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Crimini, terrore e segreto nella Korea del Nord
... La Repubblica democratica popolare di Korea (RDPC) nacque il 9 settembre 1948 nella parte del paese
a nord del 38° parallelo. Un accordo firmato con gli americani
nell'agosto del 1945 aveva affidato l'amministrazione
«provvisoria» di questa zona all'URSS, mentre la Korea
meridionale, a sud del medesimo parallelo, sarebbe stata
amministrata dagli Stati Uniti. Ben presto la Korea del Nord
si rivelò lo Stato comunista più chiuso del mondo. Le autorità
sovietiche non tardarono infatti a vietare l'ingresso ad ogni
rappresentante della comunità internazionale. Tale chiusura si
rafforzò ulteriormente nei primi due anni della RDPC. Infine,
ad aggravare il peso delle menzogne, della disinformazione e
della propaganda, oltre che ad ampliare il campo del segreto
di Stato, giunse la guerra, scatenata dal Nord il 25 giugno
1950 e non ancora formalmente terminata: il 27 luglio 1953 fu
firmato infatti con le truppe dell'ONU solo un armistizio.
(...) Contrariamente a quanto dichiarano le agiografie che si
fanno ingurgitare a forza alla popolazione nordkoreana fin
dalla più tenera infanzia, il comunismo in Korea non ha
origine con Kin Il Sung. La sua nascita è più antica: due
gruppi che si richiamano al bolscevismo sono presenti infatti
nel paese fin dal 1919. Poiché nessuna delle due fazioni
ricevette l'immediato avallo da Mosca, tra di esse si scatenò
una lotta feroce. Le prime vittime del comunismo koreano
furono dunque dei comunisti. (...) Altri comunisti sono
destinati a cadere, più tardi, nelle lotte di fazione che si
scateneranno al momento della divisione del paese in due zone
seguita alla disfatta del Giappone. Kim Il Sung, semplice
comandante di un'unità di guerriglia antinipponica ai confini
della Manciuria, viene insediato dai sovietici a scapito dei
comunisti militanti da lungo tempo nel paese. Dal settembre
del 1945 viene assassinato a Pyongyang un certo numero di
quadri comunisti che si oppongono, come Hyon Chun Hyok.
Qualche decina? Qualche centinaio? Ancora non si
sa. Nell'inverno del 1945-1946 i nazionalisti, che avevano
ancora a Pyongyang diritto di cittadinanza, furono anch'essi
braccati ed arrestati. Con il loro dirigente, Cho Man Sik,
denunciavano infatti la decisione della Conferenza dei
ministri degli Esteri delle grandi potenze, tenutasi nel
dicembre del 1945 a Mosca, di porre la Korea sotto tutela per
almeno cinque anni. Cho venne arrestato il 5 gennaio 1946 e
giustiziato oltre quattro anni più tardi, nell'ottobre del
1950, al momento dell'evacuazione di Pyongyang di fronte
all'avanzata delle truppe ONU. È inutile dire che subirono la
stessa sorte molti suoi amici politici... La repressione si
esercita anche sulla popolazione. Nella regione settentrionale
del paese i sovietici forgiano quasi da zero uno Stato a loro
immagine e somiglianza: riforma agraria che apre la strada
alla collettivizzazione, partito unico, inquadramento
ideologico della popolazione in associazioni di massa, ecc.
Nessun avversario politico, nessun proprietario terriero,
nessun oppositore della riforma agraria, nessun cittadino
sospetto di collaborazione con i giapponesi viene lasciato
tranquillo. (...) Si è calcolato che su 22 membri del primo
governo nordkoreano ne siano stati assassinati, giustiziati o
epurati 17! L'armistizio di Panmunjon è stato appena firmato
quando si viene a sapere che una purga si sta abbattendo, in
seno al partito nordkoreano, su un certo numero di quadri di
alto livello. Il 3 ottobre 1953 un «grande processo» è
l'occasione per annientare i comunisti «dell'interno»,
giudicati per spionaggio a favore degli americani e per aver
tentato di rovesciare il regime. (...) Non pochi degli
imputati erano alti funzionari: tra gli altri Li Sung Yop, uno
dei segretari del Comitato centrale del Partito comunista,
Paik Hyung Bok, del ministro degli Interni, e Cho Il Myung,
vice ministro della Cultura e della Propaganda. In quel gruppo
Sol era un pesce piccolo. Molti di loro venivano dal Sud della
Korea. Il 15 dicembre 1955 anche il ministro degli Esteri Pak
Hon Yong, un comunista che aveva al suo attivo una lotta di
lunga data nel paese, fu condannato a morte come «agente
segreto americano» e giustiziato tre giorni dopo.
(...)
Le
esecuzioni

Non se ne conosce il numero,
ma una qualche indicazione si può forse trarre dal Codice
penale nordkoreano: sono passibili di pena capitale non meno
di 47 reati, classificabili in: - crimini contro la sovranità
dello Stato; - crimini contro l'amministrazione dello Stato,
crimini contro la proprietà dello Stato; - crimini contro le
persone; - crimini contro i beni dei cittadini; - crimini
militari. Il massimo specialista degli anni Sessanta e
Settanta del sistema giudiziario nella Korea del Nord, Kang
Koo Chin, ha tentato una stima per le sole purghe in seno al
Partito tra il 1958 e il 1960, periodo di durissima
repressione. A suo parere sarebbero state espulse dal Partito,
processate e condannate a morte circa 9.000 persone! Sulla
base di questa affidabile stima e tenendo conto del numero di
purghe massicce conosciute (una decina), si giungerebbe alla
non trascurabile cifra di 90.000 esecuzioni. Ancora una volta,
si tratta solamente di un ordine di grandezza: verrà il giorno
in cui gli archivi di Pyongyang parleranno. Tra i
transfughi si è potuta raccogliere anche qualche eco delle
esecuzioni pubbliche che hanno avuto per oggetto la
popolazione civile e per motivazioni la "prostituzione", il
"tradimento", l'assassinio, la violenza carnale, la
"sedizione"... In questi casi la folla è incitata a cooperare
e il processo si accompagna ad urla, insulti, se non
addirittura al lancio di pietre. A volte si incoraggia un vero
e proprio linciaggio: il condannato viene picchiato a morte
mentre la folla urla slogan. L'appartenenza ad una classe o ad
un'altra gioca qui un ruolo importante. Due testimoni
dichiararono di fronte agli ispettori di Asia Watch che lo
stupro era passibile di pena capitale solo per i cittadini
appartenenti alle «categorie più basse». Giudici agli ordini
del Partito - fin dal primo momento si chiede loro di
comportarsi in stretta conformità alla dottrina giuridica
marxista-leninista -, processi che coprono solo una parte
delle decisioni di reclusione o esecuzione - infatti si può
ricorrere a procedure più sbrigative -, avvocati agli ordini
del Partito: tutto ciò può dare l'idea della natura del
sistema giudiziario nordkoreano.
Prigioni e campi

La signora Li Sun Ok era membro del Partito dei lavoratori e
responsabile di un centro di approvvigionamento riservato ai
quadri. Vittima di una di queste sistematiche purghe, venne
arrestata insieme ad altri compagni. Torturata a lungo con
acqua e corrente elettrica, percossa, privata del sonno, finì
per confessare tutto ciò che da lei si voleva e, in
particolare, dichiarò di essersi appropriata di beni dello
Stato; dopo di che venne condannata a 13 anni di prigione.
Perché si tratta proprio di prigione, anche se ufficialmente
non si usa questo termine. Nel complesso penitenziario in cui
si trovò, 6.000 persone - fra cui 2.000 donne - lavoravano
come bestie dalle cinque e mezzo del mattino a mezzanotte, a
fabbricare pantofole, fondine per pistole, borse, cinture,
detonatori per esplosivi, fiori artificiali. Le detenute
incinte erano brutalmente obbligate ad abortire. Ogni bambino
nato in prigione veniva immediatamente strangolato o sgozzato.
Altre precedenti testimonianze avevano già fatto conoscere la
durezza delle condizioni di vita in carcere. Un resoconto
eccezionale di quanto avveniva nelle prigioni nordkoreane
negli anni Sessanta e Settanta ci viene dato da Ali Lameda,
poeta comunista venezuelano, favorevole al regime, recatosi a
Pyongyang a lavorare come traduttore di testi della propaganda
ufficiale. Avendo egli espresso qualche dubbio sull'efficacia
appunto di quella propaganda, nel 1967 Lameda fu arrestato:
non fu torturato, ma raccontò di aver sentito dalla sua cella
le urla di prigionieri sotto tortura. In un anno di reclusione
perse una ventina di chili e il corpo gli si coprì di ascessi
e piaghe. In un opuscolo pubblicato da Amnesty International,
egli ricorda la parodia del processo, al termine del quale fu
condannato a 20 anni di lavori forzati per «aver tentato di
sabotare, spiare ed introdurre agenti stranieri nella Korea
del Nord», le sue condizioni di reclusione e poi la sua
liberazione, dopo 6 anni, in seguito a ripetuti interventi
delle autorità venezuelane. [Finì in carcere anche un altro
straniero, un francese di nome Jacques Sédillot, recatosi come
Lameda a lavorare al Dipartimento pubblicazioni in lingue
estere. Condannato anch'egli a 20 anni, ma come «agente
dell'imperialismo francese», fu liberato nel 1975 in un tale
stato di deperimento fisico che morì qualche mese dopo senza
esser potuto tornare in Francia] (...) Le prigioni e i
campi fanno parte di un vasto insieme di istituzioni
tramite le quali si organizza la repressione. Si distinguono:
- "posti di soccorso", sorta di prigioni di transito in cui si
aspetta di essere giudicati per reati politici lievi e crimini
non politici; "centri di rigenerazione" attraverso il lavoro,
che rinchiudono ognuno tra le 100 e le 200 persone giudicate
asociali, oziose o anche soltanto pigre. Ve ne sono in quasi
tutte le città. Vi si resta da 3 mesi ad un anno, spesso senza
processo né un'accusa precisa; - campi di lavoro forzati. Nel
paese se ne trovano una dozzina abbondante; rinchiudono tra le
500 e le 2.500 persone ognuno. I detenuti sono criminali
comuni, accusati di furto, tentato omicidio, stupro, ma anche
figli di detenuti politici, persone arrestate mentre cercavano
di fuggire dal paese, ecc; - "zone di deportazione", dove
vengono trasferiti elementi giudicati poco sicuri (familiari
di qualcuno fuggito al Sud, ex proprietari terrieri, ecc.). A
simili residenze coatte, fissate in località remote, sarebbero
associate decine di migliaia di persone; - "zone di dittatura
speciale", i veri e propri campi di concentramento dove si
possono trovare detenuti politici. Ne esistono una dozzina, in
cui sono rinchiuse tra le 150.000 e le 200.000 persone. Una
cifra, va notato, che rappresenta appena l'1% della
popolazione complessiva, percentuale nettamente inferiore a
quella raggiunta dal gulag sovietico all'inizio degli anni
Cinquanta. Tale "performance" va evidentemente letta non come
frutto di una particolare mitezza, ma piuttosto come
manifestazione di un controllo e sorveglianza della
popolazione eccezionale. Queste zone di "dittatura speciale"
sono situate soprattutto nel nord del paese, in regioni
montane e spesso di difficile accesso. Quella di Yodok sarebbe
la più grande e vi si troverebbero internate 50.000 persone.
Essa comprende i campi di Yongpyang r Pyonjon, estremamente
isolati, dove si trovano circa i due terzi dei prigionieri
della zona, e quelli di Kou-oup, Ibsok e Daesuk, dove sono
rinchiusi - ma separatamente - famiglie di ex residenti in
Giappone e celibi. Altre zone di "dittatura speciale" sono
situate a Kaechon, Hwasong, Hoeryong, Chongjin. Questi campi
vennero istituiti alla fine degli anni Cinquanta per
internarvi «criminali politici» e gli oppositori di Kim Il
Sung in seno al Partito... La loro popolazione crebbe
considerevolmente soprattutto nel 1980, in seguito ad una
purga consistente scattata dopo la disfatta di quanti si
opponevano all'istituzionalizzazione del
comunismo
dinastico al VI Congresso del Partito dei
lavoratori. Alcuni di questi campi, come il n. 15 della
zona di Yodok, sono divisi in un "quartiere di
rivoluzionarizzazione", dove sono rinchiusi i prigionieri che
possono sperare di rivedere un giorno il mondo esterno, e un
"quartiere di massima sicurezza", da cui nessuno può mai
uscire. Nel quartiere di rivoluzionariz-zazione sono internati
soprattutto detenuti dell'élite politica o persone rimpatriate
dal Giappone che possono vantare relazioni personali con
dirigenti di associazioni giapponesi favorevoli alla Korea del
Nord. La descrizione che fanno dei campi i rari transfughi
che vi sono passati è terrificante: alti fili spinati, cani
lupo, guardie armate, campi minati tutt'attorno. Il cibo è
assolutamente insufficiente, l'isolamento dall'esterno totale,
il lavoro duro (miniere, cave, scavo di canali d'irrigazione,
taglio della legna per circa 12 ore al giorno, cui vanno
aggiunte 2 ore di «formazione politica»). Ma il supplizio
peggiore è forse la fame, e i detenuti fanno di tutto per
catturare e mangiare topi, rane e lombrichi. A completamento
di tale quadro, in fin dei conti classico in questo mondo
dell'orrore, vanno menzionati il progressivo decadimento
fisico dei prigionieri ed il loro utilizzo per lavori
«speciali», come lo scavo di tunnel segreti, o pericolosi, per
esempio nei siti nucleari, o addirittura quali bersagli
viventi per le esecuzioni di tiro delle guardie. Torture,
violenze sessuali sono altri aspetti tra i più scioccanti
della vita dei detenuti nordkoreani. Si può ancora
aggiungere l'affermazione da parte del regime del
carattere
familiare della responsabilità: molte famiglie finiscono
in un campo a causa della condanna di uno solo dei loro
membri; ma se al momento della grande purga degli avversari di
Kim Il Sung, nel 1958, la punizione si estendeva spesso a
tre generazioni, tale sistema tende oggi a farsi più
morbido. Il che non impedisce che questa strana concezione del
diritto ritorni anche in testimonianze relativamente
recenti. Un giovane transfuga, Kang Chul Hwan, entrò in un
campo all'età di 9 anni. Era il 1977. Era stato
internato insieme a suo padre, uno dei fratelli e due nonni
perché, quell'anno, il nonno - ex responsabile
dell'associazione dei koreani di Kyoto, in Giappone - era
stato arrestato per aver fatto qualche osservazione troppo
compiacente circa la vita in un paese capitalista. Fino ai 15
anni Kang Chul Hwan è stato sottoposto nel campo al regime
riservato ai bambini: al mattino scuola, dove gli insegnano
soprattutto la vita del genio nazionale, Kim Il Sung, al
pomeriggio lavoro (strappare le erbacce, raccogliere pietre,
ecc.). (...)
Il conto
finale

Nella Korea del Nord, più che in
qualunque altro paese, la sventura comunista è difficilmente
traducibile in cifre. per l'insufficienza dei dati statistici,
per l'impossibilità di ricerche sul posto, per
l'inacessibilità degli archivi. Per ragioni connesse anche
alla chiusura del paese. Come contabilizzare l'invasione di
una propaganda non meno imbecille che permanente? Come
quantificare l'assenza di libertà (di associazione,
espressione, spostamento, ecc.)? Come valutare la vita
rovinata di un bambino rinchiuso in un campo perché suo nonno
è stato condannato, di una detenuta obbligata ad abortire in
condizioni atroci? Come far entrare nelle statistiche la
povertà di una vita ossessionata dalla mancanza di cibo, di
riscaldamento, di vestiti confortevoli e decenti, ecc.
Che peso ha, a fronte di tutto ciò,
l'«americanizzazione» della società sudkoreana invocata dai
nostri spregiatori dell'ultraliberismo per mettere sullo
stesso piano la democrazia evidentemente imperfetta del Sud e
l'incubo organizzato del Nord? Qualcuno potrà obiettare
che il comunismo nordkoreano è una caricatura del comunismo,
come lo è stato quello dei kmer rossi. Un'eccezione
archeostaliniana [peccato però che non sia esistito al mondo
un solo regime comunista liberale ed umanitario, giacché la
repressione fisica e morale sono il fondamento stesso
dell'ideologia marxiana...; ndr]. Certo, ma questo "museo del
comunismo", questo "Madame Tussaud" asiatico, è ancora vivo...
Fatte queste riserve, ai 100.000 morti delle purghe in seno al
Partito dei lavoratori si possono aggiungere 1.500.000 di
morti conseguenti alla guerra voluta, organizzata e scatenata
dai comunisti: una guerra non terminata che aumenta
regolarmente il numero complessivo delle vittime con
operazioni puntuali ma cruente (attacchi di commando
nordkoreani contro il Sud, atti di terrorismo, ecc.). A questo
bilancio si dovrebbero poi aggiungere le vittime dirette e
soprattutto indirette della malnutrizione. È qui che i dati
sono oggi più carenti, ma è anche qui che - aggravandosi la
situazione - il bilancio potrebbe drammaticamente
appe-santirsi, e in un futuro molto prossimo. Anche
acconten-tandosi, calcolando dal 1953, di 500.000 vite perdute
per un'accresciuta sensibilità alle malattie, o direttamente a
causa della penuria alimentare (corrono attualmente voci,
ovvia-mente inverificabili, di cannibalismo), si giunge, per un
paese di 23.000.000 di abitanti e un regime comunista di una
cinquantina d'anni, al risultato globale di 3.000.000 di
vittime ...
Ricordate la
Nord Corea che batté l’Italia? Beh, la squadra finì in un
lager perché osò far festa
by Antonio Socci
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