Todor Zivkov - Il terzo satrapo del comunismo bulgaro, rimasto al potere fino alla caduta (formale) del regime nel 1989. Condannato a cinque anni di arresti domiciliari in una lussuosa villa sulle pendici del Monte Vitosha, a Sofija, finirà per dichiararsi sostenitore del capitalismo, della libertà d'opinione e, naturalmente, di un comunismo "dal volto umano". Che però, in 33 anni di potere assoluto, si è ben guardato anche solo di nominare ...
Dossier Bulgaria
Sofija, 1948: manifestazione comunista di regime - clicca per ingrandire
Sofija, 16 luglio 1990: dopo la liberazione il popolo getta al macero i simboli del regime comunista
 
 La repressione in Bulgaria nel "rinascimento" post-staliniano
Brani tratti da AA.VV., Du passé, faisons table rase!, Laffont 2002, pp. 348ss.
 
 

Luis Eugenio MELÉNDEZ, Natura morta con funghi e piccioni, 1772

 

Dossier Bulgaria: la repressione nel periodo post-staliniano di Todor Zivkov

... Lungi dal cessare con la morte di Stalin nell'inverno 1953, la repressione politica in Bulgaria diminuisce solo d'intensità. L'apparato repressivo viene mantenuto durante il "regno" del fratellastro di Georgi Dimitrov, Valko Cervenkov, che dura fino al 1956. Se la politica interna di colui che è stato soprannominato "il piccolo Stalin bulgaro" ha subito qua e là degli aggiustamenti di forma, nella sostanza è però rimasta invariata. Soltanto al momento della "destalinizzazione", dopo il XX Congresso del PCUS, Cervenkov viene privato delle sue cariche e messo da parte: l'astro nascente del regime, all'epoca, era un certo Todor Zivkov, oscuro segretario del PCB. Nominato al suo posto nel 1954, col sostegno della nuova nomenklatura del Cremlino, seppe affermare il suo potere e conservarlo con abilità per 35 anni, ovverosia fino alle sue dimissioni forzate, all'età di circa ottant'anni, il 10 novembre 1989. Il Plenum del PCB dell'aprile 1954, che assicurò il potere a Todor Zivkov, fu la replica bulgara del XX Congresso del PCUS. Ma il periodo del "disgelo" si rivelerà di breve durata. Infatti la rivolta polacca, e soprattutto la rivoluzione ungherese del 1956 ridaranno al regime i suoi aspetti originari, ed i metodi totalitari continueranno ad essere una costante della vita politica bulgara. Si stima che nel periodo della rivolta di Budapest 10.000 persone furono arrestate a titolo preventivo. Con la stessa rapidità con cui gli insorti ungheresi venivano schiacciati dai carri armati sovietici, il campo di concentramento dell'isola di Belene - emblematico del regime - riapriva i battenti. Un buon numero di coloro che vi furono inviati l'aveva lasciato nel 1953, all'epoca della sua chiusura. Simultaneamente, parecchie migliaia di "cittadini dubbi" vennero ancora una volta espulsi dalle proprie abitazioni e relegati nell'estrema periferia di una provincia, in virtù dell'art. 14 del decreto legge sulla milizia popolare del settembre 1956. Questo decreto autorizzava gli organi repressivi a regolare ed assegnare la residenza di qualsiasi persona, scelta arbitrariamente da loro. (...) Nel 1958 si assistette, pertanto, ad un'estrema campagna di collettivizzazione delle terre che liquidò la quasi totalità dei contadini rimasti al di fuori delle fattorie cooperative. In una nota al Foreign Office del 13 febbraio 1958, l'incaricato d'affari britannico a Sofia segnalava che in tale occasione in meno di tre settimane erano state arrestate 2.000 persone nella capitale. (...) In pochi mesi furono circa 1.000 nuovi detenuti, tra cui 300 donne, che raggiunsero nel campo di Lovec i 166 reduci da Belene: erano "custoditi" da 83 sorveglianti e 7 ufficiali. (...) Il cibo si limitava a 700 grammi di pane al giorno, accompagnati a mezzogiorno e sera da un brodino di verdure. Fino al 1961, le strutture mediche furono inesistenti. I detenuti erano costantemente coperti di pulci e pidocchi, e la minima ferita diventava infetta. Coloro che dirigevano il campo si sono guadagnati una sinistra fama sotto l'appellativo di "3 G": il comandante del campo, il maggiore Petar Gogov, il rappresentante della "Sicurezza di Stato", Nikolai Gazdov,ed il capo della cava, Tsviatko Goranov. Tutti e tre erano costantemente in contatto col generale della milizia Mirtcho Spassov, membro del Comitato centrale e vice ministro degli Interni. Durante le sue frequenti visite al campo, quest'ultimo amava ripetere: «Per questi recidivi incorreggibili, lavoro dal mattino alla sera senza pausa, lavoro fino alla morte». Lo stesso non mancò poi di partecipare ai pestaggi. Neanche uno dei detenuti venne inviato a Lovec su decisione giudiziaria, ma solo su decisione arbitraria della milizia o di altri organismi di Stato o del partito. Com'è il caso del giovane - ancora minorenne - Lozan Lozanov, che si ritrovò lì perché non aveva saputo spiegare bene le ragioni del suo viaggio in treno da Sofia a Iambol. Il giovane Nikolas Dafinov, arrestato per schiamazzi notturni, venne inviato a Lovec perché conosceva troppo bene alcune lingue straniere, ed aveva avuto alcune relazioni con degli occidentali di passaggio. Quanto a Iordanka Dimitrova, vi si ritrovò nel 1959 per aver indossato delle gonne troppo corte ed aver frequentato in modo troppo assiduo delle serate danzanti. (...) La situazione delle donne non era certo di riguardo. Al principio parcheggiate in una baracca del campo, furono in seguito trasferite nel campo di Skravena, creato nell'autunno del 1961. Una giovane sorvegliante di vent'anni, Iulia Raigueva, si distinse particolarmente per il suo zelo. Alcune ex detenute hanno ad esempio testimoniato sul caso di Dina Pitsina, una bella ragazza un po' robusta che non riusciva a svolgere interamente il lavoro assegnato in media ad ogni singolo prigioniero: «Quando Iulia disse a Gogov che Dina simulava la debolezza, quest'ultimo estrasse una lettera dalla tasca e, dopo averla letta, le disse: "Quella lì me la dovete liquidare". Allora la sorvegliante ed un guardiano la portarono in un luogo isolato della cava di pietra ed iniziarono a percuoterla. La sera l'abbiamo portata nella baracca in stato di semi-coscienza e l'indomani, quando l'abbiamo portata alla cava, era incapace di muoversi. Iulia cominciò di nuovo a picchiarla. Aveva un bastone lungo e sottile, ho visto come glie lo introdusse negli occhi e nella vagina, ed alla fine glie lo mise dentro la bocca e spinse così a fondo che se ne vide uscire l'estremità - al di sotto dei cenci di cui era vestita - con attaccati dei pezzi di budella. Era morta, dei detenuti vennero a metterla dentro ad un sacco e la gettarono assieme ai cadaveri degli uomini». (...) Si affermò una nuova generazione di "agenti istruttori" della "Sicurezza dello Stato" [la polizia politica del partito; ndr], usciti dalle università e dalle scuole professionali. I membri di questa nuova "élite" finirono per considerarsi alla stregua di "ingegneri dell'anima", e non sono rari i casi in cui dissero a coloro che stavano per far condannare che dovevano essergli riconoscenti, dal momento che il loro arresto impediva loro di cadere nel precipizio verso cui li spingevano i loro crimini. (...) Accanto ai suoi attentati criminali alla persona, il regime comunista si è reso colpevole, alla fine del periodo di Zivkov, di un crimine di massa e di un tentato crimine contro l'umanità a base etnica. Negli anni Ottanta la popolazione bulgara contava un 10% di musulmani - all'incirca 800.000 persone - di cui più di 200.000 bulgarofoni e soprannominati Pomaks, e gli altri turcofoni. Già nel 1972 il regime aveva intrapreso un'azione energica per "de-islamizzare" questi cittadini, in particolare i Pomaks. Ma è soprattutto a partire dal dicembre 1984 che fu messa in atto un'enorme campagna di "de-turchizzazione", ufficialmente chiamata "campagna di rigenerazione". Si basava su una serie di studi pseudo scientifici secondo cui coloro che, in Bulgaria, si credevano discendenti dei turchi non erano altro - in realtà - che dei discendenti delle popolazioni bulgare locali, "turchizzate" sotto il giogo ottomano. (...) Così, sui documenti d'identità, gli atti di nascita e gli altri documenti ufficiali, chi prima si chiamava Hassan diventava "Ivan", ed i vari Yussuf dei "Josef". I membri di queste minoranze che rifiutavano la loro nuova identità cessavano di esistere giuridicamente; venivano licenziati dal posto di lavoro, non potevano più accedere ai servizi amministrativi, compresi quelli medici. L'uso della lingua turca nei luoghi pubblici fu proibita e sanzionata. In alcuni villaggi fu necessario usare l'esercito per riunire gli abitanti sulla piazza centrale così da consegnarli i nuovi documenti d'identità. (...) Vi furono scontri e morti, ed i più recalcitranti vennero arrestati. Si riaprì il campo di Belene per parecchi mesi per incarcerarvi più di 1.500 tra costoro, ma questa volta senza reintrodurre il regime di lavoro obbligatorio. (...)
Ma non vi sono solo i crimini di sangue. Si può pensare a crimini contro la Nazione, ove si pensi che per ben due volte - nel 1963 e nel 1975 - il regime bulgaro non riuscì nell'intento di far diventare lo Stato la sedicesima repubblica dell'URSS. Questa richiesta, avanzata al Cremlino dal governo di Zivkov, fu giudicata intempestiva dagli stessi dirigenti sovietici. E come non accennare ai crimini finanziari contro il popolo, quando si constata con quale minuzia l'alta nomenklatura comunista ha saputo preparare l'inevitabile uscita di scena per assicurarsi la disponibilità di denaro? Così, a partire dal 1985 gli alti responsabili bulgari hanno esportato in banche private occidentali quasi 11 miliardi di dollari, che hanno in buona parte "privatizzato" trasferendoli poi su conti esteri dei servizi segreti e delle loro filiali commerciali. Dopo il 1989 e la trasformazione del partito comunista bulgaro (PCB) in partito socialista bulgaro (PSB), e lo scioglimento della "Sicurezza di Stato", quella parte dei capitali che non era stata investita nei "paradisi fiscali" è stata utilizzata per acquistare le imprese bulgare ancora redditizie, per controllare la stampa, creare dei mass media, e soprattutto fondare delle banche. Tra il 1990 ed il 1996, queste nuove banche hanno assorbito i risparmi della popolazione, e nel contempo hanno accordato credito ai loro vari prestanome che - a loro volta - li hanno re-investiti o esportati. Poi, provocando l'iperinflazione della primavera del 1996, hanno non solo reso simbolici i rimborsi dei loro prestiti, ma hanno contemporaneamente organizzato la propria bancarotta. Grazie a questi fallimenti fraudolenti del sistema bancario, i comunisti han fatto man bassa degli averi di milioni di piccoli risparmiatori, cosa che ha aggiunto 80 miliardi di lev ai 670 del debito pubblico. Se vi si aggiungono gli 1,3 miliardi di dollari di rimborso annuo del debito estero contratto a metà degli anni Ottanta, è prevedibile che ancora per intere generazioni i contribuenti bulgari saranno schiacciati da questa gestione dell'economia e delle finanze del paese ...

 
 
Approfondimenti ...

L'«Affaire» Boris Arsov e gli «ombrelli bulgari» per Markov e Kostov

... Boris Arsov, nato nel 1915, passò nel 1949 nel campo di Bogdanovol e poi, un anno più tardi, in quello di Belene. Tra il 1960 ed il 1962 diffuse nella capitale dei testi manoscritti in cui stigmatizzava le nefandezze del regime. Arrestato e condannato a sei anni di prigione, beneficiò dell'amnistia del 1964. Nel 1970 fuggì in Occidente ed ottenne l'asilo politico in Danimarca dove, assieme ad altri rifugiati, pubblicò in bulgaro una rivista d'opposizione al regime particolarmente feroce. Il 12 febbraio 1974 il vice ministro degli Interni, generale Grigor Chopov, capo della "Sicurezza di Stato", inviò al 2° Direttorato l'ordine di por fine alle attività di Arsov. Il giorno seguente Chopov ricevette sulla sua scrivania il seguente piano d'azione:
«Studiare con attenzione l'ambiente che circonda Arsov, la sua abitazione, e scegliere le condizioni migliori per la sua liquidazione (...) Per la liquidazione di Arsov, l'agente "Marinov" dovrà tener conto di ciò: se fa uso di un coltello o di un oggetto appuntito, i colpi dovranno esser sferrati rapidamente e molte volte nella regione del cuore, finché avrà la certezza che Arsov è morto. Se fa uso di un oggetto contundente, il primo colpo dovrà esser sferrato alla testa. Il modo più efficace di impedirgli grida ed urla non è quello di tappargli la bocca, ma di finirlo. Se fa uso di veleno, dovrà rispettare scrupolosamente le indicazioni per non far sorgere sospetti e consentire così l'uso di antidoti (...) Se l'eliminazione ha luogo al domicilio di Arsov, esamini i suoi archivi cercando di prendere con sé ciò che è di nostro interesse, e chiuda la porta a chiave prima di andarsene. Se la liquidazione avviene fuori del domicilio, distrugga i documenti di Arsov per ritardarne l'identificazione, faccia sparire le eventuali tracce di sangue e scompaia il più rapidamente possibile. Dopo aver compiuto la sua missione, l'agente "Marinov" dovrà lasciare la Danimarca con il primo aereo diretto verso un paese socialista
con dei documenti di riconoscimento italiani [il che la dice lunga sull'importanza strategica accordata, nel blocco sovietico, a quello che era allora il più grande partito comunista in Occidente; ndr]. Quindi, dopo essersi presentato all'ambasciata bulgara di uno di questi paesi ed essersi fatto riconoscere, attenderà ulteriori istruzioni. Se malgrado tutto l'agente "Marinov" viene arrestato al momento della liquidazione di Arsov o più tardi, dovrà sostenere nel corso dell'interrogatorio che il suo gesto è stato dettato esclusivamente da motivi personali. Sosterrà che ha ricevuto i suoi documenti falsi proprio da Arsov, senza menzionare alcun rapporto con i nostri servizi. L'agente dovrà essere informato che per un omicidio di diritto comune la condanna non è che a qualche anno di carcere, e che sarà fatto il necessario per farlo tornare in Bulgaria con uno scambio o con altri mezzi. Firmato: il Capo del 2° Direttorato della Sicurezza di Stato, generale maggiore [illeggibile]»
La realizzazione di questo piano ha incontrato qualche modifica, che ha reso l'operazione ancora più efficace di quanto previsto. Approfittando dell'ingenuità di Arsov e del suo idealismo, gli agenti della "Sicurezza di Stato" riuscirono a prelevarlo dalla città di Århus, in Danimarca, ed a riportarlo in Bulgaria. Condannato l'11 dicembre a 15 anni di prigone e sottoposto a massima sorveglianza nella cella 102 della prigione di Pazardjik, venne trovato morto nove giorni più tardi ... impiccato con cinque cravatte legate tra loro. L'odissea di Arsov ha potuto essere ricostruita nei dettagli grazie al fatto che nel 1991 il uo dossier è stato ritrovato miracolosamente intatto negli archivi della "Sicurezza di Stato", che peraltro erano stati svuotati e ripuliti con cura all'inizio del 1990. (...)

Scrittore di talento e sceneggiatore di successo, Georgi Markov faceva parte dei figli diletti del regime fino al momento in cui, all'inizio degli anni Settanta, si "dimenticò" di ritornare da un viaggio a Londra. Ottenne colà asilo politico, sposò un'inglese e collaborò alle emissioni in lingua bulgara della BBC, dove il suo programma "Reportages in contumacia" conobbe un grande successo di audience in Bulgaria. Nel 1978, girò voce che Markov stesse preparando una serie dedicata a Todor Zivkov, con cui aveva avuto rapporti quando era "in stato di grazia". Dopo aver ricevuto diverse minacce di morte, lo scrittore - giornalista venne improvvisamente colpito da una febbre inspiegabile e morì quattro giorni più tardi, l'11 settembre 1978, all'ospedale Saint James di Londra. Nell'agonia diceva che qualcuno l'aveva ferito con un ombrello nella metropolitana. L'autopsia rivelò la presenza, nella coscia destra, di una biglia in platino e iridio del diametro di 1,7 millimetri, con quattro aperture dalle quali sarebbe fuoriuscito un veleno mortale, probabilmente a base di ricino. Venne poi ritrovata un'analoga biglia sul dorso di un altro transfuga bulgaro, il giornalista Vladimir Kostov, che però sopravvisse all'aggressione. In effetti il 26 agosto 1978 aveva avvertito una forte puntura mentre scendeva a piedi i Champs-Élysées a Parigi.
Secondo le dichiarazioni dell'ex generale del KGB Oleg Kalougin, rese nel febbraio 1992, sarebbe il ministro degli Interni dell'epoca, Dimitar Stojanov, ad aver chiesto a Juri Antropov, ancora capo del KGB, di fornire la tecnologia necessaria alla liquidazione del dissidente. L'arma ed il veleno, realizzati nel laboratorio n. 12 dell'istituto di ricerca del KGB, sarebbero stati portati a Sofia direttamente dai generali Sergui Goloubov e Juri Sourov. Da parte bulgara, fu il generale Vladimir Todorov ad essere incaricato dell'operazione; guarda caso, si tratta dello stesso uomo che ha provveduto, all'inizio del 1990, a distruggere gli archivi della "Sicurezza di Stato" dello Stato bulgaro. Le prove documentali dell'assassino di Georgi Markov, pertanto, non esistono più o non sono state ancora scoperte.
Queste azioni criminali devono essere inquadrate nel contesto della conferenza che riunì a Sofia, nell'estate del 1977, i servizi di sicurezza delle "democrazie popolari", decisi ad intraprendere misure più energiche contro le manifestazioni di dissidenza. Inoltre, il 15 agosto 1978, Todor Zivkov si era recato a Mosca per incontrare Leonid Breznijev, il solo che poteva dare il via libera a questo tipo di operazioni. Rimane, infine, una coincidenza notevole: l'assassino colpì Georgi Markov il 7 settembre, precisamente il giorno del compleanno di Todor Zivkov. Non è escluso pensare che gli uomini della "Sicurezza di Stato" abbiano offrire in dono al loro capo l'assassinio dello scrittore dissidente ...


Testi tratti da AA.VV., Du passé faisons table rase!, cit., pp. 357ss.

 
 
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