Nikolaj Lenin [pseudonimo di Vladimir Il'ic Ul'janov], a sinistra, e Iosif Stalin [pseudonimo di Iosif Vissarionovic Dzugasvili], l'uno fondatore e l'altro consolidatore del "paradiso del proletariato" sovietico - clicca per ingrandire
Stalin's Biography
M. Messeri Marx
Mass Terror 1
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Stalin e gli Ebrei 1
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Termidoro e antisem.
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... l'iconografia ufficiale da cui emerge il viso "bonaccione" e "pulito" del padre "morale" del proletariato internazionale, Lenin
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Potsdam, 1945: Churchill (quello che sembra una foca), Trumann (in mezzo) e Stalin hanno appena decretato il genocidio dei Prussiani e cinquant'anni di martirio per l'Europa Orientale - clicca per ingrandire
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 Leninismo e stalinismo: un'introduzione generale
Brani tratti da AA.VV., Il Libro Nero del comunismo, Milano 1998, pp. 12ss.
 
 

Pieter BRUEGEL il Vecchio, Il Trionfo della Morte, 1562

 

Nota introduttiva
incipit nostro

... L'approccio agli orrori del comunismo, tentato nelle svariate pagine di cui si compone questa "Galleria degli Orrori", ci ha posti di fronte ad un dilemma: o ridurre drasticamente la quantità dei riferimenti web, o "aprire le porte", per così dire, ad un certo numero di siti più o meno estremisti che qua e là contengono notizie, immagini e pamphlets sull'oggetto che ci interessa. Purtroppo, peraltro, con immense appendici di materiale a noi del tutto estraneo, per non dire antitetico. Ma anche a volerci "turare il naso", indubbiamente, saremmo stati pur sempre esposti a comode insinuazioni di "affinità ideologica", "ammiccamenti", "pubblicità tacita" e via discorrendo con tali aree. D'altro canto, se si eccettuano determinati siti istituzionali dell'Est Europa, più il database dell'Università di Yale, di fatto è dato trovare ben poco sull'argomento, in una rete internet che pur dovrebbe essere "globale" e senza restrizioni. La scelta di creare dal nulla questa prima area informatica nasce quindi dall'esigenza, improcrastinabile, di una riflessione senza veli che investa a 360 gradi un cancro storico tuttora radicato nella società e nelle istituzioni, ma giudicandolo e condannandolo in nome degli ideali liberali e democratici, e non - come per primi vorrebbero gli stessi comunisti, per potersi ammantare delle vesti di perseguitati - sulla base di vaghi remakes nazifascisti, sacello magico che mai come in questi ultimi quindici anni (e forse non a caso) viene riesumato quotidianamente a controprova di legittimazione politica e morale, quasi un continuo richiamo al passato per non dover affrontare la catastrofe ben più reale del contemporaneo. Solo in questo modo sarà possibile strappare l'eterno alibi dell'«ideale umanitario» a chi se ne serve quotidianamente per garantirsi prestigio ed impunità morale (se non giuridica), solo così si potrà sperare, una volta per tutte, di schiacciare sotto la lapide della Storia TUTTE le nefandezze ideologiche che hanno marchiato a sangue le carni degli ultimi due secoli, ma senza conceder loro - giacché non ne hanno né diritto né dignità - alcun "onore delle armi", od alcun compiacente armistizio.

_______________________________________________

... «
Il fatto che tante persone abbiano effettivamente "mandato giù" [la Grande purga] fu probabilmente uno dei fattori che resero possibile l'intera purga. I processi, in parti-colare, avrebbero riscosso scarso interesse se non fossero stati convalidati da alcuni commentatori stranieri, e dunque "indipendenti". Questi ultimi devono essere considerati corre-sponsabili, almeno in piccola parte, di tali omicidi politici o, in ogni caso, del fatto che essi si siano rinnovati dopo che la prima operazione, il processo Zinov'ev [nel 1936], ebbe beneficiato di un credito ingiustificato» (così Robert CONQUEST, La Grande purge, in "Preuves", febbraio - marzo 1969) ...

Se si giudica con questo metro la complicità morale e intellettuale di un certo numero di non comunisti, che cosa si dovrebbe dire della complicità dei comunisti? Non ci pare di ricordare che Louis Aragon si sia mai pubblicamente pentito di aver auspicato, in una poesia del 1931, la creazione di una polizia politica comunista in Francia, anche se a tratti è sembrato che criticasse il periodo staliniano. Joseph Berger, un ex dirigente del Comintern che è stato "purgato" ed ha conosciuto il campo di concentramento, cita la lettera scrittagli da una ex deportata in un gulag, che rimase membro del Partito dopo aver riacquistato la libertà:
«I comunisti della mia generazione hanno accettato l'autorità di Stalin. Hanno approvato i suoi crimini. Ciò è vero non soltanto per i comunisti sovietici, ma anche per quelli del resto del mondo, e questa macchia ci bolla individualmente e collettivamente. Possiamo cancellarla soltanto facendo in modo che non accada mai più nulla di simile. Che cosa è successo? Avevamo perso il senno o adesso siamo dei traditori del comunismo? La verità è che tutti, compresi quanti erano più vicini a Stalin, abbiamo fatto dei crimini il contrario di quelli che erano. Li abbiamo cioè considerati importanti contributi alla vittoria del socialismo. Abbiamo creduto che tutto ciò che consolidava la potenza politica del Partito comunista in Unione Sovietica e nel mondo fosse una vittoria per il socialismo. Non abbiamo mai considerato che all'interno del comunismo potesse esserci conflitto fra la politica e l'etica».
Berger, dal canto suo, attenua l'affermazione: «Ritengo che se si può condannare il comportamento di quanti hanno accettato la politica di Stalin, il che non fu il caso di tutti i comunisti, è più difficile rimproverare loro di non avere impedito questi stessi crimini. Credere che uomini, pur appartenenti alle alte sfere del potere, potessero contestare i suoi piani significa non avere capito nulla del suo dispotismo bizantino».
Ma Berger ha la scusante di essersi trovato nell'URSS, e di essere stato quindi afferrato dalla macchina infernale a cui non poté sfuggire. Ma perché i comunisti dell'Europa occidentale, che dovettero subire direttamente l'NKVD (una sorta di ministero sovietico che aveva alle dipendenze la polizia politica), hanno continuato a tessere le lodi del sistema e del suo capo? Doveva essere ben potente il filtro magico che confezionava! ... Una prima risposta a questo paradosso viene da Tzvetan Todorov:
«Chi vive in una democrazia occidentale vorrebbe credere che il totalitarismo sia interamente estraneo alle normali aspirazioni umane. Ma, se così fosse, non si sarebbe mantenuto tanto a lungo, attirando tanti individui nella sua orbita. Al contrario, esso è una macchina di temibile efficacia. L'ideologia comunista propone l'immagine di una società migliore e ci incita ad aspirarvi: il desiderio di trasformare il mondo in nome di un ideale non è forse parte integrante dell'identità umana? ... Per di più, la società comunista priva l'individuo delle sue respon-sabilità: sono sempre "loro" a decidere. E la responsabilità è un fardello spesso pesante da portare. ... L'attrazione per il sistema totalitario, inconsciamente provata da moltissimi individui, deriva da una certa paura della libertà e della responsabilità; il che spiega la popolarità di tutti i regimi autoritari (è la tesi di Eric Fromm in Fuga dalla libertà); esiste una "servitù volontaria", diceva già La Boétie».
La complicità di coloro che si sono abbandonati alla servitù volontaria non è stata e non è sempre astratta e teorica. Il semplice fatto di accettare e/o riprendere una propaganda destinata a nascondere la verità sfiorava e sfiora comunque la complicità attiva. Perché la pubblicità è l'unico modo - anche se non sempre efficace, come ha recentemente dimostrato la tragedia del Rwanda - di combattere i crimini di massa com-messi in segreto, lontano da sguardi indiscreti ...
Jean Ellenstein ha definito il fenomeno stalinista un misto di tirannide greca e di dispotismo orientale. La formula è sedu-cente, ma non rende il carattere moderno di quest'esperienza e la sua portata totalitaria, diversa dalle precedenti forme storiche di dittatura. Un rapido esame comparativo permetterà di comprenderne meglio la natura. Si potrebbe incominciare ricordando la tradizione russa dell'oppressione. I bolscevichi combattevano il regime terrorista dello zar, che però impallidisce di fronte agli orrori del bolscevismo al potere. I prigionieri politici dello zar avevano diritto ad un vero e proprio sistema giudiziario, dove la difesa poteva esprimersi al pari, se non meglio, dell'accusa, prendendo a testimone l'opinione pubblica nazionale, inesistente nel regime comunista, e soprattutto quella internazionale. I prigionieri e i condannati godevano di un regolamento carcerario, e le condizioni di reclusione e persino di deportazione erano relativamente leggere. I deportati potevano partire con la famiglia, leggere e scrivere ciò che desideravano, andare a caccia e pesca ed incontrarsi liberamente con i compagni di sventura. Lenin e Stalin l'avevano sperimentato di persona. Persino le Memorie da una casa di morti di Dostoevskij, che tanto colpirono l'opinione pubblica al momento della pubblicazione, sembrano ben poca cosa in confronto agli orrori del comunismo ... I metodi adoperati da Lenin e sistematizzati da Stalin e dai loro seguaci non soltanto ricordano quelli nazisti, ma molto spesso ne sono il precorrimento. A questo proposito Rudolf Höss, incaricato di creare il campo di Auschwitz, che sarebbe poi stato chiamato a dirigere, ricorda significativamente che la direzione della Sicurezza aveva fatto pervenire ai comandanti dei campi una documentazione dettagliata sui campi di concentramento russi, in cui, sulla base delle testimonianze degli evasi, erano descritte nei minimi particolari le condizioni che vi vigevano, ed emergeva come i russi annientassero intere popolazioni impiegandole nei lavori forzati [R. HÖSS, Comandante ad Auschwitz, Einaudi 1997] ... Già alla fine degli anni Venti la GPU (nuovo nome della Ceka) inaugurò il metodo delle quote: ogni regione, ogni distretto doveva arrestare, deportare o fucilare una determinata percentuale di persone appartenenti a classi sociali nemiche. Queste percentuali erano fissate dalla direzione centrale del Partito. La follia pianificatrice e la mania statistica non si sono limitate all'economia, ma hanno imperversato anche nell'ambito del terrore. Fin dal 1920, con la vittoria dell'Armata rossa su quella bianca, in Crimea, si adottarono metodi statistici, se non addirittura sociologici: le vittime vengono selezionate secondo criteri precisi, stabiliti sulla base di questionari ai quali nessuno può sottrarsi. Gli stessi metodi sociologici saranno utilizzati dai sovietici per organizzare le deportazioni e le eliminazioni di massa negli Stati Baltici e nella Polonia occupata nel 1939-1941. Il trasporto dei deportati sui carri bestiame ha dato luogo ad aberrazioni del tutto analoghe a quelle naziste: nel 1943-1944, in piena guerra, Stalin ha distolto dal fronte migliaia di vagoni e centinaia di migliaia di uomini delle truppe speciali dell'NKVD per provvedere alla deportazione delle popolazioni del Caucaso nel giro di pochissimi giorni. Questa logica genocida - che, per riprendere il codice penale francese, consiste nella «distruzione totale o parziale di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, o di un gruppo determinato sulla base di qualsiasi altro criterio arbitrario» - applicata dal potere comunista a gruppi individuati come nemici, a porzioni della sua stessa società, è stata portata al parossismo da Pol Pot e dai suoi khmer rossi ...
Ogni volta si colpiscono non tanto degli individui, quanto dei gruppi. Il terrore ha lo scopo di sterminare un gruppo individuato come nemico che, se è vero che costituisce soltanto una porzione della società, viene comunque colpito in quanto tale da una logica genocida. I meccanismi di segregazione e di esclusione del totalitarismo di classe presentano, quindi, una straordinaria somiglianza con quelli del totalitarismo di razza. La futura società nazista doveva essere costruita attorno alla razza pura, la futura società comunista attorno ad un popolo proletario depurato da qualsiasi scoria borghese. La rico-struzione di queste due società venne progettata allo stesso modo, anche se i criteri di esclusione non furono gli stessi. È quindi un errore sostenere che il comunismo sia una dottrina universalistica: è vero che il progetto ha una vocazione mondiale, ma una parte dell'umanità è dichiarata indegna di esistere, esattamente come nel nazismo. L'unica differenza consiste nel fatto che la società comunista, invece di essere divisa su base razziale e territoriale come quella nazista, è stratificata in classi sociali. I misfatti leninisti, stalinisti, maoisti e l'esperienza cambogiana pongono, quindi, all'umanità - oltre che ai giuristi e agli storici - un nuovo quesito: come definire il crimine che consiste nello sterminio, per ragioni politico-ideologiche, non più di individui o di gruppi limitati di oppositori, ma di massicce porzioni della società? Bisogna limitarsi, come fanno i giuristi ceki, a definire i crimini commessi durante il regime comunista semplicemente "crimini comunisti"? O bisogna inventare una nuova denominazione? Alcuni autori anglosassoni la pensano in questo modo ed hanno coniato il termine "politicidio"...
Che cosa si sapeva dei crimini del comunismo?
Che cosa si voleva saperne? Perché si è dovuta aspettare la fine del secolo affinché questo tema potesse diventare oggetto di un'indagine scientifica? ... Le ragioni di questo occultamento sono molte-plici e complesse. Innanzitutto, la classica e costante volontà dei carnefici di far scomparire le tracce dei loro crimini e di giustificare ciò che non potevano nascondere. Il "rapporto segreto" di Hruscev del 1956, che ha costituito la prima ammissione dei crimini da parte dei dirigenti comunisti stessi, rimane comunque la confessione di un carnefice che tenta allo stesso tempo di mascherare e coprire i PROPRI crimini - come capo del Partito comunista ukraino al culmine del terrore - attribuendoli unicamente a Stalin e giustificandosi con la scusa dell'obbedienza agli ordini; di occultarne la maggior parte (parla soltanto delle vittime comuniste, molto meno numerose delle altre); di minimizzarli (li definisce "abusi commessi durante il regime di Stalin"); e infine di giustificare la continuità del sistema con gli stessi principî, le stesse strutture e gli stessi uomini ... Quando non riuscivano a nascondere certe verità - la pratica della fucila-zione, i campi di concentramento, le carestie indotte - i carnefici si ingegnavano a giustificare i fatti, falsificandoli grossolanamente. Dopo aver rivendicato il Terrore, ne fecero l'allegoria della rivoluzione: «quando si taglia la foresta, i trucioli volano», o «non si può fare la frittata senza rompere le uova». Slogan, quest'ultimo, al quale Vladimir Bukovskij controbatteva di aver visto le uova rotte, ma di non aver mai assaggiato la frittata. Il massimo dell'aberrazione fu probabilmente raggiunto con lo stravolgimento del linguaggio. Grazie alla magia del vocabolario, il sistema dei campi di concentramento divenne un'opera di rieducazione e i carnefici educatori impegnati a trasformare gli uomini della vecchia società in "uomini nuovi". Gli zek - termine che indica i prigionieri dei campi di concentramento sovietici - erano "pregati" con la forza di credere in un sistema che li asserviva. In Cina il prigioniero del campo di concentramento è chiamato "studente": deve studiare il pensiero giusto del Partito e correggere il proprio pensiero sbagliato ...
Nell'ambito di queste operazioni di contropropaganda alcuni "intellettuali" si sono letteralmente prostituiti. Nel 1928 Gor'kij accettò di andare in «escursione» nelle isole Soloveckie, il campo di concentramento sperimentale dal quale nascerà, per "metastasi" (Solzenicyn) il sistema del gulag. Dall'esperienza nacque un libro in lode di Soloveckie e del governo sovietico. Uno scrittore francese, Henri Barbusse, premio Goncourt 1916, non esitò, dietro pagamento, ad incensare il regime stalinista pubblicando nel 1928 un libro sulla «meravigliosa Georgia» - dove, nel 1921, Stalin ed il suo accolito Ordzonikidze si erano dati ad una vera e propria carneficina e dove Berija, capo dell'NKVD, si distingueva per il suo sadico machiavellismo - e nel 1935 la prima biografia ufficiosa di Stalin. Più tardi, Maria Antonietta Macciocchi ha tessuto le lodi di Mao e recentemente Danielle Mitterand ha fatto lo stesso con Fidel Castro.
Cupidigia, debolezza, vanità, attrazione per la forza e la vio-lenza, passione rivoluzionaria: qualunque sia la motivazione, le dittature totalitarie hanno sempre trovato gli adulatori di cui avevano bisogno, e la dittatura comunista non ha fatto eccezione ...
L'ultima ragione dell'occultamento è più sottile e più delicata da esprimere. Dopo il 1945 il genocidio degli ebrei è apparso come il paradigma della barbarie moderna, fino a monopolizzare lo spazio riservato alla percezione del terrore di massa nel XX secolo. Dopo avere negato in un primo tempo la specificità della persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti, i comunisti hanno capito quanto un simile riconoscimento da parte loro potesse servire a riattivare l'antifascismo. Da allora, a qualsiasi proposito e spesso anche a sproposito, non si è più smesso di agitare lo spettro della «bestia immonda, il cui ventre è sempre fecondo», secondo il famoso slogan di Bertolt Brecht. Più recentemente, il fatto di aver messo in evidenza la singolarità del genocidio degli ebrei, sottolineandone l'eccezionale atrocità, ha impedito di percepire altre realtà dello stesso tipo nel mondo comunista. E poi, come si poteva immaginare che coloro che con la loro vittoria avevano contribuito a distruggere un sistema genocida potessero a loro volta adottare quei metodi? O magari esserne i padri morali?
La risposta più comune fu il rifiuto di ammettere un simile paradosso.

 
 
Approfondimenti ...

Libertà di circolazione e pianificazione stanziale nell'Unione Sovietica

Il 27 dicembre 1932 il CIK e l'SNK dell'URSS approvarono una risoluzione che introduceva nel paese il sistema dei passaporti (che esistevano già nell'Impero Russo, ma erano stati aboliti nel 1918 con uno dei primi decreti dei bolscevichi). Unico documento certificante l'identità del cittadino sovietico diventava così il passaporto, rilasciato a chi aveva raggiunto i 16 anni di età. Il provvedimento era motivato con la necessità di "migliorare il computo della popolazione" e di "alleggerire" le città "delle persone non legate alla produzione e al lavoro negli enti e nelle scuole e non occupate in un lavoro socialmente utile… anche allo scopo di ripulire questi centri abitati dai kulak e dagli altri elementi criminali e antisociali che volessero nascondervisi…" Per "kulak" si intendevano i contadini che nelle città cercavano scampo alle conseguenze della collettivizzazione e della carestia, e "alleggerire" le città significava trasferirne forzatamente alcuni abitanti nei luoghi dove scarseggiava la mano d'opera.
La principale peculiarità del sistema inaugurato nel 1932 fu il fatto che il passaporto era introdotto solo per gli abitanti delle città, dei borghi operai, dei sovchoz (i funzionari dell'NKVD e i militari dell'Armata Rossa invece dei passaporti utilizzavano dei tesserini di servizio). I kolchoziani, in quanto formalmente membri di cooperative agricole volontarie (a differenza dei lavoratori dei sovchoz, che erano dipendenti statali), erano privi di passaporto, e con ciò stesso restavano legati al loro luogo di residenza, al loro kolchoz. Il soggiorno senza passaporto in una città, secondo il punto 11 della Risoluzione, era punito con una multa fino a 100 rubli e con "l'allontanamento per disposizione degli organi della milizia". Una seconda violazione comportava la responsabilità penale, ovvero fino a sei mesi di lavori forzati. Il 1° luglio 1934 nel Codice penale della RSFSR fu introdotto l'articolo 192a, che per il soggiorno senza passaporto prevedeva una pena detentiva fino a due anni.
Gli abitanti delle città "muniti di passaporto" potevano spostarsi nel paese, ma la scelta della residenza era limitata dall’obbligo della "propiska", una procedura di registrazione del cittadino nel luogo di residenza fissa o temporanea, annotata sul passaporto. In caso di trasferimento in un nuovo luogo di residenza, o di cambiamento di indirizzo all'interno di un centro abitato, il passaporto doveva essere consegnato per la "propiska" entro 24 ore. Questo sistema di registrazione era regolato da istruzioni interne, spesso segrete, che imponevano limitazioni al soggiorno di alcune categorie di cittadini (ex detenuti, confinati, emigranti, stranieri) in diverse città e regioni dell'URSS.
Nel contempo il passaporto divenne un documento indispensabile per essere assunti in un posto di lavoro. In tal modo passaporto interno e "propiska" erano un potente strumento per regolarizzare la distribuzione dei cittadini sul territorio dell'URSS e per facilitarne il controllo. Il meccanismo delle indagini poliziesche fu reso più semplice dalla creazione di un "sistema investigativo pansovietico" tramite una rete di "uffici passaporti", appositi centri creati presso gli organi della milizia (così, nel 1937 l'NKVD sfruttò la procedura dell'«applicazione delle fotografie sui passaporti» per un ulteriore controllo dei cittadini e per individuare potenziali "spie e sabotatori").
All'inizio il passaporto interno fu introdotto a Mosca, Leningrado, Char'kov, Kiev, Minsk, Rostov sul Don, Vladivostok, ma nel corso del 1933 fu esteso a tutto il territorio dell'URSS. Negli anni '30 il sistema dei passaporti si arricchì di nuovi elementi, che restrinsero ulteriormente i diritti dei cittadini: per esempio dal 1938 il rigo relativo alla "nazionalità" non venne più compilato in base alle dichiarazioni dell'interessato, ma secondo i documenti d'archivio sull'origine dei genitori, il che consentiva di determinare l'appartenenza del soggetto a una nazione "poco affidabile". Anche negli anni successivi questo sistema fu ripetutamente integrato e perfezionato (1940, 1974), e fino alla fine degli anni '80 fu utilizzato dalle autorità per limitare i diritti costituzionali dei cittadini. In forma mutata il sistema del passaporto interno esiste anche nella Russia post-sovietica, ma il meccanismo della "propiska" ha perso (in base alla Costituzione) carattere vincolante. Tuttavia in alcune regioni, per esempio a Mosca, sono tuttora in vigore delle limitazioni anticostituzionali, che rendono difficile il trasferimento nella capitale.


Fonti: K. Ljubarskij, Pasportnaja sistema i sistema propiski v Rossii, "Rossijskij bjulleten' po pravam čeloveka", 1994, 2, pp. 14-24.

V.P. Popov, Pasportnaja sistema v SSSR (1932-1976 gg.), "Sociologičeskie issledovanija", 1995, 9, pp. 3-13.

 
 
Approfondimenti ...

ONORE E GLORIA AL COMPAGNO STALIN, ORA E SEMPRE (2003)




[Tratto da Indymediaitalia]


E per la gioia dei vari necrofili contemporanei ... STALIN - Immagini ufficiali del maggior assassino politico del XX secolo:

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