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Nota introduttiva incipit nostro
...
L'approccio
agli orrori del comunismo, tentato nelle svariate pagine di
cui si compone questa "Galleria degli Orrori", ci ha posti di
fronte ad un dilemma: o ridurre drasticamente la quantità dei
riferimenti web, o "aprire le porte", per così dire, ad un
certo numero di siti più o meno estremisti che qua
e là contengono notizie, immagini e pamphlets
sull'oggetto che ci interessa. Purtroppo, peraltro, con
immense appendici di materiale a noi del tutto estraneo, per
non dire antitetico. Ma anche a volerci "turare il naso",
indubbiamente, saremmo stati pur sempre esposti a comode
insinuazioni di "affinità ideologica", "ammiccamenti",
"pubblicità tacita" e via discorrendo con tali aree. D'altro
canto, se si eccettuano determinati siti istituzionali
dell'Est Europa, più il
database dell'Università di Yale, di
fatto è dato trovare ben poco sull'argomento, in una rete
internet che pur dovrebbe essere "globale" e senza
restrizioni. La scelta di creare dal nulla questa prima area
informatica nasce quindi dall'esigenza, improcrastinabile, di
una riflessione senza veli che investa a 360 gradi un cancro storico tuttora
radicato nella società e nelle istituzioni, ma giudicandolo e condannandolo in
nome degli ideali liberali e democratici, e non - come per primi vorrebbero gli
stessi comunisti, per potersi ammantare delle vesti di perseguitati - sulla base
di vaghi remakes nazifascisti, sacello magico che mai come in questi
ultimi quindici anni (e forse non a caso) viene riesumato quotidianamente a
controprova di legittimazione politica e morale, quasi un continuo richiamo al
passato per non dover affrontare la catastrofe ben più reale del contemporaneo. Solo in questo modo sarà
possibile strappare l'eterno alibi dell'«ideale umanitario» a
chi se ne serve quotidianamente per garantirsi prestigio ed
impunità morale (se non giuridica), solo così si potrà
sperare, una volta per tutte, di schiacciare sotto la lapide
della Storia TUTTE le nefandezze ideologiche che hanno
marchiato a sangue le carni degli ultimi due secoli, ma senza
conceder loro - giacché non ne hanno né diritto né dignità -
alcun "onore delle armi", od alcun compiacente
armistizio.
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... «Il fatto che tante persone abbiano
effettivamente "mandato giù" [la Grande purga] fu
probabilmente uno dei fattori che resero possibile l'intera
purga. I processi, in parti-colare, avrebbero riscosso scarso
interesse se non fossero stati convalidati da alcuni
commentatori stranieri, e dunque "indipendenti". Questi ultimi
devono essere considerati corre-sponsabili, almeno in piccola
parte, di tali omicidi politici o, in ogni caso, del fatto che
essi si siano rinnovati dopo che la prima operazione, il
processo Zinov'ev [nel 1936], ebbe beneficiato di un
credito ingiustificato» (così Robert CONQUEST, La Grande
purge, in "Preuves", febbraio - marzo 1969) ...
Se si
giudica con questo metro la complicità morale e intellettuale
di un certo numero di non comunisti, che cosa si dovrebbe dire
della complicità dei comunisti? Non ci pare di ricordare che
Louis Aragon si sia mai pubblicamente pentito di aver
auspicato, in una poesia del 1931, la creazione di una polizia
politica comunista in Francia, anche se a tratti è sembrato
che criticasse il periodo staliniano. Joseph Berger, un ex
dirigente del Comintern che è stato "purgato" ed ha conosciuto
il campo di concentramento, cita la lettera scrittagli da una
ex deportata in un gulag, che rimase membro del Partito dopo
aver riacquistato la libertà: «I comunisti della mia
generazione hanno accettato l'autorità di Stalin. Hanno
approvato i suoi crimini. Ciò è vero non soltanto per i
comunisti sovietici, ma anche per quelli del resto del mondo,
e questa macchia ci bolla individualmente e collettivamente.
Possiamo cancellarla soltanto facendo in modo che non accada
mai più nulla di simile. Che cosa è successo? Avevamo perso il
senno o adesso siamo dei traditori del comunismo? La verità è
che tutti, compresi quanti erano più vicini a Stalin, abbiamo
fatto dei crimini il contrario di quelli che erano. Li abbiamo
cioè considerati importanti contributi alla vittoria del
socialismo. Abbiamo creduto che tutto ciò che consolidava la
potenza politica del Partito comunista in Unione Sovietica e
nel mondo fosse una vittoria per il socialismo. Non abbiamo
mai considerato che all'interno del comunismo potesse esserci
conflitto fra la politica e l'etica». Berger, dal canto
suo, attenua l'affermazione: «Ritengo che se si può condannare
il comportamento di quanti hanno accettato la politica di
Stalin, il che non fu il caso di tutti i comunisti, è più
difficile rimproverare loro di non avere impedito questi
stessi crimini. Credere che uomini, pur appartenenti alle alte
sfere del potere, potessero contestare i suoi piani significa
non avere capito nulla del suo dispotismo bizantino». Ma
Berger ha la scusante di essersi trovato nell'URSS, e di
essere stato quindi afferrato dalla macchina infernale a cui
non poté sfuggire. Ma perché i comunisti dell'Europa
occidentale, che dovettero subire direttamente l'NKVD (una
sorta di ministero sovietico che aveva alle dipendenze la
polizia politica), hanno continuato a tessere le lodi del
sistema e del suo capo? Doveva essere ben potente il filtro
magico che confezionava! ... Una prima risposta a questo
paradosso viene da Tzvetan Todorov: «Chi vive in una
democrazia occidentale vorrebbe credere che il totalitarismo
sia interamente estraneo alle normali aspirazioni umane. Ma,
se così fosse, non si sarebbe mantenuto tanto a lungo,
attirando tanti individui nella sua orbita. Al contrario, esso
è una macchina di temibile efficacia. L'ideologia comunista
propone l'immagine di una società migliore e ci incita ad
aspirarvi: il desiderio di trasformare il mondo in nome di un
ideale non è forse parte integrante dell'identità umana? ...
Per di più, la società comunista priva l'individuo delle sue
respon-sabilità: sono sempre "loro" a decidere. E la
responsabilità è un fardello spesso pesante da portare. ...
L'attrazione per il sistema totalitario, inconsciamente
provata da moltissimi individui, deriva da una certa paura
della libertà e della responsabilità; il che spiega la
popolarità di tutti i regimi autoritari (è la tesi di Eric
Fromm in Fuga dalla libertà); esiste una "servitù
volontaria", diceva già La Boétie». La complicità di coloro
che si sono abbandonati alla servitù volontaria non è stata e
non è sempre astratta e teorica. Il semplice fatto di
accettare e/o riprendere una propaganda destinata a nascondere
la verità sfiorava e sfiora comunque la complicità attiva.
Perché la pubblicità è l'unico modo - anche se non sempre
efficace, come ha recentemente dimostrato la tragedia del
Rwanda - di combattere i crimini di massa com-messi in segreto,
lontano da sguardi indiscreti ... Jean Ellenstein ha
definito il fenomeno stalinista un misto di tirannide greca e
di dispotismo orientale. La formula è sedu-cente, ma non rende
il carattere moderno di quest'esperienza e la sua portata
totalitaria, diversa dalle precedenti forme storiche di
dittatura. Un rapido esame comparativo permetterà di
comprenderne meglio la natura. Si potrebbe incominciare
ricordando la tradizione russa dell'oppressione. I bolscevichi
combattevano il regime terrorista dello zar, che però
impallidisce di fronte agli orrori del bolscevismo al potere.
I prigionieri politici dello zar avevano diritto ad un vero e
proprio sistema giudiziario, dove la difesa poteva esprimersi
al pari, se non meglio, dell'accusa, prendendo a testimone
l'opinione pubblica nazionale, inesistente nel regime
comunista, e soprattutto quella internazionale. I prigionieri
e i condannati godevano di un regolamento carcerario, e le
condizioni di reclusione e persino di deportazione erano
relativamente leggere. I deportati potevano partire con la
famiglia, leggere e scrivere ciò che desideravano, andare a
caccia e pesca ed incontrarsi liberamente con i compagni di
sventura. Lenin e Stalin l'avevano sperimentato di persona.
Persino le Memorie da una casa di morti di Dostoevskij,
che tanto colpirono l'opinione pubblica al momento della
pubblicazione, sembrano ben poca cosa in confronto agli orrori
del comunismo ... I metodi adoperati da Lenin e sistematizzati
da Stalin e dai loro seguaci non soltanto ricordano quelli
nazisti, ma molto spesso ne sono il precorrimento. A questo
proposito Rudolf Höss, incaricato di creare il campo di
Auschwitz, che sarebbe poi stato chiamato a dirigere, ricorda
significativamente che la direzione della Sicurezza aveva
fatto pervenire ai comandanti dei campi una documentazione
dettagliata sui campi di concentramento russi, in cui, sulla
base delle testimonianze degli evasi, erano descritte nei
minimi particolari le condizioni che vi vigevano, ed emergeva
come i russi annientassero intere popolazioni impiegandole nei
lavori forzati [R. HÖSS, Comandante ad Auschwitz,
Einaudi 1997] ... Già alla fine degli anni Venti la GPU (nuovo
nome della Ceka) inaugurò il metodo delle quote: ogni regione,
ogni distretto doveva arrestare, deportare o fucilare una
determinata percentuale di persone appartenenti a classi
sociali nemiche. Queste percentuali erano fissate dalla
direzione centrale del Partito. La follia pianificatrice e la
mania statistica non si sono limitate all'economia, ma hanno
imperversato anche nell'ambito del terrore. Fin dal 1920, con
la vittoria dell'Armata rossa su quella bianca, in Crimea, si
adottarono metodi statistici, se non addirittura sociologici:
le vittime vengono selezionate secondo criteri precisi,
stabiliti sulla base di questionari ai quali nessuno può
sottrarsi. Gli stessi metodi sociologici saranno utilizzati
dai sovietici per organizzare le deportazioni e le
eliminazioni di massa negli Stati Baltici e nella Polonia
occupata nel 1939-1941. Il trasporto dei deportati sui carri
bestiame ha dato luogo ad aberrazioni del tutto analoghe a
quelle naziste: nel 1943-1944, in piena guerra, Stalin ha
distolto dal fronte migliaia di vagoni e centinaia di migliaia
di uomini delle truppe speciali dell'NKVD per provvedere alla
deportazione delle popolazioni del Caucaso nel giro di
pochissimi giorni. Questa logica genocida - che, per
riprendere il codice penale francese, consiste nella
«distruzione totale o parziale di un gruppo nazionale, etnico,
razziale o religioso, o di un gruppo determinato sulla base di
qualsiasi altro criterio arbitrario» - applicata dal potere
comunista a gruppi individuati come nemici, a porzioni della
sua stessa società, è stata portata al parossismo da Pol Pot e
dai suoi khmer rossi ... Ogni volta si colpiscono non
tanto degli individui, quanto dei gruppi. Il terrore ha lo
scopo di sterminare un gruppo individuato come nemico che, se
è vero che costituisce soltanto una porzione della società,
viene comunque colpito in quanto tale da una logica genocida.
I meccanismi di segregazione e di esclusione del totalitarismo
di classe presentano, quindi, una straordinaria somiglianza
con quelli del totalitarismo di razza. La futura società
nazista doveva essere costruita attorno alla razza pura, la
futura società comunista attorno ad un popolo proletario
depurato da qualsiasi scoria borghese. La rico-struzione di
queste due società venne progettata allo stesso modo, anche se
i criteri di esclusione non furono gli stessi. È quindi un
errore sostenere che il comunismo sia una dottrina
universalistica: è vero che il progetto ha una vocazione
mondiale, ma una parte dell'umanità è dichiarata indegna di
esistere, esattamente come nel nazismo. L'unica differenza
consiste nel fatto che la società comunista, invece di essere
divisa su base razziale e territoriale come quella nazista, è
stratificata in classi sociali. I misfatti leninisti,
stalinisti, maoisti e l'esperienza cambogiana pongono, quindi,
all'umanità - oltre che ai giuristi e agli storici - un nuovo
quesito: come definire il crimine che consiste nello
sterminio, per ragioni politico-ideologiche, non più di
individui o di gruppi limitati di oppositori, ma di massicce
porzioni della società? Bisogna limitarsi, come fanno i
giuristi ceki, a definire i crimini commessi durante il regime
comunista semplicemente "crimini comunisti"? O bisogna
inventare una nuova denominazione? Alcuni autori anglosassoni
la pensano in questo modo ed hanno coniato il termine
"politicidio"... Che cosa si sapeva dei crimini del
comunismo?
Che cosa si voleva saperne? Perché si è
dovuta aspettare la fine del secolo affinché questo tema
potesse diventare oggetto di un'indagine scientifica? ... Le
ragioni di questo occultamento sono molte-plici e complesse.
Innanzitutto, la classica e costante volontà dei carnefici di
far scomparire le tracce dei loro crimini e di giustificare
ciò che non potevano nascondere.
Il "rapporto segreto" di
Hruscev del 1956, che ha costituito la prima ammissione dei
crimini da parte dei dirigenti comunisti stessi, rimane
comunque la confessione di un carnefice che tenta allo stesso
tempo di mascherare e coprire i PROPRI crimini - come capo del
Partito comunista ukraino al culmine del terrore -
attribuendoli unicamente a Stalin e giustificandosi con la
scusa dell'obbedienza agli ordini;
di occultarne la maggior parte (parla soltanto delle vittime comuniste, molto
meno numerose delle altre); di minimizzarli (li definisce "abusi
commessi durante il regime di Stalin"); e infine di
giustificare la continuità del sistema con gli stessi
principî, le stesse strutture e gli stessi uomini ... Quando
non riuscivano a nascondere certe verità - la pratica della
fucila-zione, i campi di concentramento, le carestie indotte -
i carnefici si ingegnavano a giustificare i fatti,
falsificandoli grossolanamente. Dopo aver rivendicato il
Terrore, ne fecero l'allegoria della rivoluzione: «quando si
taglia la foresta, i trucioli volano», o «non si può fare la
frittata senza rompere le uova». Slogan, quest'ultimo, al
quale Vladimir Bukovskij controbatteva di aver visto le uova
rotte, ma di non aver mai assaggiato la frittata. Il massimo
dell'aberrazione fu probabilmente raggiunto con lo
stravolgimento del linguaggio. Grazie alla magia del
vocabolario, il sistema dei campi di concentramento divenne
un'opera di rieducazione e i carnefici educatori impegnati a
trasformare gli uomini della vecchia società in "uomini
nuovi". Gli zek - termine che indica i prigionieri dei
campi di concentramento sovietici - erano "pregati" con la
forza di credere in un sistema che li asserviva. In Cina il
prigioniero del campo di concentramento è chiamato "studente":
deve studiare il pensiero giusto del Partito e correggere il
proprio pensiero sbagliato ... Nell'ambito di queste
operazioni di contropropaganda alcuni "intellettuali" si sono
letteralmente prostituiti. Nel 1928 Gor'kij accettò di andare
in «escursione» nelle isole Soloveckie, il campo di
concentramento sperimentale dal quale nascerà, per "metastasi"
(Solzenicyn) il sistema del gulag. Dall'esperienza nacque un
libro in lode di Soloveckie e del governo sovietico. Uno
scrittore francese, Henri Barbusse, premio Goncourt 1916, non
esitò, dietro pagamento, ad incensare il regime stalinista
pubblicando nel 1928 un libro sulla «meravigliosa Georgia» -
dove, nel 1921, Stalin ed il suo accolito Ordzonikidze si
erano dati ad una vera e propria carneficina e dove Berija,
capo dell'NKVD, si distingueva per il suo sadico
machiavellismo - e nel 1935 la prima biografia ufficiosa di
Stalin. Più tardi, Maria Antonietta Macciocchi ha tessuto le
lodi di Mao e recentemente Danielle Mitterand ha fatto lo
stesso con Fidel Castro. Cupidigia, debolezza, vanità,
attrazione per la forza e la vio-lenza, passione
rivoluzionaria: qualunque sia la motivazione, le dittature
totalitarie hanno sempre trovato gli adulatori di cui avevano
bisogno, e la dittatura comunista non ha fatto eccezione
... L'ultima ragione dell'occultamento è più sottile e più
delicata da esprimere. Dopo il 1945 il genocidio degli ebrei è
apparso come il paradigma della barbarie moderna, fino a
monopolizzare lo spazio riservato alla percezione del terrore
di massa nel XX secolo. Dopo avere negato in un primo tempo la
specificità della persecuzione degli ebrei da parte dei
nazisti, i comunisti hanno capito quanto un simile
riconoscimento da parte loro potesse servire a riattivare
l'antifascismo. Da allora, a qualsiasi proposito e spesso
anche a sproposito, non si è più smesso di agitare lo spettro
della «bestia immonda, il cui ventre è sempre fecondo»,
secondo il famoso slogan di Bertolt Brecht. Più recentemente,
il fatto di aver messo in evidenza la singolarità del
genocidio degli ebrei, sottolineandone l'eccezionale atrocità,
ha impedito di percepire altre realtà dello stesso tipo nel
mondo comunista. E poi, come si poteva immaginare che coloro
che con la loro vittoria avevano contribuito a distruggere un
sistema genocida potessero a loro volta adottare quei
metodi? O magari esserne i padri morali? La risposta più comune fu il rifiuto di ammettere
un simile paradosso. |