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L'ombra dell'NKVD in Spagna
... Il 17 luglio 1936 i militari spagnoli del
Marocco, guidati dal generale Franco, insorsero contro il
governo repubblicano. Il giorno dopo la ribellione si estese
al continente. Il 19 fu fermata in numerose città (Madrid,
Barcellona, Valencia, Bilbao) dallo sciopero generale e dalla
mobilitazione popolare. Da mesi il paese era sull'orlo della
guerra civile. Il 16 febbraio di quell'anno il Fronte Popolare
aveva vinto le elezioni con un margine molto ristretto: la
destra aveva raccolto 3 milioni 997.000 voti (132 deputati),
il centro 449.000 e il Fronte Popolare 4 milioni 700.000 (267
deputati) ... I 16 eletti del PCE [Partito comunista español;
ndr] costituivano una rappresentanza molto superiore alle
reali forze del Partito, che aveva 40.000 iscritti ufficiali,
ma in realtà contava probabilmente su poco più di 10.000
militanti alla guida di una serie di organizzazioni satellite
con un totale di oltre 100.000 iscritti. (...) Nel 1936
Ercoli (pseudonimo di
Palmiro Togliatti), uno dei
membri della Direzione del Comintern, precisò le
caratteristiche originali della guerra civile, definendola
«guerra nazionale rivoluzionaria». Egli riteneva che la
rivoluzione spagnola, popolare, nazionale e antifascista,
imponesse nuovi doveri ai comunisti: «Il popolo spagnolo
risolve i problemi della rivoluzione borghese democratica in
maniera nuova». Ben presto individuò i nemici di questa
concezione della rivoluzione spagnola: i dirigenti
repubblicani, e «anche quelli del Partito socialista», gli
«elementi che, con il pretesto dei principî dell'anarchia,
minano la coesione e l'unità del Fronte Popolare con prematuri
progetti di "collettivizzazione" forzata». Fissò un obiettivo:
l'egemonia comunista realizzabile grazie a «un fronte unico
tra i Partiti socialista e comunista, la creazione di
un'organizzazione unica della gioventù lavoratrice, la
creazione di un Partito unico del proletariato in Catalogna
[il PSUC], la trasformazione dello stesso Partito comunista in
un grande partito di massa». Nel giugno 1937 Dolores Ibárruri,
la comunista spagnola detta «Pasionaria» e famosa per i suoi
appelli alla resistenza, propose un nuovo obiettivo: «una
repubblica democratica e parlamentare di un tipo nuovo».
(...) Appena Stalin ebbe deciso che il terreno spagnolo
offriva buone possibilità all'URSS e che era utile
intervenirvi, Mosca mandò in Spagna un nutrito contingente di
quadri alle dipendenze di organismi assai diversi. (...)
Parallelamente Mosca inviò in Spagna anche un folto
contingente di agenti dei servizi segreti: V. A. Antonov
Ovseenko, che aveva guidato l'assalto contro il Palazzo
d'Inverno a Pietrogrado nell'ottobre 1917, sbarcò a Barcellona
il 1° ottobre 1936; Aleksandr Orlov (che in realtà si chiamava
L. Feldbin), responsabile dell'NKVD in Spagna; il polacco
Arthur Stachevsky, ex ufficiale dell'Armata rossa diventato
addetto commerciale; il generale Jan Berzin, capo dei servizi
segreti dell'Armata rossa; Mihail Kol'cov, redattore della "Pravda"
e portavoce occulto di Stalin, che prese alloggio al Ministero
della Guerra. Anche Leonid Ejtingon, comandante delle forze
della Sicurezza di Stato (NKVD) e Pavel Sodoplatov, suo
sottoposto, andarono a Barcellona; Ejtingon fu responsabile
delle operazioni terroristiche dal 1936, perché Sudoplatov
arrivò solo nel 1938. In breve, non appena decise di
intervenire in Spagna, Stalin vi concentrò un intero Stato
maggiore in grado di agire in modo concertato in molti campi
diversi. Pare che nella notte del 14 settembre 1936 Jagoda,
capo dell'NKVD, avesse indetto alla Lubjanka, a Mosca, una
riunione di coordinamento di tutti gli interventi comunisti in
Spagna. Gli obiettivi erano sia combattere i franchisti e gli
agenti tedeschi o italiani sia sorvegliare, controllare e
mettere in condizioni di non nuocere gli avversari dei
comunisti e dell'URSS all'interno del fronte repubblicano.
(...) In un primo tempo, da settembre a dicembre 1936, la
persecuzione degli oppositori non fu sistematica. Solo a poco
a poco l'NKVD stabilì dei veri e propri piani di repressione
contro le altre forze politiche della Repubblica. Fra i primi
ad essere presi di mira ci furono i socialdemocratici, gli
anarco-sindacalisti, i trotzkisti, i comunisti eterodossi o
che manifestavano opinioni politiche dissidenti. Molti di
questi "nemici" erano effettivamente critici nei confronti dei
comunisti, di cui contestavano le mire egemoniche e
l'allineamento con l'URSS. Ovviamente, come sempre succede
nelle situazioni di questo tipo, alla repressione si
mescolarono talvolta vendette personali. Agenti dalla
doppia o tripla identità applicarono metodi di polizia che
andavano da quelli più banali a quelli più sofisticati. Il
primo compito di questi poliziotti molto politici fu la
"colonizzazione"di tutti gli ingranaggi della macchina
dell'amministrazione repubblicana, dell'esercito e della
polizia. La progressiva conquista dei posti chiave e
l'infiltrazione di agenti si resero possibili grazie al fatto
che l'URSS forniva armi ai repubblicani privi di mezzi e
pretendeva in cambio contropartite politiche. Contrariamente a
quel che fecero Hitler e Mussolini con i nazionalisti, l'URSS
non faceva credito ai repubblicani e le armi dovevano esser
pagate anticipatamente con le riserve in oro della banca
centrale spagnola, che gli agenti riuscirono a fare arrivare
fino nell'URSS; ciascun carico di armi costituiva una
possibilità di ricatto che i comunisti non mancavano di
sfruttare. Julián Gorkin dà un esempio molto significativo
di questo intrico di guerra e politica: all'inizio del 1937
Largo Caballero, capo del governo spagnolo, appoggiato da
Manuel Azaña (presidente della Repubblica), aveva autorizzato
Luis Araquistain (ambasciatore a Parigi) a intavolare
trattative segrete con l'ambasciatore italiano a Londra, Dino
Grandi, e con Hjalmar Schacht, il finanziere di Hitler, sotto
la supervisione di Léon Blum e Anthony Eden, per porre fine
alla guerra. Avvertiti da Álvarez del Vayo, ministro
filocomunista degli Affari Esteri, i comunisti spagnoli
decisero, d'accordo con i principali responsabili dei servizi
sovietici, di estromettere Caballero, impedendo così qualsiasi
soluzione negoziale del conflitto basata sul ritiro dei
soldati italiani e tedeschi. (...) Il 3 maggio [1937] le
unità delle Guardie d'assalto dirette dai comunisti
attaccarono la centrale telefonica di Barcellona, controllata
dagli operai della CNT e dell'UGT. L'operazione, condotta da
Rodríguez Salas, capo della polizia e membro del PSUC, era
stata preceduta da un'intensificazione della propaganda e
delle persecuzioni (chiusura della radio del POUM e
sospensione della pubblicazione dell'organo del partito, "La
Batalla"). Il 6 maggio 5.000 agenti di polizia inquadrati da
capi comunisti arrivarono a Barcellona. Ci furono violenti
scontri tra forze comuniste e non comuniste, con quasi 500
morti e più di 1.000 feriti. Approfittando della confusione,
gli agenti dei servizi comunisti non si lasciarono sfuggire
l'occasione per eliminare gli oppositori. Il filosofo
anarchico italiano Camillo Berneri e il suo compagno Barbieri
furono sequestrati e giustiziati da un commando di 12 uomini;
i loro cadaveri crivellati di colpi furono ritrovati il giorno
dopo. Camillo Barbieri pagò, così, per il suo coraggio
politico, dopo avere scritto sul suo giornale "Guerra di
classe": «Oggi combattiamo contro Burgos [sede del comando
provvisorio franchista; ndr], domani dovremo lottare
contro Mosca per difendere le nostre libertà». Anche Alfredo
Martínes, segretario della Gioventù Libertaria di Catalogna,
il militante trotzkista Hans Freund e l'ex segretario di
Trockij, Erwin Wolf, subirono la stessa sorte. (...) Il 16
giugno 1937 Negrin mise fuori legge il POUM, il cui Comitato
esecutivo fu arrestato. Questa decisione ufficiale permise
agli agenti comunisti di agire con una parvenza di legalità,
per quanto limitata. Il giorno stesso, alle 13.00, Andrés Nin
fu fermato da alcuni poliziotti. Nessuno dei suoi compagni lo
rivide mai più, né vivo né morto. I poliziotti venuti da
Madrid, più sicuri perché nella capitale la polizia era
completamente nelle mani dei comunisti, diedero l'assalto alla
redazione della "Batalla" e a vari locali del POUM. Duecento
militanti, tra cui Julián Gorkin, Jordi Arquer, Juan Andrade,
Pedro Bonet, furono arrestati. Per giustificare a posteriori
l'eliminazione del POUM, i comunisti inventarono un presunto
tradimento e accusarono il Partito operaio [il POUM; ndr] di
spionaggio a favore dei franchisti. Il 22 giugno fu istituito
un tribunale speciale e si scatenò la propaganda: durante le
perquisizioni la polizia scoprì molto opportunamente alcuni
documenti che avvaloravano la falsa tesi dello spionaggio. Max
Rieger, giornalista allineato o pseudonimo collettivo,
raccolse queste invenzioni in un suo libro sullo spionaggio in
Spagna, che fu diffuso in tutte le lingue. Diretti da Orlov e
protetti da Vidali, Ricardo Burillo e Gerő, gli sgherri che
detenevano Andrés Nin lo torturarono senza riuscire né a
strappargli la confessione necessaria per dimostrare la
validità delle accuse rivolte contro il suo partito né a
fargli firmare la benché minima dichiarazione. A quel punto
non restava che eliminarlo e utilizzare la sua scomparsa per
screditarlo, affermando che era passato dalla parte dei
franchisti: assassinio e propaganda andavano di pari passo, ma
l'apertura degli archivi a Mosca ha permesso di confermare
quel che gli amici di Nin supponevano fin dal 1937. La
caccia all'uomo sistematica contro i traditori, trotzkisti o
altro, cominciò soltanto dopo l'attacco al POUM, il 16 e il 17
giugno. Per condurre le operazioni gli agenti sovietici
disponevano delle informazioni della polizia. Organizzarono
delle prigioni illegali e parallele, dette cekas, con
una significativa trasposizione del vecchio nome della polizia
politica sovietica, la Čeka. I nomi di questi luoghi sono
giunti fino a noi: la ceka centrale di Barcellona era
al 24 dell'Avenida Puerta de Angel, con una succursale
all'Hotel Colón in Plaza de Catalunya, poi c'erano l'ex
convento di Atocha a Madrid, Santa Ursula a Valencia, Alcalá
de Henares. Anche molte case private requisite ai proprietari
venivano usate per la detenzione, gli interrogatori e
l'esecuzione dei prigionieri. (...) Il numero di arresti è
stato stimato più o meno nello stesso modo da vari autori.
Secondo Katia Landau furono circa 15.000, di cui 1.000
appartenenti al POUM, le persone che finirono nelle prigioni
ufficiali e clandestine. Yves Lévy, che indagò sul posto,
parla di «circa 10.000 rivoluzionari, civili o soldati,
prigionieri» iscritti al POUM, alla CNT e alla FAI. Alcuni
morirono in seguito ai maltrattamenti, come Bob Smilie, il
corrispondente dell'Independent Labour Party presso il POUM, o
Manuel Maurin, fratello di Joaquín che era stato fatto
prigioniero dai franchisti ma si era salvato, nella cárcer
modelo (prigione modello) di Barcellona. Alla fine del
1937, secondo Julián Gorkin, c'erano 62 condannati a morte
nella prigione di Santa Clara. Annientato il POUM,
allontanati o neutralizzati i socialisti, rimanevano gli
anarchici. Sotto la loro influenza, nei primi mesi della
controffensiva repubblicana al pronunciamiento dei
militari, le collettività agrarie si erano moltiplicate,
soprattutto in Aragona. Alcune settimane dopo il maggio 1937
città e paesi d'Aragona furono attaccati dalle Guardie
d'assalto. Il congresso delle collettività fu rimandato e l'11
agosto fu pubblicato il decreto di scioglimento del Consiglio
d'Aragona che le controllava. Il presidente Joaquín Ascaso fu
accusato di avere rubato dei gioielli, arrestato e sostituito
da un governatore generale di nome José Ignacio Mantecon,
membro della Sinistra repubblicana e in realtà infiltrato
comunista. Si trattava di un attacco diretto alla CNT
destinato a minare le basi della sua influenza. L'11ª
divisione comandata dal comunista Enrique Lister, che aveva
già al suo attivo numerosi soprusi in Castiglia (esecuzioni di
libertari, violenze contro i contadini collettivisti), la 27ª
(detta Karl Marx, del PSUC) e la 30ª dispersero con forza le
collettività. Centinaia di libertari furono arrestati, espulsi
dai consigli comunali e sostituiti con comunisti, mentre le
terre coltivate in regime di collettivizzazione furono
restituite agli ex proprietari. L'operazione coincise con
l'annuncio di un'offensiva di vasta portata contro Saragozza,
in modo da giustificare un rastrellamento nelle retrovie in
previsione dell'offensiva. Nonostante il massacro di centinaia
di uomini, i contadini ricostituirono le collettività. In
Castiglia il famoso generale comunista "el Campesino"
(Valentin Gonzáles) guidò le operazioni contro i contadini.
Secondo César M. Lorenzo (*) la
sua crudeltà superò quella di Lister. Di nuovo furono
sterminate centinaia di contadini e furono incendiati interi
villaggi, ma la CNT rispose militarmente all'attacco e pose
fine alla spedizione del Campesino. (...)
Le Brigate Internazionali

L'eco suscitata nel mondo dalla lotta dei repubblicani era
stata tale che molti volontari decisero spontaneamente di
andare in Spagna a combattere i nazionalisti, arruolandosi
nelle milizie o nelle colonne delle organizzazioni di cui
erano simpatizzanti. Ma le Brigate internazionali in sé e per
sé furono create per iniziativa di Mosca e costituirono un
vero e proprio esercito comunista, anche se non comprendevano
solo comunisti. (...) Le Brigate ampliarono moltissimo le
loro file durante l'autunno e l'inverno 1936. Dal mondo intero
affluirono decine di migliaia di volontari, che i comunisti
non potevano certo accogliere senza controlli, perché volevano
prima di tutto evitare l'infiltrazione di agenti, franchisti,
nazisti o altro, che facessero il doppio gioco. Ma ben presto,
quando nell'URSS si scatenò il
Grande
terrore, i comunisti cominciarono a controllare
l'ortodossia di questi volontari. I servizi dei quadri dei
vari partiti comunisti furono incaricati di condurre la "lotta
contro la provocazione", di stanare cioè tutti gli elementi
dissidenti, critici, indisciplinati e si sforzarono
addirittura di controllare il reclutamento a monte, fuori
della Spagna: la polizia di Zurigo sequestrò in casa del
comunista tedesco Alfred Adolph una lista che denunciava agli
agenti sovietici in Spagna i volontari indesiderabili. In un
documento del Comitato esecutivo del Comintern risalente
all'autunno 1937 si legge che bisognava liberare le Brigate
dagli elementi politicamente ambigui, «sorvegliare la
selezione dei volontari per evitare che si insinuino nelle
Brigate agenti dei servizi segreti e spie fasciste e
trotzkiste». È sintomatico che i dossier personali di tutti i
membri delle Brigate, contenenti annotazioni politiche, si
trovino negli archivi del Comintern a Mosca. Decine di
migliaia di dossier ... Arrivato in Spagna nell'agosto 1936
come delegato del Comintern presso il governo repubblicano, il
francese André Marty, membro dell'Ufficio politico del PCF
[Parti communiste français; ndr] e segretario del Comintern,
fu il "capo" ufficiale della base di Albacete, dove
venivano organizzate le Brigate internazionali. Parallelamente
alle Brigate, i comunisti crearono il 5° reggimento comandato
da Enrique Lster, che era stato in Russia dal 1932 in poi ed
era stato addestrato all'Accademia Militare Frunze. Il numero di persone eliminate
all'interno delle Brigate è ancor oggi controverso. Alcuni si
limitano a negare la responsabilità di Martu nonostante
testimonianze inoppugnabili, altri giustificano le esecuzioni.
El Campesino avrebbe poi spiegato: «Senza dubbio fu spinto a
sbarazzarsi degli elementi pericolosi. Che ne abbia fatti
giustiziare alcuni è innegabile, ma si trattava di
individui che avevano disertato, assassinato o tradito!». La
testimonianza di Gustav Regler, che fu vicecommissario della
12ª brigata, conferma l'uso di questi metodi: durante una
battaglia nei pressi dell'Escorial, due volontari anarchici
avevano ceduto; Regler li fece arrestare e propose di mandarli
in sanatorio. Ne informò Marty, che decise di inviarli ad
Alcalá de Henares. Solo molto tempo dopo Regler venne a sapere
che non si trattava di un sanatorio, ma di una casa che
ospitava un distaccamento sovietico incaricato delle
esecuzioni. In una nota firmata di suo pugno, ritrovata negli
archivi moscoviti, Marty spiegava al Comitato centrale del PCE
[Partito comunista spagnolo; ndr]: «Mi dispiace anche che si
mandino ad Albacete le spie ed i fascisti che erano stati
mandati a Valencia per essere eliminati. Sapete
benissimo che le Brigate internazionali non possono farlo loro
stesse qui». Non ci vuole molto per immaginare che non era
affatto semplice giustiziare delle spie o dei fascisti nel bel
mezzo di una base militare; benché non si sappia a chi si
riferisse Marty con questa definizione, in ogni caso preferiva
che il lavoro sporco venisse fatto altrove da altri, il che
non diminuisce affatto la sua responsabilità morale. (...)
Il socialdemocratico Max Reventlow riferisce che, durante la
ritirata dei repubblicani che seguì allo sfondamento del
fronte verso il Mediterraneo da parte dei nazionalisti, le
Brigate portarono con sé almeno 650 prigionieri. Giunti in
Catalogna, furono internati a Horta e Castellón, due prigioni
comandate dal croato Čopić, che fece fucilare 16 dei
prigionieri appena arrivati. In queste carceri una commissione
emise delle sentenze di morte senza alcun intervento della
giustizia: in seguito all'evasione di 50 detenuti, ne furono
fucilati altri 50. Il ricorso alla tortura era frequente; il
tenente tedesco Hans Rudolph fu torturato per sei giorni: con
le braccia e le gambe spezzate e le unghie strappate, il 14
giugno 1938 fu ucciso insieme con altri sei detenuti con un
colpo di fucile alla nuca. Čopić, in seguito chiamato in
giudizio per spionaggio, si salvò grazie agli interventi del
fratello, il colonnello Vladimir Čopić, di Luigi Longo e di
André Marthy. Il deputato comunista Hans Beimler era evaso
da Dachau uccidendo un SS e, raggiunta la Spagna, aveva
partecipato all'organizzazione del Battaglione Thälmann. Fu
ucciso il 1° dicembre a Palacete. Secondo Gustav Regler,
Beimler era stato colpito da un proiettile franchista. Questa
versione dei fatti è smentita dall'amica di Beimler, Antonia
Stern, che fu privata di tutti i documenti ed espulsa dalla
Spagna e che sosteneva che Beimler aveva criticato il primo
processo di Mosca e per di più era entrato in contatto con gli
ex dirigenti del KDP, Arkadij Maslow e Ruth Fischer, animatori
di un gruppo di opposizione a Parigi. Sulla base di un
rapporto del Servicio secreto inteligente, dipartimento
speciale della polizia catalana che disponeva di informatori
nelle file comuniste, Pierre Broué propende per l'assassinio
(**).
Le Brigate internazionali attirarono molti uomini e donne
mossi da un ideale, da uno slancio di solidarietà e di
generosità per il quale erano pronti a sacrificarsi. Ancora
una volta Stalin e i suoi servizi sfruttarono cinicamente
questo slancio, prima di abbandonare al suo triste destino la
Spagna (e le Brigate): Stalin stava già preparando
l'avvicinamento a Hitler ...
**
= C. M. Lorenzo,
Les
anarchistes espagnols et le pouvoir, 1869-1969, Le Seuil 1969
** = P. Broué, Léon Sedov, fils
de Trotski, victime de Staline, Éditions ouvrières 1995, pp. 180 e 185 |