via dell'oriente - e molti altri persero la vita - insieme a interi piccoli gruppi etnici minori, come i Greci del Mar Nero. (...)
Gli Anglo-americani non solo non si opposero a questi sradicamenti di popoli come alle stragi pianificate, ma si resero complici attivi di questi crimini orrendi. Nel 1945, infatti, i reparti di Osttruppen, che come gli altri combattenti dell'Asse, facevano tutto il possibile per sfuggire all'Armata rossa, al momento della resa preferirono cedere le armi proprio agli Anglo-americani, i quali però, dopo averli disarmati - e contrariamente ad ogni legge di guerra - li consegnarono ai Sovietici insieme a masse di civili che li avevano accompagnati nella ritirata verso Ovest. Centinaia e centinaia di migliaia di prigionieri di guerra e di civili delle diverse nazionalità finirono così nei «gulag» o davanti ai plotoni di esecuzione di Stalin, con il beneplacito e l'attivo concorso delle "democrazie" occidentali ...



[Sull'indipendentismo ukraino non è al momento reperibile alcuna monografia in italiano. Sulla questione a più ampio raggio del nazionalismo e del collaborazionismo panrusso e slavo, si può invece consultare
A. BOLZONI, I dannati di Vlassov, Mursia 1991.

 
 
Bibliografia ...
Fighting For Freedom. The Ukrainian Volunteer Division of the Waffen-SS

by Richard LANDWEHR
Bibliophile Legion Books, 1985
To Battle. The formation and history of the 14th Galician Waffen-SS Division

by Michael James MELNYK
Concordia Publishing House, 2002
Galicia Division: the Waffen-SS 14th Panzer Grenadier 1943 - 1945

by Michael LOGUSZ
Schiffer Publishing, 2000
Breaking the Chains: the 14th Waffen-SS Grenadier Division der SS and other Ukrainian Volunteer Units

by Carlos CABALLERO JURADO
Shelf Books, 1998
Ukraine during World War II: history and its aftermath

by Yury BOSHYK
Canadian Institute of Ukrainian Studies Press, 2000
The Grand Alliance and Ukrainian Refugees

by Marta DYCZOK
Pelgrave Macmillian, 2000
Ukraine: A History

by Orest SUBTELNY
University of Toronto, 2000
 
 
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