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L'invasione dell'Asse ed il Nuovo Ordine nelle terre dell'Est
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All'atto
dell'invasione dell'URSS, i piani tedeschi prevede-vano
un'avanzata fino alla linea Arcangelo-Astrakan, sulla quale le
truppe dell'Asse si sarebbero poi attestate a difesa dei
territori conquistati. I Paesi Baltici - Estonia, Lettonia, Lituania -
insieme alla Bielorussia, avrebbero costituito il
Reichskommissariat Ostland, l'Ucraina il
Reichskommissariat Ukraine, le regioni del Caucaso -
Armenia, Georgia, Azerbaigian, ecc. - il Reichskom-missariat
Kaukasus, e la Grande Russia (o Russia propriamente detta)
il Reichskommissariat Moskau. La Romania, inoltre,
doveva annettersi il territorio ucraino ad ovest del Bug
meridionale [la Transdnistria, oggi
enclave russofona secessionista dalla Moldova;
ndr] mentre Carelia e Penisola di Kola sarebbero
entrate a far parte di una nuova "Grande Finlandia". Entro il
dicembre 1941 le forze dell'Asse avevano liberato o
conquistato Estonia, Lettonia, Lituania, Bielorussia,
Bessarabia, la quasi totalità dell'Ucraina e Crimea, gran
parte della Carelia e vaste regioni della Grande Russia fino
alle porte di Mosca e Leningrado. Nell'inverno, una
controffensiva sovietica riconquistò una piccola parte del
terreno perduto, soprattutto nella Grande Russia centrale. Nel
corso del 1942 le forze dell'Asse ripresero ad avanzare nel
settore meridionale, occupando alcune regioni della Grande
Russia meridionale, gran parte del Caucaso settentrionale e
della Steppa dei Calmucchi; ma nell'inverno 1942-43, in
seguito al disastro di Stalingrado e all'offensiva sovietica,
dovettero arretrare su posizioni ricalzanti grosso modo quelle
tenute l'anno precedente, e poterono ristabilizzare il fronte
solo con una serie di vigorosi contrattacchi. Nel luglio 1943
la battaglia di Kursk segnò l'ultimo tentativo dell'Asse di
riprendere l'iniziativa, e alla fine dell'estate 1944 l'Armata
rossa aveva riconquistato quasi tutto il territorio perduto
(oltre che vaste zone dell'Europa centro-orientale e dei
Balcani) anche se, nel settore baltico, le forze dell'Asse
riuscirono a resistere in Curlandia (Lettonia) fino al termine
delle ostilità. Al momento della massima espansione
dell'Asse, i Paesi Baltici e la Bielorussia costituivano, come
previsto, il Reichskom-missariat Ostland, mentre quello
Ukraine era limitato all'Ucraina occidentale ed alla
Crimea; i Finlandesi si erano annessi la parte di
Finno-Carelia che avevano occupato ed i Romeni la
Transdnistria; la regione ucraina della Galizia era entrata a
far parte del Governatorato Generale di Cracovia, mentre
l'Ucraina Orientale e gli altri territori erano amministrati
dall'esercito. Nonostante che a tutte le comunità locali fosse
stata concessa l'autoamministrazione, il grado effettivo di
autonomia variava notevolmente a seconda del gruppo etnico di
appartenenza. In generale Baltici, Tartari di Crimea,
Caucasici e Cosacchi godevano di una posizione privilegiata
rispetto alle popolazioni slave e, tra queste, gli Ucraini
detenevano maggior potere effettivo che non i Bielorussi e i
Russi. D'altra parte, le autorità militari tedesche si
mostrarono, in genere, più tolleranti rispetto a quelle
dell'amministrazione civile. Tra le alte sfere del Reich,
inoltre, non mancavano i disaccordi sulla politica da seguire:
Hitler vedeva l'espansione verso Est come un processo di
colonizzazione germanica e di sottomissione degli slavi da
parte dei germanici. Altri gerarchi - come i reggitori del
Governatorato di Cracovia, Hans Frank, e del
Reichskommissariat Ukraine, Erich Koch, sostenevano una
linea ancora più dura e la necessità di mantenere gli slavi in
uno stato di assoggettamento vero e proprio. Col passare del
tempo, tuttavia, andò sempre più rafforzandosi la corrente
opposta, che sosteneva la necessità di legare al Reich le
popolazioni orientali concedendo loro ampia autonomia
all'interno di una struttura politica di tipo sovranazionale.
Tra gli esponenti di questa corrente figuravano il Ministro
per i Territori Orientali, Alfred Rosenberg, il governatore
della Bielorussia, Wilhelm Kube, e quello della Galizia
ucraina, SS-Gruppenführer Wächter, numerosi alti
dirigenti della Hitlerjugend, come G. Kaufmann, e delle
Waffen-SS, npnché ufficiali dell'esercito come Helmuth
von Pannwitz, capo e protettore dei Cosacchi. Quanto al
Reichsführer delle SS, Himmler, che nel 1940-41 aveva
parlato degli slavi come di esseri «subumani», nel 1943-44 si
entusiasmava per i successi ottenuti dalle Waffen-SS
russe ed era il principale protettore delle forze russe
anticomuniste del generale Vlasov. Tutti questi fattori fecero
sì che la politica tedesca all'Est restasse confusa, mutevole
e contraddittoria; e mentre in alcune zone un atteggiamento
intelligente e benevolo da parte degli occupanti spinse le
popolazioni a collaborare, in altre la durezza dimostrata
dalle autorità di occupazione favorì il crescere della
Resistenza. (...) Uno dei principali problemi dei
partigiani era quello di affrontare il collaborazionismo,
diffuso soprattutto tra le minoranze etniche. I Tedeschi ed i
loro alleati, infatti, avevano abilmente sfruttato i
sentimenti nazionalisti e genericamente anticomunisti delle
popolazioni, nominando ovunque sindaci e «starosta» a
capo dei villaggi e consentendo loro di costituire anche
propri reparti di autodifesa. Per assicurarsi l'appoggio della
popo-lazione i Tedeschi autorizzarono l'apertura di chiese e
moschee e, spesso, anche la reintroduzione della piccola
proprietà privata. Il bottino strappato ai partigiani,
inoltre, veniva in gran parte distribuito agli abitanti dei
villaggi favorevoli al "Nuovo Ordine". Questa politica
riscosse notevoli successi, soprattutto tra le minoranze
etniche e persino in zone di intensa attività partigiana, come
in Bielorussia. (...) All'inizio del 1943, lo Stato Maggiore
partigiano aveva deciso di sferrare una nuova offensiva dalle
paludi del Pripet e dalle foreste di Brjansk in direzione
delle pianure ucraine, ripetendo il tentativo già fallito
negli anni precedenti di «incendiare» con la guerriglia tutta
l'Ucraina. Gli ordini vennero diramati a fine maggio a sette
brigate partigiane - tra cui quella di élite comandata da
Saburov. Le infiltrazioni partigiane nell'Ucraina occidentale
crearono seri problemi alle vie di rifornimento dell'Asse, ma
non riuscirono a suscitare quella mobilitazione di massa che
stava invece per essere realizzata in Bielorussia. (...) Le
formazioni collaborazioniste rappresentarono un grosso
ostacolo all'espan-sione del movimento partigiano: a livello
locale esistevano reparti di autodifesa ai quali si
aggiungevano una moltitudine di unità mobili di tutti i tipi
ed una efficiente rete politica, ammi-nistrativa ed
informativa. Gran parte delle energie partigiane venne così
diretta contro i collaborazionisti, verso i quali i comunisti
mostrarono una notevole ferocia. «Una delle cose che più
ossessionava i partigiani - ha scritto Alexander Werth -
era ben poco avvertita dall'esercito regolare; era la
continua vigilanza dai traditori e il bisogno materiale e
morale di ucciderli, e d'uccidere anche gli starosa, i
borgomastri e i poliziotti nominati dai tedeschi». I
partigiani presero naturalmente una serie di contromisure
miranti ad incrinare l'apparato politico-militare creato dalle
diverse forze collaborazioniste, consistenti in una
combinazione di opera di convincimento e di intimidazione.
Nelle zone da loro controllate, i partigiani istituivano forme
di amministrazione comunista e diffondevano materiale
propagandistico tra la popolazione. D'altra parte, «coloro
che rifiutavano di unirsi ai distaccamenti partigiani, o che
collaboravano con i Tedeschi, erano puniti con la morte e con
la distruzione dei loro beni - e nelle loro memorie alcuni
ex-comandanti partigiani non hanno fatto mistero di aver
dedicato buona parte della loro attività a dar la caccia ai
collaborazionisti». (...) In Ucraina i partigiani si
scontrarono con un nazionalismo profondamente radicato e con
un apparato collaborazionista efficiente e geograficamente ben
ramificato. La minoranza polacca della Bielorussia e
dell'Ucraina occi-dentale (o ciò che ne era rimasto in seguito
alle deportazioni di massa ordinate da Stalin) era decisamente
antitedesca ma altrettanto decisamente antisovietica, e
preferiva dare il proprio appoggio alla resistenza polacca
creando non pochi problemi ai partigiani sovietici. (...)
L'appartenenza ad un gruppo etnico non era naturalmente
l'unico fattore che determinasse la scelta a favore dei
partigiani rossi oppure dei collaborazionisti: nelle file
della Resistenza, accanto ai partigiani russi e bielorussi
militavano numerosi Ucraini e appartenenti alle minoranze
etniche non slave; viceversa, forti contingenti di Russi e
Bielorussi si battevano a fianco delle formazioni
collaborazioniste baltiche, ucraine, caucasiche, ecc. contro
il regime bolscevico e le bande partigiane. Questo era in
parte dovuto al fatto che il comunismo - destinato in teoria
ad eliminare lo sfruttamento sociale ed economico - aveva in
realtà creato nuove diseguaglianze e nuove forme di
sfruttamento. Nel corso degli anni, il regime sovietico aveva
trasformato lo Stato in una sorta di smisurata «società per
azioni» di tipo capitalistico che sfruttava un immenso
proletariato, costituito principalmente dalle masse contadine,
per garantire il funzionamento delle fattorie collettive ed il
reclutamento di manodopera a basso costo per l'industria dei
grandi centri urbani. Al di sopra di questo proletariato si
era andata sviluppando una nuova «borghesia» socialmente
privile-giata con le sue differenziazioni interne, pressoché
incondizio-natamente fedele al regime comunista: «Gli uomini
di cui ci si poteva completamente fidare costituivano in
effetti una minoranza. Nelle zone agricole tale minoranza era
costituita da quei contadini il cui tenore di vita era
migliorato con la collettivizzazione, da personale
amministrativo e tecnico delle fattorie collettive, nonché
dalla burocrazia rurale, il cui livello sociale e il cui
benessere materiale erano stati in una certa misura,
migliorati. Nelle città gli operai specializzati e i
professionisti erano in massima parte fedeli al regime, dato
che dai tedeschi non potevano aspettarsi altro che una perdita
della posizione acquisita. Ma i lavoratori non qualificati,
molti dei quali erano contadini che avevano dovuto spostarsi
nelle città durante la rapida industrializzazione dei primi
anni quinquennali, erano pagati male e sistemati in alloggi
del tutto inadeguati. Il loro atteggiamento verso i tedeschi
si sarebbe dimostrato neutrale o addirittura favorevole».
Al vertice di tutto, al di sopra del proleta-riato urbano e
rurale come della nuova borghesia tecnico-burocratica, stava
l'autorità del partito: «I membri del partito comunista e
della lega giovanile comunista identificavano i concetti di
patriottismo e di madre patria con la disciplina di partito e
la possibilità di godere di una posizione di
privilegio nella società [...] Essi costituivano però
soltanto un'esigua minoranza nella società sovietica» [J.
J. BARITZ, in AA.VV., Storia della Seconda Guerra Mondiale (a
cura di B. Liddell Hart e B. Pitt), Rizzoli-Purnell 1967, vpl.
IV, p. 122] (...) Il grosso dei collaborazionisti, per
contro, proveniva fin dall'inizio dell'Operazione Barbarossa
[così era stata denominata l'invasione
dell'Est da parte delle truppe dell'Asse; ndr], dal
mondo contadino oltre che dalle stesse fila dell'Armata rossa.
Il loro progressivo aumento numerico non mancò di allarmare i
dirigenti sovietici (nell'estate 1942, a 142.000 partigiani si
opponevano circa 500.000 collaborazionisti in armi) tanto che
il 12 agosto essi decisero di concedere un'amnistia a tutti
quei collaborazionisti che fossero passati immediatamente
dalla parte della Resistenza. La mossa non ebbe tuttavia
successo, ed entro l'inverno seguente gli effettivi militari
collaborazionisti erano addirittura quasi raddoppiati.
Ulteriori tentativi cominciarono a sortire qualche effetto
solo dopo la sconfitta tedesca di Kursk - e anche allora in
misura limitata. Il fatto era che i contadini
desideravano essenzialmente due cose: la restituzione di terre
e bestiame collettivizzati e la libertà di culto, aspirazioni
del tutto incompatibili con l'ortodossia marxista-leninista.
Dove infatti i Tedeschi si mostrarono maggiormente disposti a
fare conces-sioni in questo senso, il numero dei
collaborazionisti aumentava sensibilmente e la situazione dei
partigiani si faceva più difficile. Nella provincia di Lokot
(Russia) dove i Tedeschi avevano concesso un'ampia autonomia
alla popolazione locale sotto la guida di esponenti fascisti
russi, tutti i comunisti, ormai privi di appoggio popolare,
vennero eliminati o costretti a fuggire, e la zona rimase per
tutta la durata dell'occupazione un'area «off limits»
per i partigiani. Per contro, dove i Tedeschi si abban-donavano
a metodi coercitivi e brutali come le rappresaglie
indiscriminate, l'appoggio attivo della popolazione locale
andava più facilmente ai partigiani, insieme a rifornimenti di
cibo e vestiario, adesione di nuove reclute, offerte di
ospitalità e diffusa omertà. (...) Negli Stati Baltici, in
Bielorussia ed in Ucraina non tutti i nazionalisti -
nonostante il loro anticomunismo viscerale - erano disposti ad
allearsi coi Germanici, specie nei territori sottoposti ad
amministrazione civile dove il regime imposto dai Tedeschi era
più duro. Andarono così formandosi numerose bande armate di
nazionalisti in lotta contemporaneamente contro Tedeschi
Sovietici, e spesso anche fra di loro, in zone dove il confine
tra una nazione e l'altra non era ben definito.
(...) All'inizio dell'Operazione Barbarossa, i Tedeschi
avevano tro-vato un alleato nell'OUN - l'Organizzazione Ucraina
Nazionalista - che aveva molti aspetti in comune con i
movimenti fascisti dell'epoca. Nonostante tutto il loro
anticomunismo ed anti-semitismo, molti nazionalisti ucraini
rimasero però ben presto delusi dall'amministrazione civile
tedesca e ritornarono nella clandestinità. Inizialmente la
loro organizzazione si dedicò alla costituzione di cellule
rivoluzionarie, alla raccolta di armi, alla propaganda ed alla
resistenza civile mirante ad ostacolare lo sfruttamento
economico dell'Ucraina da parte dei Tedeschi. Nonostante i
numerosi arresti operati dalle autorità d'occupa-zione,
l'organizzazione riuscì a mettere salde radici nell'Ucraina
occidentale e a trasformarsi in un vero e proprio esercito
partigiano denominato UPA (Ukrains'ka Povstans'ka
Armiia - Esercito Insurrezionale Ucraino) strutturato su
parecchi batta-glioni di fanteria, cavalleria ed artiglieria. È
degno di nota che questi guerriglieri non combattevano contro
la causa dell'Asse in sé, ma esclusivamente contro
l'occupazione germanica - oltre che contro i partigiani rossi.
I reparti dell'UPA infatti, se da una parte attaccavano truppe
tedesche, dall'altra cooperavano strettamente con gli
Ungheresi [alleati dell'Asse; ndr],
erano in contatto con le formazioni ucraine collaborazioniste
e, a quanto pare, ricevettero rifornimenti di materiale
bellico anche dagli italiani. Secondo alcune fonti, i
guerriglieri nazionalisti ucraini sarebbero responsabili della
morte di Viktor Lutze, comandante delle SA, nel maggio 1943.
Allo stesso tempo, i nazionalisti dell'UPA davano la caccia
alle bande dei «bolscevichi» effettuando talvolta operazioni
in comune coi reparti collabora-zionisti. L'UPA si rafforzò
notevolmente nel 1944, sotto la direzione militare di Taras
Chuprynka, e si ritrovò ad affrontare l'Armata rossa che
avanzava nell'Ucraina occidentale. In marzo, cecchini dell'UPA
eliminarono il generale sovietico Vatutin, nella zona di Kiev,
ed in luglio i partigiani nazionalisti salvarono
dall'annientamento migliaia di Waffen-SS ucraine della
Divisione «Galizien» ormai accerchiata dai sovietici a
Brody, e ne reclutarono poi una parte. Nel corso dell'anno,
l'Esercito Insurrezionale Ucraino accolse nelle proprie
formazioni molti collaborazionisti ucraini (oltre che soldati
tedeschi dispersi e collaborazionisti di altre nazionalità)
giungendo a contare un totale di 80.000 membri, dei quali
20-30.000 guerriglieri attivi, concentrati principalmente
nell'Ucraina nordoccidentale e in Galizia (comandi operativi
«Nord» e «Ovest») e in minor misura nell'Ucraina
sudoccidentale e centrale (comandi operativi «Sud» ed «Est»).
In settembre-ottobre i Germanici liberarono Stepan Bandera e
Melnik, capi carismatici del nazionalismo ucraino e dell'UPA,
che veniva ora appoggiata e rifornita dagli stessi comandi
Tedeschi. La lotta proseguì cruenta anche nel dopoguerra, ed i
sovietici riuscirono ad aver ragione della guerriglia solo nel
1950, dopo essere stati costretti ad impiegare addirittura
ventidue divisioni, tra Armata rossa e forze di sicurezza,
costantemente appoggiate da carri armati ed aerei. Bandera, da
parte sua, continuò a dirigere la Resistenza clandestina
dall'esilio fino a che non venne assassinato da un agente
sovietico a Monaco di Baviera, il 15 ottobre 1959. (...) Il
collaborazionismo militare ucraino era iniziato addirittura
già prima dell'invasione, con la formazione di un «Reggimento
Usignolo» (Nachtigall Regiment), reclutato tra i
fuoriusciti nazionalisti, i cui elementi vennero impiegati
come sabotatori e incursori nelle retrovie sovietiche.
Successivamente, quando le forze dell'Asse avanzarono in
territorio ucraino, i reclutamenti si fecero più massicci, in
accordo ai sentimenti autonomisti della popolazione locale. La
sicurezza interna del paese era affidata ai volontari dell'UNS
(Forza Nazionale Ucraina d'Autodifesa) che arrivò ad
inquadrare 180.000 volontari. Questi miliziani si occupavano
essenzialmente della protezione dei villaggi e della lotta
contro la Resistenza. Entro la fine del 1942, inoltre, si
contavano 70.000 Schuma ucraini: di questi il 50% era
inquadrato in 71 battaglioni, che comprendevano anche reparti
di artiglieria e cavalleria. Altri volontari ucraini si
arruolarono nelle Waffen-SS (25.000 circa) e nelle
SS-Polizei. La regione ucraina della Galizia, già
occupata dai Polacchi fino al 1939, faceva ora parte del
Governatorato Generale di Cracovia: qui i collaborazionisti
ucraini formarono una propria polizia, oltre a circa 11
battaglioni Schuma e 4 reggimenti di SS-Polizei,
impiegati contro i partigiani sovietici come contro quelli
polacchi. Esistevano inoltre diverse unità ucraine della
Wehrmacht, tra cui una brigata anticarro e vari
reggimenti e battaglioni di Ost-truppen. Infine,
nell'ucraina orientale (governata direttamente dall'esercito
tedesco) la Wehrmacht costituì delle unità volontarie
di Hilfswachmannschaften (Guardie Ausiliarie).
(...) Le Waffen-SS costituivano le forze scelte del
Terzo Reich, non solo dal punto di vista militare ma anche da
quello ideologico e politico. Con l'inasprirsi della guerra e
col costante deterio-ramento della situazione militare
dell'Asse, le Waffen-SS moltiplicarono i propri reparti
mentre andava affermandosi una concezione «europea» e
sovranazionale del "Nuovo Ordine", che portò le SS ad
accettare nei propri ranghi, in piena parità, volontari non
solo baltici ma anche slavi. Questa svolta, divenuta ufficiale
nel 1943, rappresentava una vittoria della corrente
«europeista» del nazionalsocialismo su quella più
limitatamente nazionalista e pangermanica. (...) Nel 1943,
il reclutamento per la formazione di una Divisione di
Waffen-SS ucraine andò molto più in là delle
aspettative degli stessi Tedeschi: in breve tempo circa 80.000
Ucraini si presentarono come volontari. Di questi, solo una
parte venne accettata ed entrò a far parte delle SS; il resto
fu inquadrato in numerosi reggimenti di SS-Polizei. I
volontari selezionati vennero sottoposti ad un lungo periodo
di addestramento e formarono la 14ª Divisione delle SS
«galizische Nr. 1», che entrò in linea a Brody, in
Ucraina Occidentale, nel luglio del 1944 tentando
disperatamente di arrestare la travolgente avanzata
dell'Armata rossa. I volontari ucraini opposero una strenua
resistenza, sin a che i Sovietici non riuscirono ad
accerchiarli. La 14ª Divisione SS, appoggiata dai partigiani
nazionalisti ucraini dell'UPA, contrat-taccò riuscendo a
rompere l'accerchiamento e a raggiungere le linee dell'Asse
dopo aver subito pesanti perdite (7.000 morti, feriti e
prigionieri, nonché migliaia di dispersi che si erano tuttavia
per lo più messi in salvo aggregandosi alle unità guerrigliere
dell'UPA e riguadagnando poi le linee tedesche). L'unità si
ritirò poi in Slovacchia dove prese parte alla repressione
dell'insurrezione partigiana scoppiata a fine agosto 1944.
Successivamente, esa venne rinsanguata e nuovamente impiegata
prima in Slovenia e poi al fronte fino a che, a fine aprile
del 1945, i superstiti non vennero trasferiti all'Esercito
Nazionale Ucraino. Volontari ucraini si arruolarono anche in
altre divisioni SS. (...) Le diverse formazioni [da ultimo]
menzionate erano accomunate dal fatto di essere tutte, in un
modo o nell'altro, integrate nelle Forze Armate del Reich. Ma
altri volontari orientali costituirono reparti che invece di
appartenere alle forze germaniche, ne erano semplici alleati -
subordinati al Comando tedesco solo sul piano tattico.
(...) I nazionalisti ucraini filo-Asse, non disposti ad
aderire all'iniziativa di Vlassov [ex
generale dell'Armata rossa che aveva creato la ROA - Esercito
Russo di Liberazione, integrato nelle forze di occupazione;
ndr] per non essere subordinati ai Russi, organizzarono
un proprio esercito: l'UVV (Ukrainske Vyzvolne Viysko -
Esercito Ucraino di Liberazione) che teori-camente comprendeva
molti battaglioni e compagnie di Osttruppen ucraine. In
realtà, l'UVV esisteva solo sulla carta, ed i reparti che ne
facevano parte continuarono a dipendere dai Comandi tedeschi
sotto tutti i punti di vista. Un vero esercito nazionale venne
creato solo nel 1945 con la costituzione dell'UNA (Esercito
Nazionale Ucraino) agli ordini di Pavlo Shandruk, nel quale
confluirono i superstiti della 14ª Divisione delle SS, una
brigata anticarro e altri tre reggimenti ucraini per un totale
di 40.000 uomini i quali, inquadrati in due divisioni,
operarono contro i Sovietici in Austria e Cecoslovacchia nelle
ultime settimane di guerra. (...) La collaborazione non
militare all'Est si espresse in forme diverse. La prima e più
immediata fu l'istituzione di un vasto apparato amministrativo
e civile al servizio dell'Asse: «Fin dai primi giorni di
occupazione - spiega lo storico Aleksandr Nekric - i
tedeschi si diedero a costituire il proprio apparato di
governo, composto, nelle città, dai borgomastri e dai loro
vice, dai capi della polizia e dai poliziotti locali. §Nei
villaggi venivano designati gli starosta». Un tale
apparato, costituito dai sindaci di paesi e città e dalle
giunte municipali, non serviva solo ad alleggerire i compiti
dei Tedeschi nelle retrovie, ma anche ad appoggiare
direttamente ed attivamente le forze dell'Asse. Se un buon
numero di villaggi aderì alla Resistenza, infatti, molti altri
si schierarono dalla parte opposta raccogliendo un gran numero
di informazioni sul conto dei partigiani e trasformandosi in
vere e proprie basi logistiche per le forze antiguerriglia.
(...) Fu così che da questa forma di collaborazione
politico-civile si sviluppò buona parte di quella militare, a
cominciare dalle diverse unità di autodifesa. Insieme a questo
vasto e capillare apparato amministrativo ed informativo se ne
sviluppò un altro più propriamente politico con funzioni
propagandistiche e di inquadramento. (...) Questa
collaborazione si concretizzò in un'attiva opera di propaganda
politica ed ideologica, nella creazione di giornali e riviste
- nelle diverse lingue - favorevoli al "Nuovo Ordine", nella
riapertura di parte delle scuole e dei teatri, ecc. Molte
città vennero inondate dalla propaganda collaborazionista -
manifesti, volantini, pubblicazioni ma anche conferenze,
sfilate, trasmissioni radiofoniche, ecc. Non mancarono nemmeno
le organizzazioni politiche e paramilitari giovanili modellate
sull'esempio della Hitlerjugend, come l'«Organizzazione
della Gioventù Lettone», l'«Organizzazione della Gioventù Bielo-
russa» (SBM), la «Gioventù Estone» (EN) ed il movimento
ucraino Yanuky. La collaborazione da parte del
clero, soprattutto ortodosso, fu altrettanto importante per
determinare l'orientamento politico delle masse popolari.
L'autorizzazione alla riapertura di chiese e moschee riscosse
il favore di larghi strati della popolazione e di una parte
consistente del clero. Gran parte della chiesa ortodossa aderì
alla causa dell'Asse sotto la guida del Patriarca Serafino,
che la rappresentava a Berlino, e divenne la vera spina
dorsale del patriottismo russo anticomunista (e questo turbò a
lungo i sonni di Stalin, dei dirigenti comunisti e persino
delle locali autorità d'occupazione tedesche). Un ruolo simile
a quello dei «pope» cristiano-ortodossi svolsero anche molti
sacerdoti di altre confessioni - cattolici e uniati,
musulmani, lamaisti, ecc. Tra i cattolici, in particolare, si
notarono differenze notevoli tra il clero lituano, critico nei
riguardi della politica tedesca, e quello dell'Ucraina
Occidentale che sosteneva invece vigorosamente la battaglia
delle Waffen-SS e la loro campagna di reclutamento.
(...) Alla ritirata delle forze dell'Asse sul fronte
orientale seguirono terribili rappresaglie sovietiche contro i
collaborazionisti locali. Molti di questi, tuttavia,
preferirono ritirarsi insieme ai Tedeschi. Nel marzo 1943, ad
esempio, 60.000 civili russi abbandonarono il saliente di
Rscev (nella zona della sorgente del Dniepr) ritirandosi
insieme ai Germanici. Le truppe cosacche della
Wehrmacht si spinsero verso occidente portandosi dietro
una gran massa di civili; le SS russe, molte altre unità di
collaborazionisti e persino di Tedeschi nel 1943-44 si
ritirarono seguite da interminabili colonne di civili in fuga.
Nella seconda metà di settembre del 1943, il Gruppo Armate Sud
evacuò le posizioni sulla riva orientale del Dniepr, in
Ucraina: temendo che l'Armata rossa avrebbe mobilitato tutti
gli uomini abili alle armi residenti in quell'area, il comando
tedesco ordinò che 200.000 civili (in grado di combattere e lavorare o impiegati
nelle industrie belliche e alimentari) si ritirassero verso ovest insieme alle
truppe germaniche. L'ordine tuttavia si rivelò superfluo quando ben 600.000
Ucraini di tutte le età, uomini e donne, si riversarono ad ovest del grande
fiume. Nel 1945, quasi un milione di civili russi ed ucraini aveva raggiunto
l'Europa Centrale insieme alle truppe tedesche in ritirata. (...) |