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Il Gulag, archetipo totale del sistema umanitario marxiano
... Molto è stato scritto sul «Grande
Terrore», che i sovietici chiamavano anche ezovscina,
«l'epoca di Ezov». Infatti, proprio nei due anni in cui l'NKVD
era diretto da Nikolaj Ezov (dal settembre 1936 al novembre
del 1938) la repressione acquisì un'ampiezza senza precedenti,
coinvolgendo tutte le componenti della popolazione sovietica,
dai dirigenti dell'Ufficio politico ai semplici cittadini
arrestati per strada all'unico scopo di completare le quote di
«elementi controrivoluzionari da reprimere». per decenni non
si è fatta parola sulla tragedia del grande Terrore. (...)
Comunque alla fine degli anni Sessanta uno storico della
levatura di Robert Conquest [cfr. la
bibliografia
inserita nel sito; ndr] è riuscito a ricostruire per
sommi capi la trama generale del Grande Terrore, basandosi
sulle testimonianze dei sovietici fuggiti in Occidente e sulle
pubblicazioni uscite negli ambienti dell'emigrazione ed in
Unione Sovietica nel periodo del «disgelo cruscioviano»
(...). Il Grande terrore fu un'operazione politica iniziata
e messa in atto dall'inizio alla fine dai massimi organismi
del Partito, cioè da Stalin, che all'epoca dominava
completamente i colleghi dell'Ufficio politico, e realizzò i
suoi due obiettivi principali. Il primo era di organizzare una
burocrazia civile e militare obbediente, costituita da quadri
giovani formatisi nello spirito staliniano degli anni Trenta
che - secondo quanto disse Kaganovic al XVIII Congresso -
avrebbero accettato "qualsiasi compito assegnato loro
dal compagno Stalin". Fino ad allora le varie amministrazioni,
una compagine eterogenea di "specialisti borghesi" cresciuta
professionalmente sotto il vecchio regime e di quadri
bolscevichi, spesso poco competenti, formatisi "sul campo"
durante la guerra civile, avevano tentato di conservare la
propria professionalità, le proprie logiche amministrative o,
semplicemente, la propria autonomia senza piegarsi ciecamente
al volontarismo ideologico ed agli ordini del potere centrale.
(...) Il secondo obiettivo del Grande Terrore era portare a
termine l'eliminazione radicale di tutti gli "elementi
pericolosi per la società", un concetto dai limiti molto
vaghi. (...) Negli anni Trenta l'attività repressiva contro
la società ebbe uno sviluppo senza precedenti, accompagnato
dalla formida-bile espansione del sistema dei campi di
concentramento. Gli archivi del gulag, oggi accessibili,
permettono di scorgerne con precisione l'andamento nel corso
di quegli anni, le varie riorganizzazioni, e i dati relativi
ai detenuti (...). Ma in campo statistico non si sa quasi
nulla di tutti coloro che non sono mai arrivati, morti in
carcere oppure durante le interminabili opera-zioni di
trasferimento, sebbene non manchino le descrizioni della via
crucis che intercorreva fra il momento dell'arresto e la
condanna. A metà del 1930 nei campi gestiti dalla GPU
lavoravano già circa 140.000 detenuti (...). All'inizio del
1932 erano più di 300.000 i detenuti che lavoravano nei grandi
cantieri della GPU, dove il tasso di mortalità annuale poteva
arrivare al 10%, come accadde in quello per il Canale Baltico
- Mar Bianco. Nel luglio del 1934, quando la GPU fu
trasformata nell'NKVD, nel gulag furono inglobate 780 colonie
penitenziarie minori (per un totale di circa 212.000 detenuti)
considerate scarsamente produttive e mal gestite, che fino a
quel momen-to dipendevano dal Commissariato del popolo per la
Giustizia. Per essere produttivo e rispecchiare l'immagine del
resto del paese, il campo di lavoro doveva essere grande e
specializzato: nell'economia dell'URSS staliniana gli immensi
complessi penitenziari, comprendenti ciascuno decine di
migliaia di dete-nuti, erano destinati ad avere un ruolo di
primaria importanza. Al 1° gennaio 1935 il sistema del gulag,
ormai unificato, comprendeva oltre 965.000 detenuti, 725.000
dei quali erano reclusi nei «campi di lavoro» e 240.000 nelle
«colonie di lavoro», unità di ridotte dimensioni a cui erano
assegnati gli individui aventi «minore pericolosità sociale»,
di solito condan-nati a pene inferiori ai tre anni. A questa
data la mappa del gulag era, a grandi linee, quella che
sarebbe stata nel ventennio successivo. (...) Nella seconda
metà degli anni trenta la popolazione del gulag raddoppiò: dai
965.000 detenuti presenti all'inizio del 1935 passò ad
1.930.000 al principio del 1941; nel solo 1937 la cifra
aumentò di 700.000 unità. (...) Dalla fine del 1939 all'estate
del 1941 nei campi, nelle colonie e negli insediamenti
speciali del gulag si verificò un nuovo afflusso di
proscritti, un movimento connesso alla sovietizzazione di
nuovi territori e ad una criminalizzazione senza precedenti
dei comportamenti sociali, in particolare nel mondo del
lavoro. Il 24 agosto 1939 il mondo venne a sapere, con
stupore, che il giorno precedente era stato firmato un patto
di non aggres-sione fra l'URSS staliniana e la Germania
hitleriana. (...) Otto giorni dopo la firma del patto le
truppe naziste aggredivano la Polonia. (...) Il 17 settembre
l'Armata rossa penetrò in Polonia con il pretesto di
«soccorrere i fratelli di sangue ukraini e bielorussi»
minacciati dalla "disgregazione dello Stato polacco". In quel
momento, con l'esercito polacco quasi del tutto annientato,
l'intervento sovietico trovò poca resistenza: i sovietici
catturarono 230.000 prigionieri di guerra, fra i quali 15.000
Ufficiali. (...) La spartizione della Polonia consentì
all'URSS di annettere un territorio assai esteso, di 180.000 Km²,
popolato da 12.000.000 di abitanti: bielorussi, ukraini,
polacchi. Il 1° e 2 novembre, dopo una parvenza di
consul-tazione popolare, queste regioni entrarono a far parte
delle repubbliche sovietiche di Ukraina e Bielorussia.
All'epoca l'operazione di «pulizia» compiuta dall'NKVD era già
molto avanzata. Il primo bersaglio erano i polacchi, che
furono arrestati e deportati in massa come «elementi ostili»;
i più esposti erano i proprietari terrieri, gli industriali, i
commercianti, i funzionari, i poliziotti e i "coloni militari"
(osadnicy wojskowi), che avevano ricevuto dal governo
polacco un lotto fondiario nelle zone di frontiera come
ricompensa per il servizio militare prestato nella guerra del
1920 tra Polonia ed URSS. Secondo le statistiche del
dipartimento del gulag relativo ai coloni speciali, tra il
febbraio del 1940 ed il giugno del 1941 furono deportati come
coloni speciali verso la Siberia, il Kazakistan, la regione di
Arcangelo ed altre zone remote dell'URSS 381.000 civili
polacchi, provenienti soltanto dai territori incorporati nel
settembre 1939. Gli storici polacchi fanno riferimento a cifre
assai più elevate, intorno al milione di persone. (...). I
documenti di archivio ... parlano di tre grandi «retate -
deportazioni», il 9 e 10 febbraio, il 12 e 13 aprile, il 28 e
29 giugno 1940. I convogli impiegavano due mesi per andare e
tornare dalla frontiera polacca fino alla Siberia, al
Kazakistan o all'estremo nord siberiano. Per quanto riguarda i
prigionieri di guerra polacchi, su 230.000 soltanto 82.000
sopravvissero fino all'estate del 1941. (...) Subito dopo aver
annesso le regioni già appartenenti alla Polonia, il governo
sovietico convocò a Mosca i capi dei governi estone, lettone e
lituano, costringendoli ad accettare «trattati di mutua
assi-stenza» in virtù dei quali i loro paesi «concedevano»
all'Unione Sovietica l'uso di basi militari: in realtà
la fine della loro indipendenza fu segnata proprio
dall'insediamento delle trup-pe sovietiche, avvenuto
nell'ottobre del 1939: dal giorno 11 di quel mese Berija diede
ordine di «estirpare [da Estonia, Lettonia e Lituania]
tutti gli elementi antisovietici e antisociali», e da quel
momento in poi la polizia militare sovietica si accanì ad
arrestare in numero sempre maggiore gli Ufficiali, funzionari
ed intellettuali considerati poco «fidati» in vista degli
ulteriori obiettivi che l'URSS si proponeva. (...) I
parlamenti e le istituzioni locali furono sciolti, e quasi
tutti i loro membri arrestati; il Partito comunista fu il solo
autorizzato a presentare candidati alle «elezioni» che ebbero
luogo il 14 e 15 luglio 1940. Nele settimane che precedettero
queste elezioni farsa, l'NKVD, diretto dal generale Serov,
arrestò gli «elementi ostili» per un totale oscillante fra le
15.000 e le 20.000 unità. (...) Nel giugno del 1941
avrebbero dovuto essere deportate 85.716 persone in tutto, fra
le quali 25.711 provenienti dai Paesi Baltici. (...) Nella
notte fra il 13 ed il 14 giugno 1941 furono deportate 11.038
persone appartenenti a famiglie di "nazionalisti borghesi",
3.240 appartenenti a famiglie di ex gendarmi e poliziotti,
7.124 appartenenti a famiglie di ex proprietari terrieri, di
industriali o di funzionari, 1.649 appartenenti a famiglie di
Ufficiali e, infine, 2.907 «vari»: in base a questo documento
è del tutto palese che in via preliminare erano stati
arrestati, e probabilmente giustiziati, i capi-famiglia. (...)
Il 2 agosto 1940 un assistente di Berija, Kobulov, firmava
l'ordine di deportazione riguardante 31.699 «elementi
antisovietici» che vivevano nei territori della neonata RSS di
Moldova e di altri 12.191 "elementi antisovietici" provenienti
dalle regioni romene annesse alla RSS d'Ukraina. (...)
Tuttavia, l'anno 1940 è memorabile anche per un altro motivo:
perché segna un record nella cifra totale di prigionieri del
gulag, di deportati, di detenuti nelle carceri sovietiche, di
condannati per illeciti penali. Il 1° gennaio 1941 risultavano
rinchiusi nei campi del gulag 1.930.000 individui, con un
aumento di 270.000 unità rispetto all'anno precedente; nei
territori "sovietizzati" erano state deportate oltre 500.000
persone, che si sommavano a 1.200.000 "coloni speciali"
registrati alla fine del 1939; nelle prigioni sovietiche, in
teoria destinate a contenere 234.000 persone, erano rinchiusi
oltre 462.000 individui; infine, nel 1940 il totale di
condanne pronunciate per illeciti penali risulta aver subito
in un anno un'impennata eccezionale: da circa 700.000 a quasi
2.300.000. (...) Un segreto particolarmente ben custodito
ha rappresentato a lungo uno dei molti "spazi bianchi" della
storia sovietica: il fatto che durante la «Grande guerra
patriottica» [la Seconda guerra mondiale; ndr] popoli interi
siano stati deportati, in quanto la collettività cui
appartenevano era sospettata di «atti di diversione,
spionaggio e collaborazionismo» a favore degli occupanti
nazisti (...) Negli anni Sessanta fu ripristinato lo statuto
giuridico di un certo numero di repubbliche autonome
cancellate dalla carta geografica per aver collaborato con
l'occupante. Tuttavia solo nel 1972 gli appartenenti ai popoli
deportati ricevettero finalmente una teorica
autorizzazione a «scegliere liberamente il proprio domicilio»,
e soltanto nel 1989 i Tatari di Crimea furono pienamente
"riabilitati". Perché finalmente lo Stato sovietico
riconoscesse la «criminale illegalità delle barbarie commesse
dal regime staliniano nei confronti dei popoli deportati in
massa» si dovette attendere la dichiarazione del Soviet
supremo del 14 novembre 1989. Il primo gruppo etnico a subire
la deportazione collettiva fu quello tedesco (secondo il
censimento del 1939, in URSS vivevano 1.427.000 tedeschi...)
(...). Fra il novembre del 1943 ed il giugno del 1944, alla
deportazione dei Tedeschi seguì una seconda, massiccia ondata
di deportazioni. Sei popoli - i Ceceni, gli Ingusci, i Tatari
di Crimea, i Caraciai, i Balcari ed i Calmucchi - furono
deportati in Siberia, in Kazakistan, in Uzbekistan e in
Kirghizistan, colpiti dall'accusa pretestuosa di «avere
collaborato in massa con l'occupante nazista». Fra il
luglio e il dicembre del 1944 questa ondata principale, che
travolse oltre 900.000 persone, fu seguita da altre
operazioni, destinate a «ripulire» la Crimea, il Caucaso da
altri gruppi nazionali ritenuti «di dubbia lealtà»: i Greci, i
Bulgari, gli Armeni di Crimea, i turchi mescheti, i Curdi e i
Chemscini del Caucaso. (...) Le cinque grandi
retate-deportazioni, che si verificarono fra il novembre del
1943 e il maggio del 1944, si svolsero secondo un procedimento
collaudatissimo, e a diffe-renza delle prime deportazioni di
kulak, «con notevole efficienza operativa», secondo
l'espressione usata dallo stesso Berija. la fase di
«preparazione logistica» fu organizzata con cura per varie
settimane, sotto la personale supervisione di Berija e dei
suoi assistenti Ivan Serov e Bogdan Kobulov, presenti sul
posto con il loro treno speciale blindato. Il numero di
convogli da allestire era impressionante: 46 convogli di 60
vagoni ciascuno per deportare 93.139 Calmucchi in quattro
giorni, dal 27 al 30 dicembre 1943, e 194 convogli di 65
vagoni ciascuno per deportare 521.247 Ceceni e Ingusci in sei
giorni, dal 23 al 28 febbraio 1944. Per queste operazioni di
carattere eccezionale l'NKVD non lesinò mezzi. In un momento
in cui la guerra era nella sua fase cruciale, per il
rastrellamento di Ceceni ed Ingusci furono impiegati non meno
di 119.000 uomini appartenenti alle truppe speciali dell'NKVD!
Le operazioni, di cui erano stati «cronometrati» i tempi ora
per ora, cominciarono con l'arresto degli «elementi
potenzialmente pericolosi», ossia di una quota compresa fra
l'1 ed il 2% della popolazione, composta in massima parte da
vecchi, donne e bambini, poiché la maggioranza degli uomini
validi era sotto le armi. Se vogliamo credere ai «rapporti
operativi» spediti a Mosca, tutto si svolse con grande
celerità. Per esempio, durante il rastrellamento dei Tatari di
Crimea, fra il 18 e il 20 maggio 1944, la sera del primo
giorno Kobulov e Serov, responsabili dell'operazione,
telegrafarono a Berija: «Alle 20 di oggi abbiamo effettuato il
trasferimento di 90.000 individui alle stazioni. Sono già
partiti 17 convogli che portano a destinazione 48.000
individui; per 25 convogli sono in corso le operazioni di
carico. L'operazione non ha provocato alcun incidente.
L'operazione prosegue». Il giorno dopo, 19 maggio, Berija
informò Stalin che al termine della seconda giornata si
trovavano radunati nelle stazioni 165.515 individui, 136.412
dei quali erano stati caricati sui convogli partiti verso «la
destinazione specificata nelle direttive». Il terzo giorno, 20
maggio, Serov e Kobulov inviarono a Berija un telegramma per
comunicargli che alle 16.30 l'operazione si era conclusa. In
totale stavano per mettersi in viaggio 63 convogli con 173.287
persone; quella sera stessa sarebbero partiti gli ultimi
quattro convogli con le rimanenti 6.727. A giudicare dai
rapporti stilati dai burocrati dell'NKVD, le operazioni
necessarie per riuscire a deportare centinaia di migliaia di
persone non sarebbero state altro che pure formalità: tant'è
vero che ognuna di esse appariva più «riuscita», più
«economica» della precedente. Dopo la deportazione di Ceceni,
Ingusci e Balcari, un certo Mil'stejn, funzionario dell'NKVD,
compilò un lungo rapporto sulle... «economie di vagoni,
tavole, secchi e badili ... ottenute nelle ultime deportazioni
rispetto alle precedenti»: «L'esperienza acquisita durante
il trasporto dei Caraciai e dei Calmucchi ci ha dato la
possibilità di dare disposizioni tali da ridurre le esigenze
per quanto riguarda il numero di convogli e il numero di
viaggi da compiere. In ogni vagone bestiame abbiamo collocato
45 persone invece delle 40 assegnate in precedenza, e avendo
caricato insieme a loro i bagagli personali, abbiamo
economizzato una notevole quantità di vagoni, ovvero, in
totale, 37.548 metri lineari di tavole, 11.834 secchi e
3.400 stufe». Ma qual era la spaventosa realtà di quel
viaggio, dissimulato dalla visione burocratica di
un'operazione perfettamente riuscita secondo i criteri
dell'NKVD? Ecco alcune testimonianze di superstiti tatari
raccolte alla fine degli anni Settanta: «Il viaggio fino
alla stazione di Zerabulak, nella regione di Samarcanda, durò
24 giorni. Di là ci portarono al kolhoz Pravda. Ci
costrinsero a riparare delle carrette. ... Noi lavoravamo ed
avevamo fame. Molti di noi non si reggevano in piedi. Dal
nostro villaggio avevano deportato trenta famiglie.
Sopravvissero una o due persone in cinque famiglie. Tutti gli
altri morirono di fame o di malattia». Un altro superstite
ha raccontato: «Dentro i vagoni, che erano ermeticamente
chiusi, si moriva come mosche, per la fame e la mancanza
d'aria; non ci davano niente, né da bere né da mangiare. Nei
villaggi che attraversavamo la popolazione era stata aizzata
contro di noi - avevano detto alla gente che sui treni erano
rinchiusi dei traditori della patria - e le pareti dei vagoni
rimbombavano per i sassi che ci tiravano contro. Quando si
aprirono le porte, nel bel mezzo delle steppe del Kazakistan,
ci dettero da mangiare delle razioni militari, ma nulla da
bere, e ci ordinarono di gettare i nostri morti lungo i
binari, senza seppellirli. Poi ripartimmo». Arrivati a
destinazione i deportati erano assegnati ai kolhoz o alle
industrie, ed ogni giorno si trovavano a dover affrontare
problemi di alloggio, di lavoro, di sopravvivenza (...).
Leggendo il testo di un rapporto del settembre 1944
prove-niente dal Kirghizistan, si scopre che nel distretto di
Kameninskij le autorità locali avevano alloggiato 900 famiglie
in... 18 appartamenti di un sovhoz, ossia 50 famiglie per
ciascun appartamento! Da una simile cifra inconcepibile si
deduce che nell'imminenza dell'inverno le famiglie deportate
dal Caucaso, nelle quali era spesso presente un gran numero di
bambini, dormivano a volte negli «appartamenti» e a volte
all'aperto. (...) Scriveva a Stalin D.P. Pjurveev, ex
presidente della Repubblica autonoma dei Calmucchi: «La
situazione dei Calmucchi deportati in Siberia è tragica: hanno
perduto il proprio bestiame; sono arrivati in Siberia privi di
tutto. ... Non si adattano alle nuove condizioni, in cui per
vivere bisogna produrre. ... I Calmucchi assegnati ai kolhoz
non ricevono nessun vettovagliamento, perché gli stessi
colcosiani non hanno niente. Quanto a coloro che sono stati
assegnati ad imprese industriali, non sono riusciti ad
integrarsi nella nuova situazione di operai, e quindi si
trovano in uno stato di indigenza che non permette loro di
approvvigionarsi in modo adeguato». Proviamo a tradurre il
linguaggio cifrato del messaggio: i Calmucchi, allevatori
nomadi, di fronte alle macchine si smar-rivano, e tutto il loro
magro salario serviva a pagare le multe in cui incorrevano per
le mancanze commesse sul lavoro! Per avere un'idea
dell'ecatombe che colpì i deportati conside-riamo alcune cifre.
Nel gennaio del 1946 l'amministrazione degli insediamenti
speciali censì 70.360 Calmucchi rispetto ai 92.000 deportati
due anni prima. Allo scadere del 1° luglio 1944 erano arrivate
in Uzbekistan 35.750 famiglie tatare, per un totale di 151.424
persone; sei mesi dopo le famiglie erano 818 di più, ma gli
individui erano 16.000 in meno! Sulle 608.749 persone
deportate dal Caucaso, 146.892 erano morte al 1° ottobre 1948
(ossia quasi una su quattro) e nel frattempo si erano avuti
soltanto 28.120 nati. Sulle 228.392 persone deportate dalla
Crimea, quattro anni dopo ne erano morte 44.887, mentre nello
stesso periodo le nascite erano state solo 6.564. Il fenomeno dell'eccesso di mortalità
appare con ancor maggiore evidenza se consideriamo che una quota fra il
40 ed il 50% dei deportati era costituita da bambini sotto i 16 anni;
e per quanto riguarda i giovani sopravvissuti, quale avvenire potevano
aspettarsi? Su 89.000 bambini in età scolare deportati nel Kazakistan, meno
di 12.000 ricevevano un'istruzione scolare, e questo nel 1948, ossia quattro anni
dopo la deportazione. (...) Durante la guerra le deportazioni
collettive colpirono anche altri popoli. Pochi
giorni dopo aver concluso da deportazione dei
Tatari di Crimea, il 29 maggio 1944 Berija scrisse a
Stalin: «L'NKVD stima ragionevole espellere dalla Crimea tutti
i Bulgari, i Greci e gli Armeni». Ai primi si rimproverava di
avere «attivamente prestato la propria opera per fabbricare
pane e prodotti alimentari destinati all'esercito tedesco
durante l'occupazione nazista», nonché di avere «collaborato
con le autorità militari tedesche per cercare soldati
dell'Armata rossa e partigiani. I Greci, «dopo l'arrivo degli
occupanti» avevano «creato piccole imprese industriali»: «le
autorità tedesche li hanno aiutati a fare commercio, trasporto
di merci, ecc.». Gli Armeni, infine, erano accusati di aver
creato a Simferopol' un'organizzazione collaborazionista,
detta «Dromedar», presieduta dal generale armeno Dro, la quale
«si occupava, oltre che di questioni religiose e politiche,.
di sviluppare il piccolo commercio e l'industria». Secondo
Berija, tale organizzazione aveva «raccolto fondi per le
esigenze militari dei Tedeschi e per contribuire alla
creazione di una Legione armena». Quattro giorni dopo, il 2
giugno 1944, Stalin firmò un decreto del Comitato statale per
la difesa in cui si ordinava di «completare l'espulsione dei
Tatari di Crimea con l'espulsione di 37.000 Bulgari, Greci ed
Armeni, complici dei Tedeschi». (...) L'operazione si svolse
«con pieno successo» il 27 e 28 giugno 1944. In questi giorni
furono deportate 41.854 persone, «ossia il 111% del previsto»,
come si faceva notare nel rapporto. Dopo aver «epurato» la
Crimea dai Tedeschi, dai Tatari, dai Bulgari, dai Greci e
dagli Armeni, l'NKVD decise di «ripulire» le frontiere del
Caucaso. (...) L'operazione richiese una decina di giorni, dal
15 al 25 novembre 1944, e fu condotta da 14.000 uomini
appartenenti ai corpi speciali dell'NKVD. Per attuarla furono usati 900 camion Studebaker, inviati dagli americani
in base alla legge sugli affitti e prestiti, che impegnava gli
USA a fornire materiale bellico a quasi tutte le potenze
alleate! In un rapporto a Stalin del 28 novembre, Berija
vantava l'impresa di essere riuscito a trasferire 91.095
persone in dieci giorni «in condizioni di particolare
difficoltà». Come spiegava lo stesso Berija, tutti questi
individui, il 49% dei quali era costituito da bambini sotto
i 16 anni, erano potenziali spie turche. (...) Secondo le
statistiche del Dipartimento insediamenti speciali del gulag,
il totale delle persone deportate durante tale operazione
avrebbe raggiunto le 94.955 unità. Fra il novembre del 1944 ed
il luglio del 1948 morirono 19.540 fra Mescheti, Curdi e
Chemscini deportati, ossia il 21% del contingente. (...) Le
condizioni in cui erano costretti a sopravvivere i detenuti
del gulag non furono mai tanto terribili come negli anni
1941-1944. Carestia, epidemie, sovraffollamento, sfruttamento
disumano: ecco il destino che toccò ad ogni zek
(detenuto) sopravvissuto alla fame, alla malattia, all'obbligo
di completare ogni giorno una quota di lavoro sempre più alta,
alle denunce dello stuolo di informatori incaricati di
smascherare le «organizzazioni controrivoluzionarie di
detenuti», ai processi ed alle esecuzioni sommarie. (...) Nel
1941 vi furono circa 101.000 decessi registrati soltanto nei
campi di lavoro, senza contare le colonie. Nel 1942
l'amministrazione dei campi del gulag registrò 249.000
decessi;
considerando soltanto gli anni 1941-1943 e
sommando le esecuzioni di detenuti ai decessi avvenuti in
carcere e nei campi di lavoro forzato, possiamo stimare a
circa 600.000 il numero di morti nel gulag.
(...) L'11 maggio 1945, tre giorni dopo la cessazione delle
ostilità, il governo sovietico ordinò di allestire 100 nuovi
"campi di verifica e di filtraggio", ciascuno della capacità
di 10.000 posti. I prigionieri di guerra sovietici rimpatriati
dovevano tutti passare la «verifica» dell'organizzazione di
controspionaggio, la Smers, mentre i civili erano "filtrati"
dai servizi dell'NKVD costituiti ad hoc. Tra il maggio del
1945 ed il febbraio del 1946, in nove mesi, furono rimpatriati
oltre 4.200.000 sovietici: 1.545.000 prigionieri di guerra
superstiti, sui 5.000.000 catturati dai nazisti, e 2.655.000
civili, fra deportati nei campi di lavoro e persone fuggite
verso ovest durante i combattimenti. Dopo il passaggio
obbligatorio in un campo di "filtraggio" e di verifica, il
57,8% dei rimpatriati, perlopiù donne e bambini, fu
autorizzato a rientrare nelle proprie case, il 19,1% arruolato
nell'esercito, spesso in battaglioni di disciplina, il 14,5%
assegnato, in genere per un periodo di due anni, ai
«battaglioni della ricostruzione» e circa 360.000 persone,
l'8,6% del totale, vennero internate nei campi del gulag,
perlopiù con l'accusa - che comportava dai 10 ai 20 anni di
reclusione - di essere «traditori della patria», o inviate in
una delle zone sotto la giurisdizione dell'NKVD con lo statuto
di «coloni speciali». Un destino particolare fu riservato
ai vlasovec, i soldati sovietici che avevano seguito il
generale Andrej Vlasov, comandante della Seconda Armata caduto
prigioniero dei Tedeschi nel luglio del 1942. Vlasov,
antistalinista convint, aveva accettato di collaborare con i
nazisti per liberare il proprio paese dalla tirannide
bolscevica. Con l'approvazione delle autorità tedesche aveva
costituito un «Comitato nazionale russo» e radunato due
divisioni di una «Armata di liberazione russa». Dopo la
sconfitta della Germania nazista,
gli Alleati consegnarono
ai sovietici il generale Vlasov e i suoi Ufficiali, che furono
giustiziati. I soldati che costituivano la sua armata,
"restituiti" allo Stato sovietico, furono
deportati per 6 anni in Siberia, nel Kazakistan e nell'estremo
nord. Al principio del 1946 gli elenchi del Dipartimento
degli esiliati e dei coloni speciali presso il Ministero
dell'Interno citavano 148.079 vlasovec; inoltre,
parecchie migliaia di vlasovec, in massima parte
Sottufficiali, furono accusati di tradimento e mandati nei campi di lavoro
del gulag ... |