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Incipit
... È possibile che il popolo polacco sia
tra quelli più duramente provati dalle repressioni messe in
atto dalle autorità sovietiche, nonostante il fatto che
l'organizzazione dell'apparato del terrore sovietico fosse in
mano ad un polacco, Feliks Dzerzinskij, e che molti suoi
compatrioti fossero inquadrati in «organi» quali la Veceka, la
GPU o l'NKVD. Le origini di questo «privilegio» - dello
status, cioè, di «Nazione nemica» - sono molteplici e vanno,
evidentemente, ricondotte ai meccanismi propri del
funzionamento dell'apparato repressivo sovietico; ma anche
l'ostilità tradizionale fra le due nazioni ha avuto il suo
peso. Essa affonda le radici in un lontano passato, e nella
diffidenza dei dirigenti sovietici - e di Stalin in
particolare - nei confronti della Polonia e dei polacchi. Fra
il 1772 e il 1795 la Polonia era stata oggetto di tre
spartizioni, nelle quali l'impero degli zar aveva fatto la
parte del leone; stanchi dell'oppressione russa, i polacchi
organizzarono due ribellioni, nel 1830 e nel 1863, che furono
duramente represse. Da allora la nobiltà ed il clero cattolico
si posero come le due anime del patriottismo e della
resistenza all'occupazione straniera, sia russa che prussiana.
La guerra del 1914 ed il crollo quasi simultaneo dei tre
imperi che la opprimevano da più di un secolo - tedesco, russo
e austro-ungarico - costituirono per la Polonia l'occasione
storica di rinascere come nazione indipendente. Un esercito di
volontari guidato da Józef Pilsudski è il motore ed il garante
di quest'indipendenza completamente nuova, ma si scontra
subito con la volontà rivoluzionaria di Mosca, per la quale
Varsavia rappresenta il passaggio obbligato della rivoluzione
verso la Germania. Nell'estate del 1920 Lenin invia l'Armata
rossa contro Varsavia. L'audace manovra è sul punto di
riuscire, quando il sussulto nazionale polacco ne causa il
fallimento e i sovietici, nel 1921, sono costretti a firmare
la pace di Riga, favorevole alla Polonia. Stalin, che con la
sua indisciplina aveva fortemente contribuito all'insuccesso
dell'Armata rossa, non dimenticò mai quell'affronto, né quanti
lo criticarono in quell'occasione [da lui
in seguito fatti assassinare; ndr]: Trotzkij, capo
dell'Armata rossa, ed il maresciallo Tuhacevskij, che
comandava le truppe. (...)
KATYN', prigioni e deportazioni
(1939-1941)

Il patto di non aggressione fra
l'URSS e la Germania, firmato il 23 agosto 1939, prevedeva in
un protocollo segreto la spartizione in «sfere d'interesse»
del territorio polacco. Il 14 settembre fu dato l'ordine di
passare all'offensiva contro la Polonia, e tre giorni dopo
l'Armata rossa invadeva la Repubblica polacca con l scopo di
liberare i territori chiamati Bielorussia occidentale ed
Ukraina occidentale e di annetterli all'URSS ... Era evidente
che il sistema repressivo sovietico sarebbe stato esteso a
quelle regioni per il timore, peraltro giustificato, di
vedervi apparire organizzazioni di resistenza. Fin
dall'autunno, infatti, alcuni distaccamenti dell'esercito
polacco erano sfuggiti alla cattura ed erano entrati
nell'organizzazione armata partigiana. L'NKVD inviò, quindi,
un gran numero di truppe nei territori annessi e vi dispose
l'impianto delle sue strutture, concentrandovi numerose unità
delle forze del ministero degli Interni, nonché alcuni
contingenti di guardie di frontiera. Inoltre, le nuove
autorità dovevano risolvere il problema dei prigionieri di
guerra e cercare di capire quale sarebbe stato l'atteggiamento
della società civile. I militari costituivano la principale
preoccupazione dei sovietici. Erano stati fatti 240.000 -
250.000 prigionieri, di cui circa 10.000 Ufficiali. Fin
dall'indomani dell'aggressione, l'URSS prese le prime
decisioni: il 19 settembre, Lavrentij Berija creò all'interno
dell'NKVD (ordine n. 0308) la Direzione dei prigionieri di
guerra (Glawnoje Upravlienije po dielam Wojenno - Plennych,
GUWP) e una rete di campi specifici. All'inizio di ottobre si
incominciò lentamente a liberare i soldati semplici, ma 25.000
furono impiegati nella costruzione di strade e 12.000 vennero
messi a disposizione del commissariato per l'Industria pesante
perché li utilizzasse nei lavori forzati. Un numero ancora
ignoto venne disperso a piccoli gruppi nei campi dell'immenso
gulag. Nello stesso tempo si decise di creare due "campi per
Ufficiali" a Starobielsk e a Kozielsk, ed un campo speciale
per i poliziotti, le guardie carcerarie e le guardie di
frontiera a Ostaszkov. Poco dopo Berija costituì un gruppo
operativo speciale incaricato di compiere indagini giudiziarie
nei campi stessi. Alla fine di febbraio del 1940 erano stati
internati 6.192 poliziotti (ed affini) e 8.376 Ufficiali. Per
molti mesi Mosca fu incerta sulla sorte da riservare a tutti
quei prigionieri. Ci si preparava a condannarne una parte,
cominciando dai detenuti del campo di Ostaszkow, sfruttando
l'articolo 58-13 del Codice penale, che colpiva le persone che
avevano «combattuto il movimento operaio internazionale».
Bastava un piccolo sforzo di interpretazione per condannare
con questo capo d'accusa tutte le guardie carcerarie ed i
poliziotti polacchi. Le pene contemplate andavano dai cinque
agli otto anni di campo di concentramento. Era prevista anche
la deportazione inSiberia (in particolare, nella penisola di
Kamcatka). La decisione finale venne presa nella seconda metà
del febbraio 1940, forse a causa della piega che la guerra con
la Finlandia stava assumendo. Come si può giudicare dai
documenti oggi resi pubblici, fu piuttosto inopinata. Il 5
marzo, dietro proposta di Berija, l'Ufficio politico decise di
«applicare la pena suprema» a tutti i prigionieri di Kozielsk,
Starobielsk e Ostaszkow, ed a circa 11.000 polacchi internati
nelle prigioni della parte occidentale dell'Ukraina e della
Bielorussia. Il verdetto venne emesso da un tribunale
speciale, la «trojka», costituito da Ivan L. Basztakov,
Bachczo Z. Kobulov e Vsevolod N. Merkulov. La proposta di
Berija venne approvata con le firme di Stalin, Vorosilov,
Molotov e Mikojan apposte di persona. Il cancelliere ha
annotato che anche Kalinin e Kaganovic, assenti quel giorno,
erano favorevoli. I "preparativi tecnici" durarono un mese.
Per sei settimane consecutive (dal 3 aprile al 13 maggio) i
prigionieri vennero trasferiti dai campi a piccoli gruppi.
4.404 persone furono portate dal campo di Kozielsk a Katyn',
dove furono uccise con una fucilata alla nuca e gettate nelle
fosse comuni. I prigionieri di Starobielsk (3.896 persone)
furono assassinati nei locali dell'NKVD ad Har'kov, e i loro
corpi sepolti nella periferia della città di Piatichatki.
Quelli di Ostaszkow (6.287 persone) vennero giustiziati nei
locali dell'NKVD a Kalinin (oggi Tver) e inumati nella
cittadina di Miednoje. In tutto vennero eliminate 14.587
persone. Il 9 giugno 1940 il vice capo dell'NKVD, Vasilij V.
Czernyszev, stese un rapporto in cui si diceva che i campi
erano pronti a ricevere nuovi prigionieri. Gli 11.000
prigionieri menzionati da Berija rappresentavano solo una
piccola parte del totale dei prigionieri polacchi. C'erano
altre categorie. La più numerosa era quella dei
biezency, le persone arrestate che erano fuggite dai
territori polacchi durante l'occupazione tedesca. 145.000
biezency transitarono per le prigioni e le carceri
giudiziarie, una parte di loro venne condannata e deportata
nei campi, un'altra liberata. La seconda categoria, i
pierebiezczyki, comprendeva i polacchi arrestati mentre
tentavano di fuggire verso la Lituania, l'Ungheria o la
Romania. Una parte di loro venne liberata dopo poche
settimane, ma circa 10.000 furono condannati dagli OSO (Osoboi
sovetctchanie, il consiglio speciale di polizia) a pene che
andavano dai 3 agli 8 anni; finirono nel gulag, soprattutto
nel Dallag ma anche nella Kolyma. Infine, una parte venne
fucilata a seguito di una decisione presa il 5 marzo 1940. La
terza categoria era costituita da militanti di organizzazioni
di resistenza, da Ufficiali che non erano stati mobilitati nel
1939, da funzionari dell'amministrazione statale e autorità
locali, da diversi tipi di pomieszcziki, insomma da
elementi socialmente pericolosi (socjalnoopasnyi). La
maggior parte delle 7.305 persone che, sulle 11.000
considerate, vennero fucilate in seguito alla decisione del 5
marzo 1940 apparteneva a questa categoria. Il luogo della loro
sepoltura non si conosce ancora, si sa soltanto che 3.405
persone furono fucilate in Ukraina e 3.880 in Bielorussia.
(...) Il 10 giugno 1941 le prigioni dell'Ukraina e della
Bielorussia occidentali "ospitavano" 39.600 prigionieri (fra i
quali 12.300 circa già giudicati). Rispetto al marzo 1940
erano raddoppiati, ma non si conosce la proporzione tra
criminali e politici. Dopo l'attacco tedesco contro l'URSS
conobbero tutti una sorte spesso crudele. Solo nelle prigioni
dell'Ukraina occidentale furono giustiziate circa 6.000
persone ... Nei rapporti dell'NKVD si parla di queste
operazioni di eliminazione come di una «diminuzione del numero
di individui appartenenti alla prima categoria». (...) La
prima ondata di deportazioni si ebbe il 10 febbraio 1940, in
seguito ad una decisione del Consiglio dei commissari del
popolo presa il 5 dicembre 1939. Per i preparativi,
soprattutto per la ricognizione sul campo e la stesura delle
liste furono necessari due mesi. (...) La direzione
dell'operazione venne interamente affidata ad un vice di
Berija, Merkulov, che si recò sul luogo, il che indica quanto
essa fosse importante agli occhi dei sovietici. La
deportazione del febbraio 1940 riguardò soprattutto i
contadini, gli abitanti dei paesi, i coloni polacchi insediati
in quelle regioni nell'ambito della politica di
"polacchizzazione" e le guardie forestali. Secondo i dati
dell'NKVD, furono deportate circa 140.000 persone, l'82% delle
quali era polacco. L'operazione incluse anche le guardie
forestali ukraine e bielorusse. I convogli erano diretti a
nord della Russia, verso la Repubblica dei Komi e verso la
Siberia occidentale. Nello stesso momento in cui il Cremlino
decideva di assassinare i prigionieri, il 2 marzo 1940, il
Consiglio dei commissari del popolo (SNK) decise nuove
deportazioni. Questa volta si colpirono le famiglie dei
prigionieri, proprio mentre i loro «mariti o padri» venivano
giustiziati, e gli elementi socialmente pericolosi. Secondo i
dati dell'NKVD vennero deportate circa 60.000 persone, quasi
tutte nel Kazakistan, in condizioni drammatiche di fame e di
freddo, oggi ben note grazie alle testimonianze ormai
disponibili. La terza operazione, avviata in seguito alla
stessa decisione del Consiglio dei commissari del popolo, ebbe
luogo nella notte fra il 28 e il 29 agosto 1940, e coinvolse
tutti coloro che non abitavano nei territori annessi prima del
settembre 1939, e che non avevano riattraversato la frontiera
germano - sovietica stabilita dai due occupanti. (...) La
quarta ed ultima deportazione iniziò il 22 maggio 1941, a
seguito di una decisione del Comitato centrale del partito
comunista dell'URSS e del Consiglio dei commissari del popolo
del 14 maggio. Aveva lo scopo di rastrellare dalla regione di
confine e dalle Repubbliche Baltiche gli "elementi
indesiderabili". I deportati appartenevano alla categoria
degli zsylposielency, cioè dei condannati a vent'anni
di domicilio coatto nelle regioni indicate (soprattutto nel
Kazakistan). Quest'ondata di deportazioni - eccettuate
Lettonia, Estonia e Lituania, coinvolse 86.000
persone. Sulla base dei dati dell'NKVD si arriva, quindi,
alla cifra di 330.000 - 340.000 deportati. Tenendo conto di
tutti i dati, le vittime della repressione sono in totale
400.000 - 500.000. Alcuni gruppi si ritrovarono nei luoghi più
sperduti dell'URSS, come gli oltre 100.000 giovani
costretti a lavorare nell'industria sovietica (soprattutto nel
bacino carbonifero del Donec, degli Urali e della Siberia
occidentale) o i 150.000 giovani arruolati a forza nei
battaglioni di lavoro (strojbataliony) dell'Armata
rossa. Nei due anni in cui la Polonia fu annessa e
governata dall'URSS, 1 milione di persone, cioè un cittadino
su dieci, subì la repressione nelle sue diverse forme:
esecuzioni capitali, prigioni, campi di concentramento,
deportazioni, lavoro semiforzato. Vennero fucilate non meno di
30.000 persone, alle quali vanno aggiunti i 90.000 - 100.000
morti nei campi o durante i trasferimenti su convogli
ferroviari, cioè circa l'8 - 10% dei deportati
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