Herbert Smagon, L'occupazione della città di Roessel in Prussia, il 28 gennaio 1945
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Prussia 1945 - cadaveri di civili tedeschi dopo l'avanzata dell'Armata Rossa
Kaliningrad, 1968: i sovietici fanno saltare in aria il castello medievale di Königsberg per cancellare la storia tedesca della città, ex capitale della Prussia Orientale
Potsdam, 1945: Churchill, Trumann (in mezzo) e Stalin (a destra) - clicca per ingrandire
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Königsberg, la piazza del castello nel 1890-199: clicca per ingrandire
Königsberg, veduta aerea dell'area del Castello: clicca per ingrandire
Dopo la distruzione del Castello medievale degli Hohenzollern, i sovietici eressero al posto la nuova "Casa dei Soviet" (mai utilizzata perché fin da subito pericolante)
Ecco ciò che resta dell'antica Cattedrale di Königsberg, e del quartiere medievale circostante (uno spiazzo in terra battuta)
 
 1945: la distruzione della Prussia
Da M. Picone Chiodo, E malediranno l'ora in cui partorirono, Mursia 1987, pp. 54ss.
 
 

Gillis MOSTAERT, Scena di guerra ed incendio, 1569

 

Incipit

... «Risolto in senso sovietico lo spinoso problema dei nuovi confini polacchi, i tre convenuti passarono ad altri argomenti e quando anche questi furono esauriti, Stalin domandò: "C'è ancora qualche punto da discutere?" "Certo", gli rispose Roosvelt che sino ad allora, poco edotto sul problema polacco, si era tenuto alquanto alla larga dalla conversazione: "Il problema della Germania. Dobbiamo, mi pare, stabilire se la Germania vada divisa oppure no". In effetti, sottrarre alla Germania qualche territorio, come avevano testé fatto, non bastava a a menomarne l'unità, né a distruggere la forza politica ed economica di quel paese, che era poi il vero obiettivo perseguito dall'americano. Stalin lo guardò con sorpresa, smise di girare tra le dita una delle sigarette che talvolta fumava al posto della pipa e che teneva sciolte in una tasca della sua sgargiante uniforme di maresciallo, e precisò: "L'Unione Sovietica è per lo smembramento della Germania". "Concordo perfettamente con l'opinione del maresciallo", proseguì Roosvelt. "In proposito, circa tre mesi fa, ho elaborato con i miei consiglieri [tra cui il famigerato Henry Morgenthau; ndr] un piano per lo smembramento della Germania che potrebbe servire come base di discussione. Esso prevede una frantumazione in cinque parti e precisamente: Prussia, Hannover e Germania nord-occidentale, Sassonia con la zona intorno a Lipsia, Assia e il territorio a sud del Reno, Baviera, Baden, Württemberg (...)". "The President has said a mouthfull!" si affrettò a commentare Churchill, servendosi di un modo di dire tipicamente americano. "Secondo me, però, ci sono due modi di smembrare il paese, uno costruttivo e l'altro distruttivo. La mia idea personale è assai chiara: anzitutto si deve isolare la Prussia, radice di ogni male, contro cui agirei duramente ..."»

... Sembravano, a vederle, carovane di pionieri del Far West, sequenze tratte da uno di quei colossali film con cui Hollywood aveva reso familiare a tutto il mondo una pagina epica della breve storia statunitense. Anche nel nome tedesco-olandese, Treck, come erano chiamate, risuonava una certa affinità, ma tutto si fermava qui. I Trecks che in quei giorni di gennaio del 1945 percorrevano la Prussia Orientale non trasportavano esseri umani verso la "terra felice", ma fuggiaschi che avevano abbandonato casa ed averi, lavoro e benessere, per non cadere in mano al nemico che avanzava da Oriente. (...)
A dare il via al massiccio esodo era stato, ancora una volta, il 3° Fronte della Russia Bianca. Il 13 gennaio, partendo dalle posizioni su cui il fallito il tentativo d'invasione di dodici settimane prima lo aveva ricacciato, esso aveva investito la zona di Ebenrode-Schloßberg in coincidenza con l'attacco che, in territorio polacco, il 2° Fronte della Russia Bianca aveva sferrato sulla Narev, tra Pultusk e Roshansk. In un primo tempo lo scontro con l'avversario si era rivelato più duro del previsto, e tanto Cerniakovskij a Nord, quanto Rokosovskij a Sud non avevano potuto registrare il successo immediato che arrideva ai loro colleghi Konev e Zukov, ma il 16 gennaio, gettando nell'offensiva quante più forze possibili, avevano avuto ragione, l'uno della 3ª armata corazzata, l'altro della 2ª armata, vale a dire di due delle tre grandi unità del gruppo Centro, che costituivano la difesa della Prussia Orientale. Da quel momento una valanga di ferro e di fuoco, non più contenuta, si era riversata sulla popolazione.
Come per i loro connazionali in Polonia, anche per i fuggiaschi prussiani la salvezza aveva itinerari obbligati: per chi viveva nei circondari a nord-est di Labiau-Wehlau, cioè tra il Pripjat' ed il Niemen, erano Königsberg e la costa baltica del Samland; per chi abitava nei circondari da Angerburg a Johannisburg, cioè nella zona dei Laghi Masuri, era invece la sponda sinistra della Vistola, da superare, nei pressi della foce, a Marienwerder o a Dirschau. Cosicché, quando partirono, si misero ovviamente in viaggio per raggiungere quelle località, ignari che, così facendo, andavano a finire dritto in braccio al nemico che nelle stesse ore si trovava pure in marcia per le medesime destinazioni. Il 3° Fronte, stabiliva infatti il piano d'operazione sovietico, doveva conquistare Königsberg e cacciare verso la Vistola le unità tedesche chierate nel Nord della regione ed il 2° Fronte, da parte sua, doveva penetrare da Sud in Prussia e puntare al Baltico, a Elbing. In tal modo le truppe vinte da Cerniakovskij sarebbero finite nella rete tesa da Rokosovskij e l'intera regione sarebbe diventata un sacco senza uscita. (...)
Braunsberg fu abbandonata il 20 marzo e Heiligenbeil il 24. La sacca della 4ª armata scompariva quando cinque giorni dopo gli ultimi 2.530 soldati tedeschi evacuavano la penisoletta di Balga. Ma la lotta non cessò: ci si batteva ancora sul cordone litoraneo, nel Samland, a Königsberg.


 

L'assedio rodeva Königsberg come un male incurabile distrugge un corpo debilitato, lentamente e progressivamente: i giorni della sua relativa sopportabilità erano tramontati e viveri e medicinali e tutto quello che assicura l'esistenza di una città di 100.000 abitanti cominciavano a fare pauroso difetto. Pure le armi e le munizioni, e per sopperirvi nelle falegnamerie della città si costruivano mine in legno, nelle fabbriche granate e altri ordigni bellici. Vecchi pozzi erano stati riscoperti e rimessi in efficienza, ognuno si organizzava per resistere il meglio possibile. Al comando militare della città era tuttavia chiaro che solo una massiccia evacuazione dei civili presenti poteva riequilibrare le risorse esistenti e risparmiare oltretutto inutili sacrifici di vite umane. All'uopo occorreva forzare l'accerchiamento e ripristinare il contatto con la fascia costiera tenuta dal distaccamento dell'armata Samland, costituito dopo i movimenti di truppa del 9 febbraio. Un compito arduo, tenuto conto del rapporto di forze tra i due avversari e della incontrastabile mobilità delle forze sovietiche, che il generale Lasch decise comunque di affrontare il 19 febbraio.
Alle 5,15 di quel giorno, coperti da una fitta oscurità, i reparti destinati all'azione si lanciarono di gran corsa sulle posizioni nemiche, superarono gli avamposti e due ore dopo dominavano, in una larghezza di alcuni chilometri, l'epicentro dello schieramento sovietico. La lotta si protrasse violenta per tutta la giornata in una successione di scontri corpo a corpo, nella progressiva distruzione, con l'abile impiego del loro armamento leggero, dei mezzi bellici doviziosamente distribuiti per tutto il territorio, e proseguì l'indomani con pari veemenza, finché, appoggiati pure dagli assalti delle unità del Samland, gli attaccanti ebbero ragione del sovietico e ristabilirono il collegamento tra la città natale di Emmanuel Kant [Königsberg; ndr] e Pillau. Erano sfiniti: c'erano reparti della Hitlerjugend che avevano marciato per 50 km ininter-rottamente, sempre combattendo, senza chiudere occhio per due giorni interi. Ma tutti, se fosse stato necessario, avrebbero continuato a combattere stimolati dagli orrori che avevano visto nei villaggi riconquistati: donne, spesso più donne legate assieme, con ancora la corda al collo con la quale erano state strozzate; donne con la testa infilata nella mota delle tombe e in una concimaia, con chiari segni di bestiali trattamenti al basso ventre; animali uccisi, abitazioni saccheggiate: appa-recchi radio, macchine per cucire, biciclette, oggetti sanitari, letti, poltrone, vasellame, ammassati, pronti per essere caricati lungo la linea ferroviaria. Nei giorni seguenti decine di migliaia di cittadini si incamminarono, attraverso il varco aperto tra le fila sovietiche, per Pillau, ma non tutti la raggiunsero: alcune migliaia, demoralizzati dal freddo intenso e dalla fame, impauriti dall'incognita di un viaggio per mare, tornarono a rinchiudersi nella città. Persero l'ultima occasione di sfuggire agli orrori di un assedio che sarebbe durato sino al 9 aprile 1945 (...)
Un anno e mezzo dopo le decisioni di Potsdam, il 1° aprile 1947, un modesto trasporto con circa 50 persone lasciò Königsberg e, strettamente sorvegliato all'interno ed all'esterno dei vagoni, prese la direzione di Preußisch-Eylau-Stettin. Lo seguirono altri convogli ed in tutto, a fine giugno, 2.300 tedeschi avevano lasciato per sempre la Prussia  Orientale. Poi tutto si fermò. Senza fretta, con burocratica pignoleria, i sovietici si organizzarono, lasciarono passare quattro mesi e, a fine ottobre, con azione in grande stile, sgomberarono integralmente il territorio dei suoi vecchi abitanti.
Così la più grande azione di trasferimento di popolo che l'Europa avesse mai visto prese il suo pieno sviluppo. Scomparvero i tedeschi dalle città e dalle campagne, dal Baltico al Danubio, e poi scomparvero i Lager per la liberazione degli internati ...

 
 
Approfondimenti ...

Epilogo

Esodo ed espulsione coinvolsero 16.500.000 di tedeschi, un numero corrispondente all'incirca agli abitanti di Norvegia, Svezia e Finlandia messi assieme. Di essi 2.409.000 soccombettero per stenti, maltrattamenti, deportazione, esecuzioni capitali. Dei vivi, 10.326.000 trovarono rifugio nella Repubblica Federale, 3.324.000 nella Repubblica Democratica, il resto in Austria.
Le cifre crude e fredde di questa statistica che ha fatto del suo meglio, nel marasma dell'immane travolgimento, per tenersi fedele alla realtà, non parlano, non possono farlo, del calvario che ognuno dei 16.500.000 subì e del trauma che ognuno di quei 14.146.000 dovette ancora superare per inserirsi nel mondo dove finì.
Miseria e fame, ricoveri di fortuna, estraneità dell'ambiente, diffidenza, spesso ostilità - emergente dall'onda di solidarietà delle popolazioni che li accolsero - sofferenza per i vecchi legami affettivi perduti e nostalgia per la propria terra natia, segnarono le tappe del loro inserimento.
Si ricostruirono una nuova esistenza ed aiutarono gli altri a risorgere, curarono le piaghe, ma non dimenticarono la loro origine perché, per chi vi è nato, nulla può cancellare l'attaccamento alla propria terra. Nel ricevere il Premio Nobel per la pace, il 4 novembre 1954, Albert Schweitzer ammonì: «Si trasgredisce nel modo peggiore la legge del dato di fatto storico e, in genere, ogni legge umana, se alle genti si toglie il diritto al paese che abitano, costringendole a trasferirsi altrove.
Il fatto che le Potenze vincitrici, alla fine della seconda guerra mondiale, si decisero ad infliggere questa sorte a diverse centinaia di migliaia di persone e, per giunta, nel modo più duro, ci dà la misura di quanto poco fossero consapevoli del compito che a loro si pose di una nuova sistemazione, giovevole e il più possibile giusta, delle cose».

 
 
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