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 Spagna 1936 - 1939: dottrina e prassi di guerra civile
Brani tratti da AA.VV., Il Libro Nero del comunismo, Milano 1998, pp. 313ss.
 
 

Pieter BRUEGEL il Vecchio, Tempo di tempesta, 1565

 

L'ombra dell'NKVD in Spagna

... Il 17 luglio 1936 i militari spagnoli del Marocco, guidati dal generale Franco, insorsero contro il governo repubblicano. Il giorno dopo la ribellione si estese al continente. Il 19 fu fermata in numerose città (Madrid, Barcellona, Valencia, Bilbao) dallo sciopero generale e dalla mobilitazione popolare. Da mesi il paese era sull'orlo della guerra civile. Il 16 febbraio di quell'anno il Fronte Popolare aveva vinto le elezioni con un margine molto ristretto: la destra aveva raccolto 3 milioni 997.000 voti (132 deputati), il centro 449.000 e il Fronte Popolare 4 milioni 700.000 (267 deputati) ... I 16 eletti del PCE [Partito comunista español; ndr] costituivano una rappresentanza molto superiore alle reali forze del Partito, che aveva 40.000 iscritti ufficiali, ma in realtà contava probabilmente su poco più di 10.000 militanti alla guida di una serie di organizzazioni satellite con un totale di oltre 100.000 iscritti. (...)
Nel 1936
Ercoli (pseudonimo di Palmiro Togliatti), uno dei membri della Direzione del Comintern, precisò le caratteristiche originali della guerra civile, definendola «guerra nazionale rivoluzionaria». Egli riteneva che la rivoluzione spagnola, popolare, nazionale e antifascista, imponesse nuovi doveri ai comunisti: «Il popolo spagnolo risolve i problemi della rivoluzione borghese democratica in maniera nuova». Ben presto individuò i nemici di questa concezione della rivoluzione spagnola: i dirigenti repubblicani, e «anche quelli del Partito socialista», gli «elementi che, con il pretesto dei principî dell'anarchia, minano la coesione e l'unità del Fronte Popolare con prematuri progetti di "collettivizzazione" forzata». Fissò un obiettivo: l'egemonia comunista realizzabile grazie a «un fronte unico tra i Partiti socialista e comunista, la creazione di un'organizzazione unica della gioventù lavoratrice, la creazione di un Partito unico del proletariato in Catalogna [il PSUC], la trasformazione dello stesso Partito comunista in un grande partito di massa». Nel giugno 1937 Dolores Ibárruri, la comunista spagnola detta «Pasionaria» e famosa per i suoi appelli alla resistenza, propose un nuovo obiettivo: «una repubblica democratica e parlamentare di un tipo nuovo». (...)
Appena Stalin ebbe deciso che il terreno spagnolo offriva buone possibilità all'URSS e che era utile intervenirvi, Mosca mandò in Spagna un nutrito contingente di quadri alle dipendenze di organismi assai diversi. (...) Parallelamente Mosca inviò in Spagna anche un folto contingente di agenti dei servizi segreti: V. A. Antonov Ovseenko, che aveva guidato l'assalto contro il Palazzo d'Inverno a Pietrogrado nell'ottobre 1917, sbarcò a Barcellona il 1° ottobre 1936; Aleksandr Orlov (che in realtà si chiamava L. Feldbin), responsabile dell'NKVD in Spagna; il polacco Arthur Stachevsky, ex ufficiale dell'Armata rossa diventato addetto commerciale; il generale Jan Berzin, capo dei servizi segreti dell'Armata rossa; Mihail Kol'cov, redattore della "Pravda" e portavoce occulto di Stalin, che prese alloggio al Ministero della Guerra. Anche Leonid Ejtingon, comandante delle forze della Sicurezza di Stato (NKVD) e Pavel Sodoplatov, suo sottoposto, andarono a Barcellona; Ejtingon fu responsabile delle operazioni terroristiche dal 1936, perché Sudoplatov arrivò solo nel 1938. In breve, non appena decise di intervenire in Spagna, Stalin vi concentrò un intero Stato maggiore in grado di agire in modo concertato in molti campi diversi. Pare che nella notte del 14 settembre 1936 Jagoda, capo dell'NKVD, avesse indetto alla Lubjanka, a Mosca, una riunione di coordinamento di tutti gli interventi comunisti in Spagna. Gli obiettivi erano sia combattere i franchisti e gli agenti tedeschi o italiani sia sorvegliare, controllare e mettere in condizioni di non nuocere gli avversari dei comunisti e dell'URSS all'interno del fronte repubblicano. (...)
In un primo tempo, da settembre a dicembre 1936, la persecuzione degli oppositori non fu sistematica. Solo a poco a poco l'NKVD stabilì dei veri e propri piani di repressione contro le altre forze politiche della Repubblica. Fra i primi ad essere presi di mira ci furono i socialdemocratici, gli anarco-sindacalisti, i trotzkisti, i comunisti eterodossi o che manifestavano opinioni politiche dissidenti. Molti di questi "nemici" erano effettivamente critici nei confronti dei comunisti, di cui contestavano le mire egemoniche e l'allineamento con l'URSS. Ovviamente, come sempre succede nelle situazioni di questo tipo, alla repressione si mescolarono talvolta vendette personali.
Agenti dalla doppia o tripla identità applicarono metodi di polizia che andavano da quelli più banali a quelli più sofisticati. Il primo compito di questi poliziotti molto politici fu la "colonizzazione"di tutti gli ingranaggi della macchina dell'amministrazione repubblicana, dell'esercito e della polizia. La progressiva conquista dei posti chiave e l'infiltrazione di agenti si resero possibili grazie al fatto che l'URSS forniva armi ai repubblicani privi di mezzi e pretendeva in cambio contropartite politiche. Contrariamente a quel che fecero Hitler e Mussolini con i nazionalisti, l'URSS non faceva credito ai repubblicani e le armi dovevano esser pagate anticipatamente con le riserve in oro della banca centrale spagnola, che gli agenti riuscirono a fare arrivare fino nell'URSS; ciascun carico di armi costituiva una possibilità di ricatto che i comunisti non mancavano di sfruttare.
Julián Gorkin dà un esempio molto significativo di questo intrico di guerra e politica: all'inizio del 1937 Largo Caballero, capo del governo spagnolo, appoggiato da Manuel Azaña (presidente della Repubblica), aveva autorizzato Luis Araquistain (ambasciatore a Parigi) a intavolare trattative segrete con l'ambasciatore italiano a Londra, Dino Grandi, e con Hjalmar Schacht, il finanziere di Hitler, sotto la supervisione di Léon Blum e Anthony Eden, per porre fine alla guerra. Avvertiti da Álvarez del Vayo, ministro filocomunista degli Affari Esteri, i comunisti spagnoli decisero, d'accordo con i principali responsabili dei servizi sovietici, di estromettere Caballero, impedendo così qualsiasi soluzione negoziale del conflitto basata sul ritiro dei soldati italiani e tedeschi. (...)
Il 3 maggio [1937] le unità delle Guardie d'assalto dirette dai comunisti attaccarono la centrale telefonica di Barcellona, controllata dagli operai della CNT e dell'UGT. L'operazione, condotta da Rodríguez Salas, capo della polizia e membro del PSUC, era stata preceduta da un'intensificazione della propaganda e delle persecuzioni (chiusura della radio del POUM e sospensione della pubblicazione dell'organo del partito, "La Batalla"). Il 6 maggio 5.000 agenti di polizia inquadrati da capi comunisti arrivarono a Barcellona. Ci furono violenti scontri tra forze comuniste e non comuniste, con quasi 500 morti e più di 1.000 feriti. Approfittando della confusione, gli agenti dei servizi comunisti non si lasciarono sfuggire l'occasione per eliminare gli oppositori. Il filosofo anarchico italiano Camillo Berneri e il suo compagno Barbieri furono sequestrati e giustiziati da un commando di 12 uomini; i loro cadaveri crivellati di colpi furono ritrovati il giorno dopo. Camillo Barbieri pagò, così, per il suo coraggio politico, dopo avere scritto sul suo giornale "Guerra di classe": «Oggi combattiamo contro Burgos [sede del comando provvisorio franchista; ndr], domani dovremo lottare contro Mosca per difendere le nostre libertà». Anche Alfredo Martínes, segretario della Gioventù Libertaria di Catalogna, il militante trotzkista Hans Freund e l'ex segretario di Trockij, Erwin Wolf, subirono la stessa sorte. (...)
Il 16 giugno 1937 Negrin mise fuori legge il POUM, il cui Comitato esecutivo fu arrestato. Questa decisione ufficiale permise agli agenti comunisti di agire con una parvenza di legalità, per quanto limitata. Il giorno stesso, alle 13.00, Andrés Nin fu fermato da alcuni poliziotti. Nessuno dei suoi compagni lo rivide mai più, né vivo né morto. I poliziotti venuti da Madrid, più sicuri perché nella capitale la polizia era completamente nelle mani dei comunisti, diedero l'assalto alla redazione della "Batalla" e a vari locali del POUM. Duecento militanti, tra cui Julián Gorkin, Jordi Arquer, Juan Andrade, Pedro Bonet, furono arrestati. Per giustificare a posteriori l'eliminazione del POUM, i comunisti inventarono un presunto tradimento e accusarono il Partito operaio [il POUM; ndr] di spionaggio a favore dei franchisti. Il 22 giugno fu istituito un tribunale speciale e si scatenò la propaganda: durante le perquisizioni la polizia scoprì molto opportunamente alcuni documenti che avvaloravano la falsa tesi dello spionaggio. Max Rieger, giornalista allineato o pseudonimo collettivo, raccolse queste invenzioni in un suo libro sullo spionaggio in Spagna, che fu diffuso in tutte le lingue. Diretti da Orlov e protetti da Vidali, Ricardo Burillo e Gerő, gli sgherri che detenevano Andrés Nin lo torturarono senza riuscire né a strappargli la confessione necessaria per dimostrare la validità delle accuse rivolte contro il suo partito né a fargli firmare la benché minima dichiarazione. A quel punto non restava che eliminarlo e utilizzare la sua scomparsa per screditarlo, affermando che era passato dalla parte dei franchisti: assassinio e propaganda andavano di pari passo, ma l'apertura degli archivi a Mosca ha permesso di confermare quel che gli amici di Nin supponevano fin dal 1937.
La caccia all'uomo sistematica contro i traditori, trotzkisti o altro, cominciò soltanto dopo l'attacco al POUM, il 16 e il 17 giugno. Per condurre le operazioni gli agenti sovietici disponevano delle informazioni della polizia. Organizzarono delle prigioni illegali e parallele, dette cekas, con una significativa trasposizione del vecchio nome della polizia politica sovietica, la Čeka. I nomi di questi luoghi sono giunti fino a noi: la ceka centrale di Barcellona era al 24 dell'Avenida Puerta de Angel, con una succursale all'Hotel Colón in Plaza de Catalunya, poi c'erano l'ex convento di Atocha a Madrid, Santa Ursula a Valencia, Alcalá de Henares. Anche molte case private requisite ai proprietari venivano usate per la detenzione, gli interrogatori e l'esecuzione dei prigionieri. (...)
Il numero di arresti è stato stimato più o meno nello stesso modo da vari autori. Secondo Katia Landau furono circa 15.000, di cui 1.000 appartenenti al POUM, le persone che finirono nelle prigioni ufficiali e clandestine. Yves Lévy, che indagò sul posto, parla di «circa 10.000 rivoluzionari, civili o soldati, prigionieri» iscritti al POUM, alla CNT e alla FAI. Alcuni morirono in seguito ai maltrattamenti, come Bob Smilie, il corrispondente dell'Independent Labour Party presso il POUM, o Manuel Maurin, fratello di Joaquín che era stato fatto prigioniero dai franchisti ma si era salvato, nella cárcer modelo (prigione modello) di Barcellona. Alla fine del 1937, secondo Julián Gorkin, c'erano 62 condannati a morte nella prigione di Santa Clara.
Annientato il POUM, allontanati o neutralizzati i socialisti, rimanevano gli anarchici. Sotto la loro influenza, nei primi mesi della controffensiva repubblicana al pronunciamiento dei militari, le collettività agrarie si erano moltiplicate, soprattutto in Aragona. Alcune settimane dopo il maggio 1937 città e paesi d'Aragona furono attaccati dalle Guardie d'assalto. Il congresso delle collettività fu rimandato e l'11 agosto fu pubblicato il decreto di scioglimento del Consiglio d'Aragona che le controllava. Il presidente Joaquín Ascaso fu accusato di avere rubato dei gioielli, arrestato e sostituito da un governatore generale di nome José Ignacio Mantecon, membro della Sinistra repubblicana e in realtà infiltrato comunista. Si trattava di un attacco diretto alla CNT destinato a minare le basi della sua influenza.
L'11ª divisione comandata dal comunista Enrique Lister, che aveva già al suo attivo numerosi soprusi in Castiglia (esecuzioni di libertari, violenze contro i contadini collettivisti), la 27ª (detta Karl Marx, del PSUC) e la 30ª dispersero con forza le collettività. Centinaia di libertari furono arrestati, espulsi dai consigli comunali e sostituiti con comunisti, mentre le terre coltivate in regime di collettivizzazione furono restituite agli ex proprietari. L'operazione coincise con l'annuncio di un'offensiva di vasta portata contro Saragozza, in modo da giustificare un rastrellamento nelle retrovie in previsione dell'offensiva. Nonostante il massacro di centinaia di uomini, i contadini ricostituirono le collettività. In Castiglia il famoso generale comunista "el Campesino" (Valentin Gonzáles) guidò le operazioni contro i contadini. Secondo César M. Lorenzo (
*) la sua crudeltà superò quella di Lister. Di nuovo furono sterminate centinaia di contadini e furono incendiati interi villaggi, ma la CNT rispose militarmente all'attacco e pose fine alla spedizione del Campesino. (...)

Le Brigate Internazionali

L'eco suscitata nel mondo dalla lotta dei repubblicani era stata tale che molti volontari decisero spontaneamente di andare in Spagna a combattere i nazionalisti, arruolandosi nelle milizie o nelle colonne delle organizzazioni di cui erano simpatizzanti. Ma le Brigate internazionali in sé e per sé furono create per iniziativa di Mosca e costituirono un vero e proprio esercito comunista, anche se non comprendevano solo comunisti. (...)
Le Brigate ampliarono moltissimo le loro file durante l'autunno e l'inverno 1936. Dal mondo intero affluirono decine di migliaia di volontari, che i comunisti non potevano certo accogliere senza controlli, perché volevano prima di tutto evitare l'infiltrazione di agenti, franchisti, nazisti o altro, che facessero il doppio gioco. Ma ben presto, quando nell'URSS si scatenò il
Grande terrore, i comunisti cominciarono a controllare l'ortodossia di questi volontari. I servizi dei quadri dei vari partiti comunisti furono incaricati di condurre la "lotta contro la provocazione", di stanare cioè tutti gli elementi dissidenti, critici, indisciplinati e si sforzarono addirittura di controllare il reclutamento a monte, fuori della Spagna: la polizia di Zurigo sequestrò in casa del comunista tedesco Alfred Adolph una lista che denunciava agli agenti sovietici in Spagna i volontari indesiderabili. In un documento del Comitato esecutivo del Comintern risalente all'autunno 1937 si legge che bisognava liberare le Brigate dagli elementi politicamente ambigui, «sorvegliare la selezione dei volontari per evitare che si insinuino nelle Brigate agenti dei servizi segreti e spie fasciste e trotzkiste». È sintomatico che i dossier personali di tutti i membri delle Brigate, contenenti annotazioni politiche, si trovino negli archivi del Comintern a Mosca. Decine di migliaia di dossier ...
Arrivato in Spagna nell'agosto 1936 come delegato del Comintern presso il governo repubblicano, il francese André Marty, membro dell'Ufficio politico del PCF [Parti communiste français; ndr] e segretario del Comintern, fu il "capo" ufficiale della base di Albacete, dove venivano organizzate le Brigate internazionali. Parallelamente alle Brigate, i comunisti crearono il 5° reggimento comandato da Enrique Lster, che era stato in Russia dal 1932 in poi ed era stato addestrato all'Accademia Militare Frunze.
Il numero di persone eliminate all'interno delle Brigate è ancor oggi controverso. Alcuni si limitano a negare la responsabilità di Martu nonostante testimonianze inoppugnabili, altri giustificano le esecuzioni. El Campesino avrebbe poi spiegato: «Senza dubbio fu spinto a sbarazzarsi degli elementi pericolosi. Che ne abbia fatti giustiziare alcuni è innegabile, ma si trattava di individui che avevano disertato, assassinato o tradito!». La testimonianza di Gustav Regler, che fu vicecommissario della 12ª brigata, conferma l'uso di questi metodi: durante una battaglia nei pressi dell'Escorial, due volontari anarchici avevano ceduto; Regler li fece arrestare e propose di mandarli in sanatorio. Ne informò Marty, che decise di inviarli ad Alcalá de Henares. Solo molto tempo dopo Regler venne a sapere che non si trattava di un sanatorio, ma di una casa che ospitava un distaccamento sovietico incaricato delle esecuzioni. In una nota firmata di suo pugno, ritrovata negli archivi moscoviti, Marty spiegava al Comitato centrale del PCE [Partito comunista spagnolo; ndr]: «Mi dispiace anche che si mandino ad Albacete le spie ed i fascisti che erano stati mandati a Valencia per essere eliminati. Sapete benissimo che le Brigate internazionali non possono farlo loro stesse qui». Non ci vuole molto per immaginare che non era affatto semplice giustiziare delle spie o dei fascisti nel bel mezzo di una base militare; benché non si sappia a chi si riferisse Marty con questa definizione, in ogni caso preferiva che il lavoro sporco venisse fatto altrove da altri, il che non diminuisce affatto la sua responsabilità morale. (...)
Il socialdemocratico Max Reventlow riferisce che, durante la ritirata dei repubblicani che seguì allo sfondamento del fronte verso il Mediterraneo da parte dei nazionalisti, le Brigate portarono con sé almeno 650 prigionieri. Giunti in Catalogna, furono internati a Horta e Castellón, due prigioni comandate dal croato Čopić, che fece fucilare 16 dei prigionieri appena arrivati. In queste carceri una commissione emise delle sentenze di morte senza alcun intervento della giustizia: in seguito all'evasione di 50 detenuti, ne furono fucilati altri 50. Il ricorso alla tortura era frequente; il tenente tedesco Hans Rudolph fu torturato per sei giorni: con le braccia e le gambe spezzate e le unghie strappate, il 14 giugno 1938 fu ucciso insieme con altri sei detenuti con un colpo di fucile alla nuca. Čopić, in seguito chiamato in giudizio per spionaggio, si salvò grazie agli interventi del fratello, il colonnello Vladimir Čopić, di Luigi Longo e di André Marthy.
Il deputato comunista Hans Beimler era evaso da Dachau uccidendo un SS e, raggiunta la Spagna, aveva partecipato all'organizzazione del Battaglione Thälmann. Fu ucciso il 1° dicembre a Palacete. Secondo Gustav Regler, Beimler era stato colpito da un proiettile franchista. Questa versione dei fatti è smentita dall'amica di Beimler, Antonia Stern, che fu privata di tutti i documenti ed espulsa dalla Spagna e che sosteneva che Beimler aveva criticato il primo processo di Mosca e per di più era entrato in contatto con gli ex dirigenti del KDP, Arkadij Maslow e Ruth Fischer, animatori di un gruppo di opposizione a Parigi. Sulla base di un rapporto del Servicio secreto inteligente, dipartimento speciale della polizia catalana che disponeva di informatori nelle file comuniste, Pierre Broué propende per l'assassinio (
**).
Le Brigate internazionali attirarono molti uomini e donne mossi da un ideale, da uno slancio di solidarietà e di generosità per il quale erano pronti a sacrificarsi. Ancora una volta Stalin e i suoi servizi sfruttarono cinicamente questo slancio, prima di abbandonare al suo triste destino la Spagna (e le Brigate): Stalin stava già preparando l'avvicinamento a Hitler ...



** = C. M. Lorenzo, Les anarchistes espagnols et le pouvoir, 1869-1969, Le Seuil 1969
** = P. Broué, Léon Sedov, fils de Trotski, victime de Staline, Éditions ouvrières 1995, pp. 180 e 185

 
 
Approfondimenti ...

Esilio e morte nella «Patria dei proletari»

... A Parigi, dopo la sconfitta repubblicana, nel marzo 1939 fu creato un comitato presieduto da Togliatti per selezionare gli spagnoli autorizzati a recarsi nella «patria dei proletari». El Campesino ha lasciato una testimonianza sulle condizioni in cui avvenne la partenza per l'URSS [*]. Imbarcatosi a Le Havre il 14 maggio 1939 sul piroscafo Siberia insieme con altre 350 persone, fra cui i membri dell'Ufficio politico e del Comitato centrale del PCE, alcuni deputati comunisti, i comandanti del 5° reggimento e una trentina di capi delle Brigate, el Campesino assistette alla ricostituzione del Comitato sotto l'egida dell'NKVD. Il nuovo Comitato aveva la funzione di controllare i 3.961 profughi spagnoli che furono subito divisi in 18 gruppi e mandati in città diverse. In esilio quasi tutti i responsabili spiavano e denunciavano i loro compatrioti, come l'ex segretario del Comitato del PCE di Jaén che fece arrestare metà del gruppo spagnolo di Har'kov, oppure Cortina che fece deportare in Siberia numerosi invalidi. Espulso dall'Accademia Militare Frunze per trotzkismo, nel marzo 1941 el Campesino fu mandato a lavorare nella metropolitana di Mosca. In seguito fu deportato in Uzbekistan e poi in Siberia, da dove nel 1948 riuscì a fuggire in Iran. ...
A Tbilisi, il 19 marzo 1942, il segretario generale del PCE José Díaz trovò la morte cadendo dal quarto piano del palazzo in cui abitava, in un momento in cui la moglie e la figlia non erano in casa. Come molti suoi compatrioti, el Campesino era convinto che si trattasse di un assassinio. Prima di morire Díaz lavorava ad un libro sulla sua esperienza, sembrava avere perso ogni illusione e, poco prima, aveva scritto alle autorità varie lettere di protesta contro il trattamento inflitto ai bambini della colonia di Tbilisi.
Durante la guerra civile, migliaia di bambini spagnoli di età compresa tra i 5 e i 12 anni erano stati mandati nell'URSS. Le loro condizioni di vita cambiarono dopo la sconfitta dei repubblicani. Nel 1939 gli insegnanti spagnoli furono accusati di trotzkismo e, secondo el Campesino, il 60% fu arrestato e rinchiuso alla Lubjanka, mentre gli altri vennero mandati a lavorare in fabbrica. Una giovane maestra fu torturata per quasi venti mesi prima di essere fucilata. I bambini andarono incontro a un destino poco invidiabile, perché le colonia passarono sotto la direzione dei sovietici. Quelli di Kaluga, particolarmente indisciplinati, furono affidati al potentissimo Juan Modesto, un generale che si era formato nel 5° reggimento, e a Lister. Nel 1941, secondo Jesús Hernández, il 50% aveva la tubercolosi e 750 (pari al 15%) morirono prima dell'esodo del 1941. Gli adolescenti andarono a finire negli Urali e nella Siberia centrale, soprattutto a Kokand. Formarono delle bande che rubavano, mentre le ragazze si prostituivano. Alcuni si suicidarono. Sempre secondo Jesús Hernández, su 5.000 bambini, ne morirono 2.000. Nel 1947, in occasione del decimo anniversario del loro arrivo nell'URSS, furono radunati per una cerimonia nel teatro Stanislavskij di Mosca 2.000 giovani spagnoli; 534 tornarono in Spagna nel settembre 1956. Alla fine furono solo 1.500 quelli che rientrarono.
Altri spagnoli conobbero la vita e la morte nell'URSS. Si tratta dei marinai e degli aviatori non comunisti che si erano recati là volontariamente per un periodo di formazione. El Campesino venne a sapere della sorte di 218 giovani aviatori arrivati nel 1938 per uno stage di formazione si sei-sette mesi a Kirvadad. Alla fine del 1939 il colonnello Martínez Carton, membro dell'Ufficio politico del PCE e agente dell'NKVD, impose loro di scegliere se restare nell'URSS oppure partire per l'estero. Quelli che scelsero di andarsene furono mandati in fabbrica. Il 1° settembre 1939 furono arrestati tutti e venne istruito un processo contro di loro. Alcuni furono torturati, altri giustiziati alla Lubjanka, mentre la maggior parte fu condannata a dieci o quindici anni di campo di prigionia. Del gruppo finito a Pečoraliev non sopravvisse nessuno. In definitiva, su 218 aviatori, i superstiti furono una mezza dozzina.
Nel 1947 alcuni profughi riuscirono a lasciare l'URSS. Quelli che restavano vennero invitati a sottoscrivere una dichiarazione con cui si impegnavano a rimanere nell'URSS. Nell'aprile 1948 José Ester (deportato politico a Mauthausen, matricola 64.553) e José Domenech (deportato politico a Neuengamme, matricola 40.202) tennero una conferenza stampa a Parigi a nome della Federación española de deportados y internados políticos per rendere pubbliche le informazioni raccolte sui detenuti del campo n. 99 di Karaganda in Kazakistan, a nordest del lago Balhaš. Comunicarono i nomi di 59 deportati, di cui 24 piloti aviatori e 33 marinai. In un manifesto datato 1° marzo 1948 i due ex deportati giustificarono così la propria iniziativa:
«È un dovere imperioso per noi e imperativo per tutti coloro che hanno conosciuto la fame, il freddo e la desolazione sotto il regime inquisitorio della Gestapo e delle SS, ed è una finzione di ogni cittadino, per il quale le parole libertà e diritto hanno un senso ben definito dalle leggi, reclamare e pretendere, per solidarietà, la liberazione di questi uomini sui quali incombe il pericolo di una morte certa».
Dopo la seconda guerra mondiale i comunisti e i loro servizi speciali continuarono a eliminare gli oppositori: Joan Farré Gasso, ex dirigente del POUM di Lérida, partecipò alla Resistenza in Francia. Arrestato e messo in prigione a Moissac dal regime di Vichy, alla sua liberazione volle raggiungere la moglie in un paesino della Catalogna francese. Durante il viaggio per Montauban fu intercettato da alcuni partigiani comunisti - i guerrilleros españoles - che lo giustiziarono sommariamente. Questo assassinio continuava la guerra civile in Spagna nel suo aspetto più sinistro: il ricorso agli omicidi o alle eliminazioni di cui furono vittime migliaia di antifascisti fra i più decisi e coraggiosi. Il caso spagnolo dimostra come sia impossibile dissociare le imprese criminali e poliziesche dei comunisti dal perseguimento dei loro obiettivi politici. E, se è vero che la violenza politica e sociale era costante nella Spagna del periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale e che la guerra civile offrì a tale violenza l'opportunità di manifestarsi liberamente, non per questo è meno vero che i sovietici vi aggiunsero lo strapotere del Partito-Stato, a sua volta nato nella guerra e nella violenza, per raggiungere obiettivi determinati dagli interessi dell'URSS con il pretesto dell'antifascismo.
È chiaro che, per Stalin e per i suoi uomini di fiducia, lo scopo essenziale era quello di assumere il controllo del destino della Repubblica. Per conseguirlo, l'eliminazione delle opposizioni «di sinistra» - socialisti, anarco-sindacalisti, membri del POUM, trotzkisti - era importante quanto la sconfitta militare di Franco.


* = V. Gonzales (El Campesino), La vie et la mort en URSS (1939-1949), Les Îles d'Or 1950.

[Tratto da AA.VV., Il Libro Nero del comunismo, cit., pp. 327-329]

 
 
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