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 Il massacro di Kronstadt del 1921
Brani tratti da fonti varie, letterarie e sul web
 
 

Georg FLEGEL, Natura morta, 1630ca

 

Kronstadt 1921: rivolta e repressione dei marinai bolscevichi insorti contro la dittatura di Lenin e Trotskij

Nota introduttiva
« Fu il lampo», ebbe a dire Lenin della rivolta di Kronstadt «che illuminò meglio di ogni altro fatto la nostra realtà». Nel marzo del 1921 i marinai della base navale del Golfo di Finlandia, "onore e gloria" della rivoluzione russa, si ribellarono contro il governo bolscevico, che pure avevano aiutato a conquistare il potere. Con la parola d'ordine "liberi soviet", fondarono una comune rivoluzionaria che sopravvisse sedici giorni, prima di soccombere di fronte alle truppe inviate contro di loro attra-verso il ghiaccio. Dopo una lunga e selvaggia battaglia che fece riscontrare gravi perdite da ambo le parti i ribelli dovettero cedere. Sotto molti punti di vista i fatti di Kronstadt costituirono un primo esempio dei molti eventi successivi che avrebbero indotto tanti radicali delusi a rompere con il movimento e a richiamarsi alla purezza originaria dei propri ideali. La rivolta, che per Lenin rappresentò il fatto più grave da fronteggiare dopo la presa del potere con il colpo di Stato bolscevico ed i massacri degli oppositori interni (c.d. "menscevichi"), ancor oggi rappresenta, per gli irriducibili nostalgici del «sogno uma-nitario» marxista, ciechi sino alla fine di fronte ai suoi agghiaccianti genocidi, vuoi il simbolo dell'ultimo tentativo di riscattare una rivoluzione tradita, vuoi la copertura di una cospirazione degli zaristi tramata nei circoli dei russi emigrati all'estero.

Più che una città, Kronstadt è un'isola fortificata del Mar Baltico, in posizione strategica nel Golfo di Finlandia in quanto proprio di fronte a San Pietroburgo (che all'epoca dei fatti si chiamava Pietrogrado ed era la capitale della Russia) ed alla costa di Oranienbaum, base dell'aviazione russa del nord. La sua importanza militare si nota ancora in tempi recenti, tant'è che solo a metà degli anni Novanta, ben dopo il crollo dell'URSS, le autorità russe hanno finalmente consentito ai turisti stranieri di sbarcarvi per visitarne i monumenti. Fino a quel momento l'area era interdetta ai civili, e controllata a vista.


Gli antefatti: la guarnigione di Kronstadt come "onore e gloria" della rivoluzione bolscevica
Kronstadt aveva una storia di acceso radicalismo che risaliva al primo grande sollevamento della Russia nel XX secolo, la rivoluzione del 1905. Gli opuscoli illegali erano apparsi nella base navale già nel 1901, e subito dopo i marinai comin-ciarono a costituire circoli ove discutere i problemi politici e sociali ed esporre le loro rivendicazioni: soprattutto i bassi salari, il cattivo cibo e la rigorosa disciplina alla quale erano sempre stati sottoposti. L'ondata di scioperi, rivolte contadine, atti terroristici, che scosse il paese tra il 1902 ed il 1905 fu vista da loro con simpatia, e contribuì a elevare la loro coscienza politica e sociale. L'insubordinazione nei confronti degli Ufficiali ed altre manifestazioni di indisciplina erano divenute un fatto quotidiano. Nel 1905, dopo lo scoppio della guerra russo-giapponese e della rivoluzione, quanto ancora poteva restare del loro morale subì un tracollo decisivo dopo la battaglia di Tsushima, dove gran parte della flotta venne affondata dai Giapponesi. Ulteriore stimolo all'azione rivolu-zionaria, se pur ve n'era bisogno, venne dato dal drammatico ammutinamento della Potiomkin del giugno 1917 nella flotta del Mar Nero. I primi gravi disordini scoppiarono a Kronstadt nell'ottobre del 1905, quando la rivoluzione era al culmine, e indicarono una strada che doveva divenire sempre più consueta negli anni successivi. Nei giorni successivi la tensione si accrebbe con impressionante rapidità: il 25 ottobre si ebbe una manifestazione di protesta nella mensa dei marinai, dopo che alcuni si erano lamentati per il cibo. Grida di "Ammazza il Comandante!" si levarono tra il frastuono dei piedi e del martellare delle posate. Il giorno dopo Kronstadt si ribellò apertamente. La rivolta, del tutto spontanea per la sua origine, degenerò presto in un'orgia di saccheggi e distruzioni assai simile agli ammutinamenti degli streltsi durante il regno di Pietro il Grande. Una folla di marinai e di soldati imperversò per le strade cittadine, frantumando le vetrine dei negozi e dando fuoco alle case. Vennero erette barricate e occupate parecchie abitazioni come roccaforti contro l'atteso arrivo di forze di repressione da Pietroburgo. La sommossa durò due giorni, fece 17 morti e 82 feriti prima che le truppe governative restaurassero l'ordine. Circa 3.000 ammutinati vennero arre-stati; molti di loro vennero condannati ad anni di prigione o di esilio, benché nessuna condanna a morte fosse comminata. Il 19 luglio 1906 si verificò una seconda e più grave ribellione, suscitata questa volta da un ammutinamento nel porto di Sveaborg: imperversò per due giorni e la sua forza motrice era ancora l'odio per l'autorità e la disciplina. Da entrambe le parti si combatté con ferocia, giacché i ribelli erano spinti dalla frustrazione e dalle offese, mentre le autorità erano spronate dalla fiducia in una rapida vittoria, ora che l'ondata rivolu-zionaria in Russia aveva cominciato a scemare. Questa volta 36 esponenti della rivolta vennero giustiziati, mentre centinaia furono imprigionati o esiliati in Siberia.
Nel 1917, agli albori della rivoluzione d'ottobre, Kronstadt fu ancora una volta al centro di una sfrenata attività rivolu-zionaria. Sotto l'influenza dell'estrema sinistra, che in quel periodo predominava ideologicamente tra gli abitanti dell'isola di Kotlin, Kronstadt si proclamò "comune rivoluzionaria" sull'esempio della comune di Parigi del 1871: nel maggio 1917 il soviet di Kronstadt, che si era auto-organizzato sotto la direzione di bolscevichi, anarchici, socialrivoluzionari di sinistra e radicali apartitici di tutte le correnti, rifiutò di sottomettersi all'autorità del governo provvisorio e si autonominò "unico potere della città". Venne organizzata una milizia popolare per difendere l'isola da ogni intervento esterno contro la sua sovranità, e gli abitanti di Kronstadt manifestarono un vero talento per l'organizzazione spontanea: a parte vari comitati, uomini e donne che lavoravano nella stessa azienda o vive-vano nella stessa zona formarono delle piccole comuni agricole di circa 50 membri e cominciarono a coltivare tutto il terreno arabile a disposizione sul nudo territorio dell'isola. Poiché teneva moltissimo alla sua autonomia, la popolazione di Kronstadt sostenne fin da subito la parola d'ordine "tutto il potere ai Soviet" avanzata nel 1917 da Lenin, ma interpre-tandola in modo letterale: ogni località, cioè, doveva ammini-strare da sola i propri affari, senza nessuna interferenza di altre autorità centrali. Questa ingenuità sarà la miccia della rivolta del 1921 contro la dittatura di Lenin, prontamente repressa nel sangue. Ma procediamo con ordine.
Nel corso del 1917 la flotta del Baltico rimase in uno stato di turbolenza segnato da violente rivolte contro ogni forma di autorità politica e militare. I marinai di Kronstadt, in parti-colare, ardevano dal desiderio di liberarsi dalla severa disciplina e dall'atmosfera carceraria che permeava l'isola di Kotlin: così, quando scoppiò la rivoluzione di febbraio, colsero l'occasione per regolare i conti con gli odiati superiori. Il 28 febbraio un manipolo di marinai infuriati strappò dal suo alloggio il comandante della base, l'ammiraglio R. N. Viren, e lo trascinò sulla Piazza dell'Ancora dove venne giustiziato sommariamente. Fu il segnale di un'orgia di sangue in cui oltre quaranta Ufficiali di terra e di mare vennero trucidati. Altri duecento circa vennero messi in prigione. Durante la rivolu-zione di febbraio un'ondata di violenze si verificò in tutto il complesso delle basi della flotta del Baltico: 76 Ufficiali di Marina, senza contare quelli delle guarnigioni, vennero uccisi dai loro uomini. Questa sete di vendetta personale non fu che un aspetto dell'estremismo rivoluzionario della guarnigione di Kronstadt, dove la piazzaforte fu presa da un generale spirito di licenza libertario, incoraggiato quanto più possibile dai bolscevichi e dalle altre frange dell'estrema sinistra politica. L'obettivo principale di questi ultimi, infatti, non erano gli Ufficiali ma lo stesso governo provvisorio russo, e nei mesi successivi si servirono abbondantemente dei marinai nelle manifestazioni di piazza a Pietrogrado dell'aprile e giugno 1917. La guarnigione di Kronstadt raggiunse nuovamente Pietrogrado (allora capitale russa) nel mese di luglio, giocando un ruolo di primo piano nella fallita insurrezione. Fu in quell'occasione, allorché si distinsero per brutalità e ferocia, che Trotskij (fondatore e capo dell'Armata rossa) li battezzò «onore e gloria della rivoluzione»: in un noto incidente un gruppo di marinai catturò Viktor Cernov, ministro social-rivoluzionario dell'agricoltura, che poté sfuggire al linciaggio solo grazie all'intervento dello stesso Trotskij. Alla fine di agosto, durante la marcia sulla capitale del generale Kornilov, i marinai vi accorsero nuovamente in difesa di quella che consideravano la loro rivoluzione: l'equipaggio della corazzata Petropavlovsk, che era stato all'avanguardia durante la rivolta di luglio, chiese nuovamente l'immediato trasferimento di tutto il potere ai soviet, unitamente all'arresto ed esecuzione di Kornilov. Quattro Ufficiali che si erano opposti furono arrestati ed uccisi. Nelle settimane seguenti i marinai, fedeli alla loro reputazione di intransigenza rivoluzionaria, continuarono a premere per il rovesciamento del governo provvisorio di Kerenskij. Il 25 ottobre, quando Lenin riuscì a compiere il colpo di Stato della violenta minoranza bolscevica, si lanciarono contro Pietrogrado con i propri battelli, unendosi alle guardie rosse nell'assalto al Palazzo d'Inverno, mentre l'incrociatore Avrora - alla fonda nella capitale - sparava granate a salve per demoralizzare gli oppositori del golpe. Ma non bastò la caduta del governo e l'avvento al potere di Lenin a calmare i marinai di Kronstadt: la loro tendenza alle soluzioni violente si manifestò nuovamente nel gennaio 1918, quando nella notte tra il 6 ed il 7 una banda di essi penetrò in un ospedale di Pietrogrado dov'erano custoditi due ex ministri costituzional-democratici dell'abbattuto governo provvisorio, Scingarev e Kokoscin, trucidandoli nei loro letti. Lenin impedì un'inchiesta sull'accaduto, poiché attribuiva un valore non indifferente ai marinai, considerandoli una specie di guardia pretoriana pronta a prendere le armi all'istante per la difesa dei soviet, e non voleva inimicarseli. Su queste premesse nel corso della guerra civile 1918-1920 i marinai di Kronstadt e dell'intera flotta del Baltico rimasero gli alfieri della milizia rivoluzionaria, tant'è che più di 40.000 di essi parteciparono alla lotta contro le armate dei c.d. "russi bianchi", distinguendosi per la crudeltà ed entrando a far parte dei ranghi dell'Armata rossa su tutti i fronti. Nella battaglia decisiva di Sviiazhsk fornirono a Trotskij le truppe scelte più focose, e si distinsero in numerose azioni belliche.
Ma quando la guerra civile ebbe fine, la situazione - invece di migliorare - volse al peggio, ed il miraggio marxista si rivelò nella ben più reale e pragmatica dittatura bolscevica ...



Il prosieguo: la dittatura di Lenin e lo scoppio delle ostilità
Con la fine delle ostilità interne venne anche meno la giusti-ficazione popolare della dura politica di Lenin, che a questo punto rivelò la vera natura criminale del tanto osannato "sogno umanitario": come i contadini non vedevano più alcuna neces-sità nelle confische dei loro prodotti e nell'abolizione del mercato libero, e gli operi reagivano al soggiogamento dei loro sindacati ed alla restaurazione della disciplina di fabbrica, alla direzione personale ed ai tecnici e specialisti "borghesi", così i soldati ed i marinai chiedevano il ritorno dei principî demo-cratici nella vita militare. Nella turbolenta flotta del Baltico l'opposizione al rafforzamento della disciplina, all'abolizione dei "comitati di nave" e la nomina di commissari e di "specia-listi militari" in posizione di comando assunse immedia-tamente dimensioni minacciose. Anzi, gli sforzi dei bolscevichi per liquidare i "comitati di nave" e per imporre l'autorità dei commissari nominati dal centro suscitarono un uragano di proteste. Ma a ciò si aggiunsero delle nuove circostanze idonee a fomentare lo spirito ribelle tra le ciurme delle navi e tra i soldati delle guarnigioni del Baltico: dato che il pericolo della resistenza filo-zarista era stato eliminato, gli uomini ricevet-tero, per la prima volta dopo molti mesi, delle licenze. Ed appunto tornando ai villaggi natali, toccarono con mano le meraviglie del "paradiso del proletariato" che si andava costi-tuendo. Vennero a contatto con la politica della requisizione dei cereali e con i metodi violenti che il partito comunista usava per attuarla; alcuni di essi vennero fermati dai distaccamenti che controllavano i blocchi stradali e sottoposti a perquisizione per il timore che trasportassero illegalmente dei viveri; nelle città, invece, videro in tutta la sua estensione la miseria prodotta dalla guerra civile che loro stessi - complici dei bolscevichi - avevano scatenato per impadronirsi del potere assoluto, distruggendo qualunque cosa avesse potuto contra-starli. Dovunque si trovarono di fronte ad una popolazione inquieta e scontenta, soggiogata dai nuovi padroni.
Ascoltarono le lamentele dei loro fratelli e parenti, che somigliavano stranamente - in tanti casi - alle proprie ragioni di risentimento nei confronti delle autorità. «Per anni», osservò Stepan Petricenko, figura di spicco nell'insurrezione di Kronstadt del 1921, «ciò che accadeva a casa nostra mentre noi eravamo al fronte o sul mare ci è stato nascosto dalla censura bolscevica. Quando tornammo a casa i nostri genitori ci chiesero perché combattessimo per gli oppressori. E questo ci fece riflettere». L'effetto di questo ritorno alla realtà fu così brusco che il governo cercò di ridurre drasticamente le licenze nella flotta, ma da ciò derivarono solo fenomeni di crescente diserzione. All'inizio del 1921 la flotta, in quanto forza militare organizzata, stava per cadere in preda ad una grave crisi. A ciò si aggiunsero problemi di approvvigionamento sempre più grandi, che già sul finire del 1920 avevano fatto scoppiare un'epidemia di scorbuto tra gli equipaggi. A dicembre i marinai di Kronstadt inviarono a Mosca - ora ritornata ad essere capitale della Russia e dell'URSS - una delegazione per chiedere un miglioramento delle razioni, ma al loro arrivo gli uomini vennero immediatamente arrestati. Nel gennaio 1921 circa 5.000 marinai del Baltico abbandonarono il partito comunista, mentre tra l'agosto 1920 ed il marzo 1921 l'organizzazione di partito di Kronstadt perse più della metà dei suoi membri: i vertici moscoviti attribuirono ciò all'infiltrazione di elementi poco fidati nell'ultimo periodo della guerra civile, quando molti "reazionari" cercavano scampo dissimulandosi nelle organizzazioni ancora recenti del partito. Verso la metà di febbraio del 1921 la tensione era giunta alle stelle: prima della fine del mese a Pietrogrado scoppiò una serie di scioperi, ed il 26 gli equipaggi della Petropavlovsk e della Sevastopol tennero un'assemblea straordinaria decidendo di inviare nell'ex capitale una delegazione per capire ciò che stava realmente accadendo. Le navi da guerra, infatti, non potevano abbandonare Kronstadt perché imprigionate, una a fianco dell'altra, dai ghiacci. Quando la delegazione giunse a Pietrogrado, vi trovò uno "stato di guerra" imposto dai comunisti per mantenere una parvenza di ordine: le fabbriche in sciopero erano circondate dalle truppe e dagli allievi ufficiali, mentre negli stabilimenti ancora attivi delle squadre armate di comunisti sorvegliavano da vicino gli operai, che rimanevano in silenzio all'arrivo dei marinai. «Si sarebbe potuto pensare», disse ancora Petricenko, «che non si trattava di fabbriche, ma di campi di lavoro forzato dell'epoca zarista». Il 28 febbraio i delegati, indignati, rientrarono a Kronstadt e tennero la loro relazione in una "storica" riunione a bordo della Petropavlovsk. L'assemblea, alla fine, votò una lunga risoluzione, che prese il nome di "
Piattaforma politica della rivolta di Kronstadt".
La rivoluzione della Petropavlovsk, che si ribellava apertamente contro il potere bolscevico negandone la legittimità rivoluzionaria ed equiparandolo a tutti gli effetti alla precedente tirannide zarista, esprimeva più in generale il malcontento delle città e dei villaggi nei confronti del nuovo dispotismo leninista: la dichiarazione iniziale della risoluzione, per cui «i soviet attuali non rappresentano la volontà degli operai e dei contadini» era una chiara sfida al monopolio bolscevico del potere politico. La domanda di nuove elezioni ai soviet, collegata alla richiesta della libertà d'espressione (pur limitata ai soli gruppi politici della sinistra!) era qualcosa che Lenin ed i suoi accoliti non erano disposti a tollerare. Ma se si conoscono bene i documenti programmatici del partito comunista russo, si scopre che in realtà la risoluzione della Petropavlovsk altro non era che un invito al governo sovietico di comportarsi secondo la sua stessa costituzione, una banale riaffermazione, cioè, di quegli stessi diritti e di quelle stesse libertà che a parole Lenin aveva sostenuto nel 1917. Per poi, ovviamente, sconfessare nei fatti una volta giunto al potere. Con l'adozione della risoluzione gli eventi precipitarono: il giorno successivo, il 1° marzo, si tenne un comizio sulla Piazza dell'Ancora cui parteciparono circa 15.000 persone, più di un quarto della popolazione civile e militare di Kronstadt. Sul palco erano presenti anche due funzionari bolscevichi di prestigio, inviati da Pietrogrado per salvare la situazione: Kalinin e Kusmin: al loro arrivo furono accolti da festeggiamenti di piazza e da una guardia d'onore militare, ma una volta che presero la parola, condannando la risoluzione e diffidando i marinai dal sottomettersi all'autorità centrale, la piazza si rivoltò loro contro: per parecchi minuti le urla ed i fischi costrinsero Kalinin al silenzio, poi tentò un'ultima volta di prendere la parola per denunziare la rivoluzione come "controrivoluzionaria", gridando all'indisciplina ed al tradimento, che sarebbero stati stroncati dalla mano di ferro (ovverosia l'Armata rossa di Trotskij) del proletariato. A questo punto venne allontanato dalla tribuna. Dopo l'approvazione della risoluzione, l'assemblea decise di inviare a Pietrogrado una delegazione di 30 uomini per informarne la popolazione e per ottenere che fosse inviata a Kronstadt una rappresentanza di "senzapartito" per rendersi conto della situazione in modo diretto. I delegati vennero però arrestati non appena sbarcati a Pietrogrado, e di loro non si seppe più nulla. Il 2 marzo venne eletto un nuovo soviet di Kronstadt, impedendo ai comunisti di dominare le votazioni. Qualcuno propose l'invio di una nuova delegazione a Pietrogrado, ma la proposta venne scartata per il timore d nuovi arresti; quindi, nella tensione generata dalle prospettive di un attacco dei bolscevichi, la conferenza prese una risoluzione fatidica: decise di costituire un comitato rivoluzionario provvisorio con il compito di amministrare la città e la guarnigione sino alla formazione del nuovo soviet. Mancando il tempo per procedere ad elezioni più regolari, l'ufficio di presidenza di cinque membri venne designato come Comitato rivoluzionario provvisorio, sotto la presidenza di Petricenko. Con quest'azione il movimento di Kronstadt si pose al di fuori dei limiti di una mera protesta. Tutti i forti, le batterie e le navi da guerra riconobbero l'autorità del Comitato rivoluzionario; e già di primo mattino copie della risoluzione della Petropavlovsk erano state inviate sulla terraferma e distribuite ad Oranienbaum, Pietrogrado ed altre città vicine. Nel pomeriggio la squadra aerea navale di Oranienbaum riconobbe il Comitato rivoluzionario e inviò, attraverso il ghiaccio, dei rappresentanti a Kronstadt. La rivolta aveva cominciato ad espandersi. Il giorno dopo, 3 marzo, il Comitato rivoluzionario provvisorio cominciò a pubblicare un quotidiano, le «Isvestia Vremennogo Revolutsionnogo Komiteta Matrosov, Krasnoarmeitsev i Rabocikh gor. Kronsctadta» ("Notizie del Comitato rivoluzionario provvisorio dei marinai, soldati e lavoratori della città di Kronstadt"), che sarebbe apparso senza interruzione sino al 16, il giorno antecedente all'attacco decisivo contro i ribelli. Ad Oranienbaum, invece, le truppe del primo squadrone aereo della flotta tennero a loro volta una riunione nel loro circolo, approvarono all'unanimità la risoluzione e - seguendo l'esempio di Kronstadt - procedettero all'elezione di un proprio Comitato rivoluzionario.
Sempre il 3 marzo, però, alle 5 del mattino giunse a Pietrogrado un treno blindato con un distaccamento di kursanti e tre batterie di artiglieria leggera. Le caserme dello squadrone aereo di Oranienbaum vennero rapidamente circondate ed i loro occupanti arrestati. Poche ore dopo, a seguito di stringenti interrogatori, 45 uomini vennero portati via e fucilati: tra essi vi erano il comandante dell'aviazione navale rossa ed il presidente del Comitato rivoluzionario appena costituito. Così come accadrà a Kronstadt, i ribelli di Oranienbaum si dimostrarono estremamente ingenui nei riguardi dell'apparato repressivo sovietico, poiché non avevano compiuto il minimo tentativo per armarsi e garantirsi l'effettivo controllo della base. Né fu mai presa in considerazione l'ipotesi di marciare direttamente su Pietrogrado - nei primi giorni della rivolta - per incitare la popolazione a ribellarsi alle angherie dei bolscevichi, tantopiù avendo a disposizione l'appoggio della stragrande parte delle forze armate locali: i marinai preferirono arroccarsi sulla loro isola illudendosi sulla bontà intrinseca del comunismo, non ricordandosi neppure le nefandezze che quest'ultimo aveva potuto compiere proprio grazie al loro apporto durante la guerra civile.
Con un proclama ufficiale, sempre il 5 marzo i bolscevichi lanciarono l'ultimatum alla guarnigione di Kronstadt, minacciando di "massacrarla come pernici" (espressione attribuita a Trotskij), dopodiché de autorità di Pietrogrado ordinarono l'arresto - come ostaggi - dei familiari dei ribelli. Il sistema degli ostaggi era stato inaugurato da Trotskij durante la guerra civile, come un ammonimento agli "specialisti militari" (ex Ufficiali zaristi) perché non pensassero mai di "tradire" le truppe dell'Armata rossa al loro comando. Il 7 marzo scadde l'ultimatum, senza la resa di Kronstadt: adesso, però, Lenin era in grado di usare la forza, perché nel frattempo aveva fatto affluire a Pietrogrado un gran numero di uomini e mezzi militari d'assalto. Le operazioni militari ebbero inizio il 7 marzo, alle sei e quarantacinque del mattino: le batterie comuniste di Sestroretsk e di Lisy Nos, sulla costa settentrionale, aprirono il fuoco su Kronstadt. Questi bombardamenti, diretti soprattutto contro i fortini esterni dell'isola, miravano ad indebolirne le difese per favorire il successivo assalto della fanteria. Quando vi fu il fuoco di risposta dall'isola, iniziò il bombardamento da Krasnaja Gorka, cui seguì la reazione del Sevastopol. Il 7 marzo era anche la giornata internazionale delle donne lavoratrici: tra il frastuono delle armi da fuoco la radio di Kronstadt inviava auguri alle lavoratrici di tutto il mondo, denunziando nello stesso tempo i comunisti quali "nemici del popolo che lavora" ed invitando all'abbattimento delle tirannie e dei dispotismi d'ogni genere. Il giorno dopo, all'alba, fu sferrato il primo attacco della fanteria sovietica, che venne però impedito dall'improvviso cedere della lastra ghiacciata del Golfo di Finlandia colpita dai proiettili esplosi; va notato che in quell'occasione una parte delle truppe d'assalto abbandonò il campo comunista per appoggiare gli insorti. Quella sera, poi, un gruppo di bolscevichi si avvicinò a Kronstadt da sud, recando ingannevolmente una bandiera di tregua. Due membri del Comitato rivoluzionario provvisorio, Verscinin e Kupolov, andarono loro incontro a cavallo: Verscinin venne catturato all'istante, mentre Kupolov riuscì a salvarsi al galoppo.
Il nuovo cannoneggiamento, decisivo, ebbe inizio alle due pomeridiane del 16 marzo e continuò per tutto il giorno: proiettili caddero a Kronstadt nei pressi del cimitero dove erano in corso i riti funebri in memoria dei difensori caduti. Gli insorti risposero con un intenso fuoco di sbarramento ed elevando una cortina fumogena dalla Petropavlovsk, che però fu colpita assieme alla Sevastopol, seppur non in modo grave. Entrambe le navi, però, erano imprigionate dai ghiacci e quindi impedite ad affrontare il mare aperto e le forze dell'Armata rossa. Il 17 marzo fu una giornata limpida, senza nebbia, per cui gli assalitori si trovavano in condizioni di protezione ridotta: per questo intensificarono il fuoco, ed a metà pomeriggio avevano ormai conquistato la maggior parte dei forti avvicinandosi al bastione nord-est della città di Kronstadt. Nel frattempo il settore sud delle armate bolsceviche aveva lanciato il suo attacco contro i confini meridionali ed occidentali della città: muovendo da Oranienbaum, alle quattro del mattino del 17 marzo, un'ampia colonna dotata di mitragliatrici ed artiglieria leggera avanzò su tre colonne contro il porto militare di Kronstadt, mentre una quarta colonna puntava sulla Porta di Pietrogrado, il punto di accesso più vulnerabile della città. Era ancora buoi quando le punte avanzate della 79ª brigata di fanteria giunsero nei pressi delle postazioni di cannoni pesanti che difendevano il porto: i proiettori lanciavano fasci di luce, ma le tenebre e la nebbia nascondevano alla vista dei difensori le truppe mimetizzate. Raggiunti i confini meridionali della città, distaccamenti scelti dei comunisti sopraffecero i serventi di alcune batterie esterne. Ma, allorché si spinsero in avanti, furono assaliti da un intenso fuoco di sbarramento di cannoni e mitragliatrici da parte delle circostanti fortificazioni ribelli. Durante tutta la giornata la battaglia continuò ininterrotta. Secondo alcune testimonianze, le donne di Kronstadt presero parte al combattimento, trasportando munizioni ai ribelli e salvando i feriti sotto il fitto fuoco per portarli ai posti di soccorso degli ospedali cittadini. Alle sedici gli insorti lanciarono un improvviso attacco che vide vacillare i bolscevichi e minacciò di respingerli di nuovo sul ghiaccio, ma proprio a questo punto sopraggiunsero il 27° reggimento di cavalleria e un distaccamento di volontari del partito comunista di Pietrogrado che ristabilirono le sorti della giornata. Prima del tramonto fu portata sino in città l'artiglieria da Oranienbaum, che aprì il fuoco sui ribelli con effetti devastanti. In serata i kursanti del settore nord penetrarono in città da nord est e catturarono il quartier generale della fortezza, sterminandolo. Si unirono quindi con i loro "compagni" del settore sud, che nel frattempo si erano aperti la strada dalla Porta di Pietrogrado al centro della città. Verso mezzanotte il fuoco cominciò a ridursi: gli ultimi forti erano stati via via conquistati, e la vittoria dei bolscevichi era ormai cosa fatta.
Alla sera del 17 marzo, quando tutto appariva perduto, undici membri del Comitato rivoluzionario (tra cui lo stesso Petricenko) si rifugiarono, attraverso il ghiaccio, a Terijoki; poco prima di mezzanotte circa 800 fuggiaschi, tra i quali il nerbo dei dirigenti della rivolta, raggiunsero la costa finlandese: poiché erano certi che, una volta catturati, sarebbero stati immediatamente uccisi dai sovietici, furono i primi a lasciare l'isola, con l'eccezione di un certo numero di ribelli che si trovavano nei forti più vicini alle spiagge della Karelia (allora territorio finlandese, poi invaso dall'URSS). La loro fuga rappresentò il segnale dell'esodo in massa dei difensori di Kronstadt dall'isola di Kotlin e dai forti circostanti. Durante le ventiquattr'ore successive un fitto flusso di fuggiaschi, soprattutto marinai, attraversò le frontiere finlandesi: in totale fuggirono più di 8.000 uomini, più della metà delle forze ribelli. Circa 400 cavalli vennero portati attraverso il ghiaccio, e 2.500 fucili abbandonati vennero raccolti lungo la costa dalle guardie di frontiera finlandesi. Alle 23:50 di sera il quartier generale comunista di Kronstadt, ristabilito, fu in grado di inviare al comitato di difesa di Pietrogrado un messaggio di vittoria: «I nuclei controrivoluzionari sulla Ptropavlovsk e sulla Sevastopol sono stati liquidati. Il potere è in mano ai simpatizzanti del governo sovietico. A bordo della Petropavlovsk e della Sevastopol è cessata ogni azione militare. Si stanno prendendo misure urgenti per catturare gli Ufficiali che sono fuggiti verso le frontiere finlandesi». Nelle prime ore del 18 marzo distaccamenti di kursanti occuparono le due corazzate; nel frattempo, ad eccezione di poche sacche di disperati, il resto degli insorti si era arreso, e verso mezzogiorno i forti, le navi e quasi tutta la città erano nelle mani dei sovietici. Tra i morti, una buona parte venne massacrata nei momenti finali della battaglia: una volta penetrate nella fortezza, le truppe attaccanti si vendicarono in un'orgia di sangue delle perdite subite. Una misura dell'odio dei comunisti di Pietrogrado è dato dal rammarico, da questi espresso ufficialmente, che non fossero stati usati gli aeroplani per mitragliare i fuggiaschi verso la Finlandia, mentre percorrevano i ghiacci. Del resto sia Trotskij che il suo comandante in capo, S. S. Kamenev, avevano autorizzato l'uso di gas asfissianti contro gli insorti, e se Kronstadt avesse resistito più a lungo sarebbe stato attuato un piano per lanciare un attacco di gas mediante proiettili e palloni, elaborato dai cadetti della scuola chimica superiore.

 
 
Approfondimenti ...

Epilogo

Nessuno dei ribelli catturati ebbe un pubblico processo.
Tra gli oltre 2.000 prigionieri catturati nel corso della battaglia ne furono scelti 13, quali capi della rivolta, che furono "processati" a porte chiuse. Per montare un processo per cospirazione controrivoluzionaria, la stampa sovietica si preoccupò di sottolineare le loro origini sociali: cinque erano ex Ufficiali di famiglie nobili, uno un ex prete e cinque di origine contadina. I loro nomi non hanno particolare rilievo: nessuno di loro apparteneva al Comitato rivoluzionario, quattro membri del quale - Valk, Pavlov, Perepelkin e Verscinin - erano stati arrestati dai bolscevichi, o era membro del gruppo di "specialisti militari" che aveva avuto funzione consultiva nel corso della rivolta. In ogni caso, i tredici "capi" vennero "processati" il 20 marzo e puntualmente condannati a morte. Dei restanti prigionieri, parecchie centinaia vennero immediatamente trucidati a Kronstadt; gli altri furono trasportati dalla Ceka [la polizia politica da cui poi nascerà l'NKVD e quindi il KGB] nelle sue carceri sulla terraferma. A Pietrogrado le prigioni erano piene oltre misura, e per parecchi mesi centinaia di ribelli furono portati via e fucilati a piccoli gruppi. Tra questi vi fu Perepelkin, che prima di essere ucciso scrisse un resoconto della rivolta, poi scomparso negli archivi sovietici. Altri vennero inviati nei campi di concentramento, quali la tristemente nota prigione di Solovki sul Mar Bianco, da cui nacque il sistema concentrazionario del gulag. Qui i lavori forzati, uniti alla fame, all'esaurimento ed alle malattie completarono l'opera di eliminazione pianificata da Lenin. In qualche caso le famiglie degli insorti subirono la stessa sorte. Ad esempio, la moglie ed i due figli di Koslovski, che erano stati presi come ostaggi ai primi di marzo, furono inviati in un campo di concentramento: solo la figlia di undici anni venne risparmiata. Per quanto invece riguarda i fuggiaschi in Finlandia, circa 8.000 si salvarono attraverso i ghiacci e vennero internati nei campi per rifugiati di Viipuri, Terijoki e Ino. Quasi tutti erano marinai e soldati, con una percentuale minima di civili: la Croce Rossa inglese ed americana li rifornì di cibo e vestiario, alcuni trovarono lavoro nella costruzione di strade o in altre opere pubbliche, ma non si adattarono mai alla vita nei campi. I bolscevichi, intanto, richiesero il loro rimpatrio con le armi che avevano portato con sé, e molti fuggitivi - ingannati da una promessa di amnistia e nonostante tutto convinti della bontà di quella causa comunista in nome della quale avevano combattuto e massacrato - rientrarono in Russia, dove vennero prontamente arrestati e spediti nei campi di concentramento siberiani. Nei mesi di giugno e luglio del 1921 gruppi di questi passarono per le prigioni sovietiche, sulla via di un futuro di lavori forzati e di morte prematura.
Anche il loro leader Petricenko non si liberò mai dalla bestialità del sogno maxista: rimase in Finlandia per 25 anni e - nonostante tutto quel che gli era capitato - dopo un po' di tempo iniziò ad organizzare dei gruppi filosovietici proprio all'interno del paese che gli aveva dato asilo, e che sarebbe poi stato invaso dall'URSS. A causa di queste attività eversive fu rimpatriato in Russia alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dove venne immediatamente arrestato. Circa due anni dopo morì in un campo di prigionia sovietico.

 
 
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