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La repressione in Bulgaria nel "rinascimento"
post-staliniano |
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Brani tratti da AA.VV.,
Du passé, faisons table rase!, Laffont 2002, pp. 348ss. |
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Luis Eugenio MELÉNDEZ,
Natura morta con funghi e piccioni, 1772 |
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Dossier Bulgaria: la repressione nel periodo
post-staliniano di Todor Zivkov
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Lungi dal cessare con la morte di
Stalin nell'inverno 1953, la repressione politica in Bulgaria
diminuisce solo d'intensità. L'apparato repressivo viene
mantenuto durante il "regno" del fratellastro di Georgi
Dimitrov, Valko Cervenkov, che dura fino al 1956. Se la
politica interna di colui che è stato soprannominato "il
piccolo Stalin bulgaro" ha subito qua e là degli aggiustamenti
di forma, nella sostanza è però rimasta invariata. Soltanto al
momento della "destalinizzazione", dopo il XX Congresso del
PCUS, Cervenkov viene privato delle sue cariche e messo da
parte: l'astro nascente del regime, all'epoca, era un certo
Todor Zivkov, oscuro segretario del PCB. Nominato al suo posto
nel 1954, col sostegno della nuova nomenklatura del Cremlino,
seppe affermare il suo potere e conservarlo con abilità per 35
anni, ovverosia fino alle sue dimissioni forzate, all'età di
circa ottant'anni, il 10 novembre 1989. Il Plenum del PCB
dell'aprile 1954, che assicurò il potere a Todor Zivkov, fu la
replica bulgara del XX Congresso del PCUS. Ma il periodo del
"disgelo" si rivelerà di breve durata. Infatti la rivolta
polacca, e soprattutto la rivoluzione ungherese del 1956
ridaranno al regime i suoi aspetti originari, ed i metodi
totalitari continueranno ad essere una costante della vita
politica bulgara. Si stima che nel periodo della rivolta di
Budapest 10.000 persone furono arrestate a titolo preventivo.
Con la stessa rapidità con cui gli insorti ungheresi venivano
schiacciati dai carri armati sovietici, il campo di
concentramento dell'isola di Belene - emblematico del regime -
riapriva i battenti. Un buon numero di coloro che vi furono
inviati l'aveva lasciato nel 1953, all'epoca della sua
chiusura. Simultaneamente, parecchie migliaia di "cittadini
dubbi" vennero ancora una volta espulsi dalle proprie
abitazioni e relegati nell'estrema periferia di una provincia,
in virtù dell'art. 14 del decreto legge sulla milizia popolare
del settembre 1956. Questo decreto autorizzava gli organi
repressivi a regolare ed assegnare la residenza di qualsiasi
persona, scelta arbitrariamente da loro. (...) Nel 1958 si
assistette, pertanto, ad un'estrema campagna di
collettivizzazione delle terre che liquidò la quasi totalità
dei contadini rimasti al di fuori delle fattorie cooperative.
In una nota al Foreign Office del 13 febbraio 1958,
l'incaricato d'affari britannico a Sofia segnalava che in tale
occasione in meno di tre settimane erano state arrestate 2.000
persone nella capitale. (...) In pochi mesi furono circa 1.000
nuovi detenuti, tra cui 300 donne, che raggiunsero nel campo
di Lovec i 166 reduci da Belene: erano "custoditi" da 83
sorveglianti e 7 ufficiali. (...) Il cibo si limitava a 700
grammi di pane al giorno, accompagnati a mezzogiorno e sera da
un brodino di verdure. Fino al 1961, le strutture mediche
furono inesistenti. I detenuti erano costantemente coperti di
pulci e pidocchi, e la minima ferita diventava infetta. Coloro
che dirigevano il campo si sono guadagnati una sinistra fama
sotto l'appellativo di "3 G": il comandante del campo, il
maggiore Petar Gogov, il rappresentante della "Sicurezza di
Stato", Nikolai Gazdov,ed il capo della cava, Tsviatko
Goranov. Tutti e tre erano costantemente in contatto col
generale della milizia Mirtcho Spassov, membro del Comitato
centrale e vice ministro degli Interni. Durante le sue
frequenti visite al campo, quest'ultimo amava ripetere: «Per
questi recidivi incorreggibili, lavoro dal mattino alla sera
senza pausa, lavoro fino alla morte». Lo stesso non mancò poi
di partecipare ai pestaggi. Neanche uno dei detenuti venne
inviato a Lovec su decisione giudiziaria, ma solo su decisione
arbitraria della milizia o di altri organismi di Stato o del
partito. Com'è il caso del giovane - ancora minorenne - Lozan
Lozanov, che si ritrovò lì perché non aveva saputo spiegare
bene le ragioni del suo viaggio in treno da Sofia a Iambol. Il
giovane Nikolas Dafinov, arrestato per schiamazzi notturni,
venne inviato a Lovec perché conosceva troppo bene alcune
lingue straniere, ed aveva avuto alcune relazioni con degli
occidentali di passaggio. Quanto a Iordanka Dimitrova, vi si
ritrovò nel 1959 per aver indossato delle gonne troppo corte
ed aver frequentato in modo troppo assiduo delle serate
danzanti. (...) La situazione delle donne non era certo di
riguardo. Al principio parcheggiate in una baracca del campo,
furono in seguito trasferite nel campo di Skravena, creato
nell'autunno del 1961. Una giovane sorvegliante di vent'anni,
Iulia Raigueva, si distinse particolarmente per il suo zelo.
Alcune ex detenute hanno ad esempio testimoniato sul caso di
Dina Pitsina, una bella ragazza un po' robusta che non
riusciva a svolgere interamente il lavoro assegnato in media
ad ogni singolo prigioniero: «Quando Iulia disse a Gogov che
Dina simulava la debolezza, quest'ultimo estrasse una lettera
dalla tasca e, dopo averla letta, le disse: "Quella lì me la
dovete liquidare". Allora la sorvegliante ed un guardiano la
portarono in un luogo isolato della cava di pietra ed
iniziarono a percuoterla. La sera l'abbiamo portata nella
baracca in stato di semi-coscienza e l'indomani, quando
l'abbiamo portata alla cava, era incapace di muoversi. Iulia
cominciò di nuovo a picchiarla. Aveva un bastone lungo e
sottile, ho visto come glie lo introdusse negli occhi e nella
vagina, ed alla fine glie lo mise dentro la bocca e spinse
così a fondo che se ne vide uscire l'estremità - al di sotto
dei cenci di cui era vestita - con attaccati dei pezzi di
budella. Era morta, dei detenuti vennero a metterla dentro ad
un sacco e la gettarono assieme ai cadaveri degli uomini».
(...) Si affermò una nuova generazione di "agenti istruttori"
della "Sicurezza dello Stato" [la
polizia politica del partito; ndr],
usciti dalle università e dalle scuole professionali. I membri
di questa nuova "élite" finirono per considerarsi alla stregua
di "ingegneri dell'anima", e non sono rari i casi in cui
dissero a coloro che stavano per far condannare che dovevano
essergli riconoscenti, dal momento che il loro arresto
impediva loro di cadere nel precipizio verso cui li spingevano
i loro crimini. (...) Accanto ai suoi attentati criminali alla
persona, il regime comunista si è reso colpevole, alla fine
del periodo di Zivkov, di un crimine di massa e di un tentato
crimine contro l'umanità a base etnica. Negli anni Ottanta la
popolazione bulgara contava un 10% di musulmani - all'incirca
800.000 persone - di cui più di 200.000 bulgarofoni e
soprannominati Pomaks, e gli altri turcofoni. Già nel
1972 il regime aveva intrapreso un'azione energica per "de-islamizzare" questi cittadini, in particolare i Pomaks.
Ma è soprattutto a partire dal dicembre 1984 che fu messa in
atto un'enorme campagna di "de-turchizzazione", ufficialmente
chiamata "campagna di rigenerazione". Si basava su una serie
di studi pseudo scientifici secondo cui coloro che, in
Bulgaria, si credevano discendenti dei turchi non erano altro
- in realtà - che dei discendenti delle popolazioni bulgare
locali, "turchizzate" sotto il giogo ottomano. (...) Così, sui
documenti d'identità, gli atti di nascita e gli altri
documenti ufficiali, chi prima si chiamava Hassan diventava
"Ivan", ed i vari Yussuf dei "Josef". I membri di queste
minoranze che rifiutavano la loro nuova identità cessavano di
esistere giuridicamente; venivano licenziati dal posto di
lavoro, non potevano più accedere ai servizi amministrativi,
compresi quelli medici. L'uso della lingua turca nei luoghi
pubblici fu proibita e sanzionata. In alcuni villaggi fu
necessario usare l'esercito per riunire gli abitanti sulla
piazza centrale così da consegnarli i nuovi documenti
d'identità. (...) Vi furono scontri e morti, ed i più
recalcitranti vennero arrestati. Si riaprì il campo di Belene
per parecchi mesi per incarcerarvi più di 1.500 tra costoro,
ma questa volta senza reintrodurre il regime di lavoro
obbligatorio. (...) Ma non vi sono solo i crimini di
sangue. Si può pensare a crimini contro la Nazione, ove si
pensi che per ben due volte - nel 1963 e nel 1975 - il regime
bulgaro non riuscì nell'intento di far diventare lo Stato la
sedicesima repubblica dell'URSS. Questa richiesta, avanzata al
Cremlino dal governo di Zivkov, fu giudicata intempestiva
dagli stessi dirigenti sovietici. E come non accennare ai
crimini finanziari contro il popolo, quando si constata con
quale minuzia l'alta nomenklatura comunista ha saputo
preparare l'inevitabile uscita di scena per assicurarsi la
disponibilità di denaro? Così, a partire dal 1985 gli alti
responsabili bulgari hanno esportato in banche private
occidentali quasi 11 miliardi di dollari, che hanno in
buona parte "privatizzato" trasferendoli poi su conti esteri
dei servizi segreti e delle loro filiali commerciali. Dopo il
1989 e la trasformazione del partito comunista bulgaro (PCB)
in partito socialista bulgaro (PSB), e lo scioglimento della
"Sicurezza di Stato", quella parte dei capitali che non era
stata investita nei "paradisi fiscali" è stata utilizzata per
acquistare le imprese bulgare ancora redditizie, per controllare
la stampa, creare dei mass media, e soprattutto fondare
delle banche. Tra il 1990 ed il 1996, queste nuove banche
hanno assorbito i risparmi della popolazione, e nel contempo
hanno accordato credito ai loro vari prestanome che - a loro
volta - li hanno re-investiti o esportati. Poi, provocando
l'iperinflazione della primavera del 1996, hanno non solo reso
simbolici i rimborsi dei loro prestiti, ma hanno
contemporaneamente organizzato la propria bancarotta. Grazie a
questi fallimenti fraudolenti del sistema bancario, i
comunisti han fatto man bassa degli averi di milioni di
piccoli risparmiatori, cosa che ha aggiunto 80 miliardi di lev
ai 670 del debito pubblico. Se vi si aggiungono gli 1,3
miliardi di dollari di rimborso annuo del debito estero
contratto a metà degli anni Ottanta, è prevedibile che ancora
per intere generazioni i contribuenti bulgari saranno
schiacciati da questa gestione dell'economia e delle finanze
del paese ... |
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L'«Affaire» Boris Arsov e gli «ombrelli bulgari» per
Markov e Kostov
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Boris Arsov, nato nel 1915, passò
nel 1949 nel campo di Bogdanovol e poi, un anno più tardi, in
quello di Belene. Tra il 1960 ed il 1962 diffuse nella
capitale dei testi manoscritti in cui stigmatizzava le
nefandezze del regime. Arrestato e condannato a sei anni di
prigione, beneficiò dell'amnistia del 1964. Nel 1970 fuggì in
Occidente ed ottenne l'asilo politico in Danimarca dove,
assieme ad altri rifugiati, pubblicò in bulgaro una rivista
d'opposizione al regime particolarmente feroce. Il 12 febbraio
1974 il vice ministro degli Interni, generale Grigor Chopov,
capo della "Sicurezza di Stato", inviò al 2° Direttorato
l'ordine di por fine alle attività di Arsov. Il giorno
seguente Chopov ricevette sulla sua scrivania il seguente
piano d'azione: «Studiare con attenzione l'ambiente che
circonda Arsov, la sua abitazione, e scegliere le condizioni
migliori per la sua liquidazione (...) Per la liquidazione di
Arsov, l'agente "Marinov" dovrà tener conto di ciò: se fa uso
di un coltello o di un oggetto appuntito, i colpi dovranno
esser sferrati rapidamente e molte volte nella regione del
cuore, finché avrà la certezza che Arsov è morto. Se fa uso di
un oggetto contundente, il primo colpo dovrà esser sferrato
alla testa. Il modo più efficace di impedirgli grida ed urla
non è quello di tappargli la bocca, ma di finirlo. Se fa uso
di veleno, dovrà rispettare scrupolosamente le indicazioni per
non far sorgere sospetti e consentire così l'uso di antidoti
(...) Se l'eliminazione ha luogo al domicilio di Arsov,
esamini i suoi archivi cercando di prendere con sé ciò che è
di nostro interesse, e chiuda la porta a chiave prima di
andarsene. Se la liquidazione avviene fuori del domicilio,
distrugga i documenti di Arsov per ritardarne
l'identificazione, faccia sparire le eventuali tracce di
sangue e scompaia il più rapidamente possibile. Dopo aver
compiuto la sua missione, l'agente "Marinov" dovrà lasciare la
Danimarca con il primo aereo diretto verso un paese socialista
con dei documenti di riconoscimento italiani
[il che la dice lunga sull'importanza strategica
accordata, nel blocco sovietico, a quello che era allora il più grande partito
comunista in Occidente; ndr]. Quindi, dopo essersi presentato all'ambasciata
bulgara di uno di questi paesi ed essersi fatto riconoscere,
attenderà ulteriori istruzioni. Se malgrado tutto l'agente
"Marinov" viene arrestato al momento della liquidazione di
Arsov o più tardi, dovrà sostenere nel corso
dell'interrogatorio che il suo gesto è stato dettato
esclusivamente da motivi personali. Sosterrà che ha ricevuto i
suoi documenti falsi proprio da Arsov, senza menzionare alcun
rapporto con i nostri servizi. L'agente dovrà essere informato
che per un omicidio di diritto comune la condanna non è che a
qualche anno di carcere, e che sarà fatto il necessario per
farlo tornare in Bulgaria con uno scambio o con altri mezzi.
Firmato: il Capo del 2° Direttorato della Sicurezza di Stato,
generale maggiore [illeggibile]» La realizzazione di questo
piano ha incontrato qualche modifica, che ha reso l'operazione
ancora più efficace di quanto previsto. Approfittando
dell'ingenuità di Arsov e del suo idealismo, gli agenti della
"Sicurezza di Stato" riuscirono a prelevarlo dalla città di
Århus, in Danimarca, ed a riportarlo in Bulgaria. Condannato
l'11 dicembre a 15 anni di prigone e sottoposto a massima
sorveglianza nella cella 102 della prigione di Pazardjik,
venne trovato morto nove giorni più tardi ... impiccato con
cinque cravatte legate tra loro. L'odissea di Arsov ha potuto
essere ricostruita nei dettagli grazie al fatto che nel 1991
il uo dossier è stato ritrovato miracolosamente intatto negli
archivi della "Sicurezza di Stato", che peraltro erano stati
svuotati e ripuliti con cura all'inizio del 1990.
(...)
Scrittore di talento e sceneggiatore di successo,
Georgi Markov faceva parte dei figli diletti del regime fino
al momento in cui, all'inizio degli anni Settanta, si
"dimenticò" di ritornare da un viaggio a Londra. Ottenne colà
asilo politico, sposò un'inglese e collaborò alle emissioni in
lingua bulgara della BBC, dove il suo programma "Reportages in
contumacia" conobbe un grande successo di audience in
Bulgaria. Nel 1978, girò voce che Markov stesse preparando una
serie dedicata a Todor Zivkov, con cui aveva avuto rapporti
quando era "in stato di grazia". Dopo aver ricevuto diverse
minacce di morte, lo scrittore - giornalista venne
improvvisamente colpito da una febbre inspiegabile e morì
quattro giorni più tardi, l'11 settembre 1978, all'ospedale
Saint James di Londra. Nell'agonia diceva che qualcuno l'aveva
ferito con un ombrello nella metropolitana. L'autopsia rivelò
la presenza, nella coscia destra, di una biglia in platino e
iridio del diametro di 1,7 millimetri, con quattro aperture
dalle quali sarebbe fuoriuscito un veleno mortale,
probabilmente a base di ricino. Venne poi ritrovata un'analoga
biglia sul dorso di un altro transfuga bulgaro, il giornalista
Vladimir Kostov, che però sopravvisse all'aggressione. In
effetti il 26 agosto 1978 aveva avvertito una forte puntura
mentre scendeva a piedi i Champs-Élysées a Parigi. Secondo
le dichiarazioni dell'ex generale del KGB Oleg Kalougin, rese
nel febbraio 1992, sarebbe il ministro degli Interni
dell'epoca, Dimitar Stojanov, ad aver chiesto a Juri Antropov,
ancora capo del KGB, di fornire la tecnologia necessaria alla
liquidazione del dissidente. L'arma ed il veleno, realizzati
nel laboratorio n. 12 dell'istituto di ricerca del KGB,
sarebbero stati portati a Sofia direttamente dai generali
Sergui Goloubov e Juri Sourov. Da parte bulgara, fu il
generale Vladimir Todorov ad essere incaricato
dell'operazione; guarda caso, si tratta dello stesso uomo che
ha provveduto, all'inizio del 1990, a distruggere gli archivi
della "Sicurezza di Stato" dello Stato bulgaro. Le prove
documentali dell'assassino di Georgi Markov, pertanto, non
esistono più o non sono state ancora scoperte. Queste
azioni criminali devono essere inquadrate nel contesto della
conferenza che riunì a Sofia, nell'estate del 1977, i servizi
di sicurezza delle "democrazie popolari", decisi ad
intraprendere misure più energiche contro le manifestazioni di
dissidenza. Inoltre, il 15 agosto 1978, Todor Zivkov si era
recato a Mosca per incontrare Leonid Breznijev, il solo che
poteva dare il via libera a questo tipo di operazioni. Rimane,
infine, una coincidenza notevole: l'assassino colpì Georgi
Markov il 7 settembre, precisamente il giorno del compleanno
di Todor Zivkov. Non è escluso pensare che gli uomini della
"Sicurezza di Stato" abbiano offrire in dono al loro capo
l'assassinio dello scrittore dissidente ...
Testi tratti da AA.VV., Du passé faisons table rase!, cit.,
pp. 357ss. |
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