Josip Broz, detto Tito: il leader comunista iugoslavo, la cui dittatura fu l'unico collante per tenere unito uno Stato fasullo (che infatti gli sopravvisse di pochi anni), fu l'accanito artefice del genocidio giuliano. Quel che non fece nelle Foibe lo completò nei campi di concentramento dell'Adriatico. Rimpianto come uno statista di alto profilo, viene tutt'oggi celebrato da una toccante agiografia: cliccare sull'immagine per averne un esempio ...
Pagina sulle Foibe
Trieste, 1945: una colonna di militari della Guardia di Finanza viene deportata in Jugioslavia per assaporare l'«ideale umanitario» - clicca per ingrandire
Un soldato deportato nei lager di Tito - clicca per ingrandire
Il Carabiniere Damiano Scocca, classe 1921, fotografato all'ospedale di Udine nell'agosto del 1945 dopo la liberazione dal lager jugoslavo - clicca per ingrandire
Il soldato ElioSandri fotografato all'Ospedale di Udine - clicca per ingrandire
Il soldato Mario Palmarin (estate 1945) ... - clicca per ingrandire
... Sempre il soldato Mario Palmarin. Notare il particolare del braccio martoriato ... - clicca per ingrandire
Un'altra vittima della «terapia umanitaria» ... - clicca per ingrandire
... Il soldato Mario Cena, classe 1924 ... - clicca per ingrandire
... Il soldato Ezio Vito ... - clicca per ingrandire
... Antonio Foschi, visto di spalle ... - clicca per ingrandire
... Il Bersagliere Gino Santamaria ... - clicca per ingrandire
«Affogamento nell'acqua», disegno di un ex-internato a Goli Otok che non necessita di alcun commento ... - clicca per ingrandire
.. ed infine, gli onori italiani di Stato: UNO ...
... e DUE ... - clicca per ingrandire
 
 Goli Otok - un'isola di morte nell'Adriatico
Brani tratti da fonti varie, testuali e sul web
 
 

CANALETTO, Il Bucintoro ritorna al molo nel giorno dell'Ascensione, 1740ca

 

Goli Otok, un lager nell'Adriatico

Premessa:
Giuseppe Spano aveva 24 anni e molta fame. In poco più di un mese aveva perso oltre 20 chili ed era diventato pelle e ossa. Quel 14 giugno 1945 non resistette e rubò un po' di burro. Fu fucilato al petto per furto.
Ferdinando Ricchetti aveva 25 anni ed era pallido, emaciato. Il 15 giugno 1945 si avvicinò al reticolato per raccogliere qualche ciuffo d'erba da inghiottire. Fu fucilato al petto per tentata fuga.
Pietro Fazzeri aveva 22 anni e la sua fame era pari a quella di centinaia di altri compagni. Ma aveva paura di rubare e terrore di avvicinarsi al reticolato. Il 15 luglio 1945 morì per deperimento organico.

In quale campo della morte sono state scritte queste storie? A Dachau, a Buchenvald oppure a Treblinka? No, siamo fuori strada: questo è uno dei lager di Tito.
Borovnica, Skofja Loka, Osseh. E ancora Stara Gradiska, Siska, e poi Goli Otok, l'Isola Calva. Pochi conoscono il significato di questi nomi. Dachau e Buchenvald sono certamente più noti, eppure sono la stessa cosa. Solo che i primi erano in Jugo-slavia e gli internati erano migliaia di italiani [Giuliani; ndr], deportati dalla Venezia Giulia alla fine del secondo conflitto mondiale e negli anni successivi, a guerra finita, durante l'occupazione titina.


I deportati dimenticati in nome della politica atlantica
Una verità negata sempre, per ovvi motivi, dal regime di Belgrado, ma inspiegabilmente tenuta nascosta negli archivi del ministero della Difesa italiano. I governi che si sono succeduti dal dopoguerra fino ad oggi per codardia, hanno accettato supinamente di sacrificare sull'altare della politica atlantica migliaia di giuliani, istriani, fiumani, dalmati (...)
«Condizioni degli internati italiani in Jugoslavia con particolare riferimento al campo di Borovnica (40B-D2802) e all'ospedale di Skofjia Loka (11 -D-253 1) ambedue denominati della morte», titola il rapporto del 5 ottobre 1945, con sovrastam-pato "Segreto", dei Servizi speciali del ministero della Marina. Il documento, composto di una cinquantina di pagine, contiene le inedite testimonianze e le agghiaccianti fotografie dei sopravvissuti, accompagnate da referti medici e dichiarazioni dell'Ospedale della Croce Rossa di Udine, in cui questi ultimi erano stati ricoverati dopo la liberazione, e da un elenco di prigionieri deceduti a Borovnica. Il Colonnello medico Manlio Cace, che in quel periodo ha collaborato con la Marina nel redigere la relazione che, se non è stata distrutta, è ancora gelosamente custodita negli archivi del Ministero della Difesa, lasciò fotografie e copia del documento al figlio Guido, il quale lo ha consegnato alle redazioni del Borghese e di Storia Illustrata.

Manca il cibo ma abbondano le frustate
«Le condizioni fisiche degli ex internati», premette il rapporto, «costituiscono una prova evidente delle condizioni di vita nei campi iugoslavi ove sono ancora rinchiusi numerosi italiani, molti dei quali possono rimproverarsi solamente di aver mili-tato nelle fila dei partigiani di Tito in fraterna collaborazione  con i loro odierni aguzzini ...» Nel rapporto del Carabiniere Damiano Scocca, 24 anni, preso dai titini il 1° maggio 1945, si può leggere quanto segue: «il vitto era pessimo e insufficiente e consisteva in due pasti al giorno composti da due mestoli di acqua calda con poca verdura secca bollita (...) A Borovnica non si faceva economia di bastonate; durante il lavoro sul ponte ferroviario nelle vicinanze del campo chi non aveva la forza di continuare a lavorare vi veniva costretto con frustate ...».
«... Durante tali lavori», afferma il Finanziere
Roberto Gribaldo, in servizio alla Legione di Trieste e "prelevato" il 2 maggio, «capitava sovente che qualche compagno in seguito alla grande debolezza cadesse a terra e allora si vedevano scene che ci facevano piangere. lì guardiano, invece di permettere al compagno caduto di riposarsi, gli somministrava ancora delle bastonate e tante volte di ritorno al campo gli faceva anche saltare quella specie di rancio».
Le mire di Tito sul finire del conflitto sono molto chiare: ripulire le zone conquistate dalla presenza italiana e costituire la settima repubblica jugoslava annettendosi la Venezia Giulia e il Friuli orientale fino al fiume Tagliamento.

Antonio Garbin, classe 1918, è soldato di sanità a Skilokastro, in Grecia. L'8 settembre 1943 viene internato dai tedeschi e attende la "liberazione" da parte delle truppe jugoslave a Velika Gorica. Ma si accorge presto di essere nuovamente prigioniero. «Eravamo circa in 250. Incolonnati e scortati da sentinelle armate che ci portarono a Lubiana dove, dicevano, una Commissione apposita avrebbe provveduto per il rimpatrio a mezzo ferrovia. Giunti a Lubiana ci avvertirono che la commissione si era spostata ...». I prigionieri inseguono la fantomatica commissione marciando di città in città fino a Belgrado.

Prigionieri uccisi perché incapaci di rialzarsi
«In 20 giorni circa avevamo coperto una distanza di circa 500 chilometri, sempre a piedi», racconta ancora Garbin ai Servizi speciali della Marina italiana. «La marcia fu dura, estenuante e per molti mortale. Durante tutto il periodo non ci fu mai distribuita alcuna razione di viveri. Ciascuno doveva provvedere per conto proprio, chiedendo un pezzo di pane ai contadini che si incontravano ... Durante la marcia vidi personalmente uccidere tre prigionieri italiani, svenuti e incapaci di rialzarsi. I morti però sono stati molti di più ... Ci internarono nel campo di concentramento di Osseh (vicino a Belgrado, ndr). Avevamo già raggiunto la cifra di 5 mila fra italiani, circa un migliaio, tedeschi, polacchi, croati...».
Chi appoggia Tito nel perseguire il suo obiettivo di egemonia sulla Venezia Giulia? Naturalmente il leader del PCI Palmiro Togliatti, che il 30 aprile 1945, quando i partigiani titini sono alle porte di Trieste, firma un manifesto fatto affiggere nel capoluogo giuliano: «Lavoratori di Trieste, il vostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con loro nel modo più assoluto».
A confermare che la pulizia etnica è continuata anche a guerra finita sono le affermazioni di Milovan Gilas, segretario della Lega comunista jugoslava che, in un'intervista di sei anni fa ad un settimanale italiano, ammette senza giri di parole: «Nel 1946 io ed Edvard Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana ... bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo. Cosi fu fatto».

Skofja Loka, l'ospedale chiamato "cimitero"
E nei campi di concentramento finiscono anche i civili, come Giacomo Ungaro, prelevato dai titini a Trieste il 10 maggio 1945. «Un certo Raso che attualmente trovasi al campo di Borovnica», è la dichiarazione di Ungaro, «per aver mandato fuori un biglietto è stato torturato per un'intera nottata; è stato poi costretto a leccare il sangue che perdeva dalla bocca e dal naso; gli hanno bruciacchiato il viso e il petto così che aveva tutto il corpo bluastro. Sigari accesi ci venivano messi in bocca e ci costringevano ad ingoiarli». 
I deperimenti organici, la dissenteria, le infezioni diventano presto compagni inseparabili dei prigionieri. «... Fui trasferito all'ospedale di Skofja Loka. Ero in gravissime condizioni», è il lucido resoconto del soldato di sanità
Alberto Guarnaschelli, «ma dovetti fare egualmente a piedi i tre chilometri che separano la stazione ferroviaria dall'ospedale. Eravamo 150, ammassati uno accanto all'altro, senza pagliericcio, senza coperte. Nella stanza ve ne potevano stare, con una certa comodità, 60 o 70. Dalla stanza non si poteva uscire neppure per fare i bisogni corporali. A tale scopo vi era un recipiente di cui tutti si dovevano servire. Eravamo affetti da diarrea, con porte e finestre chiuse. Ogni notte ne morivano due, tre, quattro. Ricordo che nella mia stanza in tre giorni ne morirono 25. Morivano e nessuno se ne accorgeva...».
«Non dimenticherò mali maltrattamenti subiti», è la testimonianza del soldato
Giuseppe Fino, 31 anni, deportato a Borovnica ai primi di giugno 1945, «le scudisciate attraverso le costole perché sfinito dalla debolezza non ce la facevo a lavorare. Ricorderò sempre con orrore le punizioni al palo e le grida di quei poveri disgraziati che dovevano stare un'ora o anche due legati e sospesi da terra; ricorderò sempre con raccapriccio le fucilazioni di molti prigionieri, per mancanze da nulla, fatte la mattina davanti a tutti ...».
«Le fucilazioni avvenivano anche per motivi futili ...», scrive il rapporto segreto riportando il racconto dei soldati
Giancarlo Bozzarini ed Enrico Radrizzali, entrambi catturati a Trieste il 1° maggio 1945 e poi internati a Borovnica.

Per ore legati ad un palo con il filo di ferro
«La tortura al palo consisteva nell'essere legato con filo di ferro ad ambedue le braccia dietro la schiena e restare sospeso a un'altezza di 50 cm da terra, per delle ore. Un genovese per fame rubò del cibo a un compagno, fu legato al palo per più di tre ore. Levato da quella posizione non fu più in grado di muovere le braccia giacché, oltre ad avere le braccia nere come il carbone, il filo di ferro gli era entrato nelle carni fino all'osso causandogli un'infezione. Senza cura per tre giorni le carni cominciarono a dar segni di evidente materia e quindi putre-fazione. Fu portato a una specie di ospedale e precisamente a Skoija Loka. Ma ormai non c'era più niente da fare, nel braccio destro già pullulavano i vermi ... Al campo questo ospedale veniva denominato il Cimitero ...»
Nel lager di Borovnica furono internati circa 3 mila italiani, meno di mille faranno ritorno a casa. A questi ultimi i soldati di Tito imposero di firmare una dichiarazione attestante il «buon trattamento» ricevuto. «I prigionieri (liberati, ndr) venivano diffidati a non parlare», racconta ancora Giacomo Ungaro, liberato nell'agosto 1945 «e a non denunziare le guardie agli Alleati perché in tal caso quelli che rimanevano al campo avrebbero scontato per gli altri».


I principali sistemi di tortura
Per conoscere gli orrori di un campo di concentramento titino è opportuno riassumere i vari tipi di punizione, come emergono dai racconti dei sopravvissuti. La prima è la fucilazione decretata per la tentata fuga o per altri fatti ritenuti gravi da chi comanda il campo, il quale commina pena sommarie. Spesso il solo avvicinarsi al reticolato viene considerato un tentativo d’evasione. L'esecuzione avviene al mattino, di fronte a tutti gli internati. 
C'è poi il "palo" che è un'asta verticale con una sbarra fissata in croce: ai prigionieri vengono legate le braccia con un fil di ferro alla sbarra in modo da non toccare terra con i piedi. Perdono così l'uso degli arti superiori per un lungo tempo se la punizione non dura troppo a lungo. Altrimenti per sempre. 
Altra pena è il "triangolo" che consiste in tre legni legati assieme al suolo a formare la figura geometrica al centro della quale il prigioniero è obbligato a stare ritto sull’attenti pungolato dalle guardie finché non sviene per lo sfinimento. 
Infine, c'è la "fossa", una punizione forse meno violenta ma sempre terribile, che consiste in una stretta buca scavata nel terreno dell'esatta misura di un uomo. Il condannato, che vi deve rimanere per almeno mezza giornata, non ha la possibilità né di piegarsi né di fare alcun movimento.


Nicola Vacca racconta il suo incontro col poeta croato Ante Zemljar, scampato al gulag titino di Goli Otok
Si scrive quando in un momento di inquietudine, di disagio e di dolore attraversa la mente e il cuore. La vera letteratura, la poesia autentica, nascono dalla sofferenza, dalla privazione del sentimento e della libertà.
Queste impressioni le ho ricavate incontrando in un albergo romano un poeta croato, Ante Zemljar, giunto in Italia per promuovere il suo nuovo libro L'inferno della speranza (Multimedia edizioni). È vero quello che scrive Pessoa, cioè che l'opera del poeta coincide in maniera imprescindibile con le vicende della sua vita. La conferma è giunta dopo aver ascoltato la tragica esperienza esistenziale di questo ottan-tunenne personaggio straordinario e letto la sua opera che finisce per narrare le vicissitudini del suo esistere.
Ante Zemljar è nato nel 1922 nell'isola di Pago in Croazia. Laureato all'Università di Zagabria in lettere comparate, si dedica all'attività letteraria, come narratore, saggista e poeta. Dapprima partigiano della prima ora, combatte e scrive poesie tra le montagne della sua terra. La sua opera non soggiace alle regole del realismo socialista e i dirigenti di Tito si oppongono alla sua pubblicazione. Nel 1949 viene arrestato perché non condivide la rottura sovieto-jugoslava. Viene deportalo a Goli Otok, una delle prigioni più feroci dell'universo concentrazionario dello spietato regime comunista.
Questa esperienza lo segnerà per tutta la vita. Ma lui non si sottrae al dovere della memoria, e con lucidità e dovizia di particolari mi racconta le atrocità commesse dai comunisti titini in quella prigione disumana. Mentre mi narra con le lacrime agli occhi i particolari cruenti della sua vita da prigioniero politico mi mostra le fotografie che testimoniano le atroci condizioni di vita nelle quali lui e suoi sventurati compagni erano costretti a vivere. Mi dice tutto di Goli Otok, c di come quel soggiorno forzato abbia influenzato la sua opera poetica. Il suo sguardo, smarrito e commosso, ancora non riesce a credere come tutto questo sia potuto accadere e si sente in dovere di raccontare al mondo intero la sua esperienza, e quella di chi con lui l'ha vissuta, perché tutto ciò non accada più.
Nell'inferno dell'Isola Nuda, Ante scriveva all'insaputa dai suoi aguzzini. «Anche qui, in questa nuova prigione – mi racconta - scrivevo poesie, ma di nascosto, su dei foglietti strappali dai sacchi di carta con cui si trasportava il cemento. Nascondevo poi i foglietti sotto i sassi. Sapevo di rischiare molto, anche di essere ucciso, ma non mi importava, e al termine del periodo di prigionia riuscii a portar via tutti i foglietti. Potei pubblicare le mie poesie solamente dopo quarant'anni che le avevo tenute nascoste dalla polizia che seguiva ogni mio passo e mi ren-deva la vita impossibile. Il libro, intitolato "Braccato sull'isola n. 2", apparve nel 1985, mentre la seconda edizione vide la luce nel 1997, con il titolo "L'inferno della speranza".
È una vera fortuna che ora siano giunti fino a noi i versi di Zemljar, un vero e proprio atto d'accusa contro tutti gli oppressori di qualsiasi tempo. Tutto quello che leggo ne L'inferno della speranza coincide terribilmente con il racconto che il poeta croato mi fa del luogo della sua prigionia.
Non conoscevo nei dettagli i segreti di Goli Otok, e Ante, senza rancore per i suoi carnefici e con la calma del testimone lucido che avverte il bisogno interiore di raccontare tutto affinché il mondo intero conosca l'efferatezza dei crimini del comunismo, mi coinvolge nelle sue storie ed io prendo appunto mentre lo sento parlare diventando a mia volta testimone pronto a farmi portavoce della sua esperienza di vittima. In questo modo lo sento parlare di Goli Otok come di un'isola situata tra le isole Rab, Grgur e Prvic, dal 1949 campo di concentramento, istituito dopo la risoluzione dell'Informburo sovietico su iniziativa di Josip Broz Tito, che vi ha fatto internare gli avversari della sua dittatura.
In questo modo la Jugoslavia era diventata un lager poliziesco, essendo state soffocate la democrazia e la libertà per le quali avevano lottato i suoi partigiani. «Questa è stata - racconta Zemljar - una delle peggiori prigioni in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Qui Tito aveva internato gli avver-sari politici: un cospicuo numero dei suoi fedeli combattenti, ufficiali, generali, contadini, studenti, giornalisti, professori, scrittori, economisti, tra i quali anche un numero cospicuo di donne. Sull'isola si giungeva a causa del lavoro organizzato di opposizione, per lo più per l'aver parlato in pubblico (il cosiddetto "delitto verbale"), per aver espresso dei dubbi sulle scelte politiche, o per aver dato qualche piccolo aiuto alle famiglie degli internati».
Un mondo crudele e spietato, nel quale veniva calpestata la dignità della persona, e i crimini commessi dagli uomini di Tito ancora oggi pesano come un macigno sul corso della Storia. Il poeta croato continua a raccontarmi delle torture e delle punizioni inflitte ai detenuti e mi dice di essere in possesso di alcuni filmati inediti che documentano il clima di terrore che si respirava su quell'isola maledetta e molto presto li mostrerà in pubblico.
«I detenuti venivano puniti in modi più crudeli, peggio che in Siberia, con lo scopo di privarli della loro personalità, o semplicemente per liquidarli. L’isola era completamente priva di vegetazione, battuta dalla fortissima e gelida bora invernale. Gli stessi detenuti vi hanno eretto delle costruzioni e piantato la vegetazione. Il durissimo lavoro si svolgeva nelle cave, ma quelli che scontavano pene speciali venivano picchiati ogni giorno a sangue. Quasi tutti i detenuti avevano subìto quella sorte, alcuni anche più volte. Oltre a venire picchiati venivano umiliali dagli sputi, dalla sporcizia e dai pidocchi, oppure dovevano stare fermi sopra i recipienti colmi di feci e di orina, o sopportare il peso di sassi enormi». Ascolto la sua storia, così densa di dettagli e particolari, senza battere ciglio; annoto tutto in silenzio, e il mio interlocutore non ha voglia di lasciarmi andare. Sul nostro incontro sarà posta la parola fine soltanto quando egli avrà finito di rilasciare un resoconto dettagliato di quell'inferno. Perché tutti devono sapere che la violenza spietata degli oppressori si è abbattuta sulla sua vita, e il peso di quella tragedia ha cambiato il suo destino e quello di una rilevante parte dell'umanità, che insieme a lui ha sofferto per le medesime cause, e che oggi incontra nel dovere della memoria il riscatto per quegli anni di vita perduti nell'assurdo mondo dell'Arcipelago Gulag.
Il dramma dell'inferno della speranza, da Goli Otok, un tempo il carcere più terribile per i prigionieri politici di tutta l'Europa, grazie al racconto della memoria mai tradita, arriva fino a noi attraverso l'innocenza violata del poeta Ante Zemljar, che considera la poesia «l'audacia dell'incom-petenza» che appartiene solo a chi è originale. Gli altri belano nel gregge protetti dal rumore, che resta impresso nelle nostre coscienze che insieme a lui non vogliono dimenticare.
Dopo un'ora e mezzo il nostro incontro termina. Il tempo è volato via e Ante vorrebbe ancora raccontarmi altre storie di quei terribili anni. Desidera continuare a donarmi la sua parola ansiosa di rendere testimonianza. Lo vedo allontanarsi, già pronto a raccontare la sua storia ad altri amici per continuare a ricordare. Mentre lo saluto sfoglio il suo libro, venuto fuori dalle nude ferite non ancora rimarginate del gulag.

[Testi tratti da un servizio apparso sul settimanale «Il Borghese» -  documentazione e foto qui a fianco sono reperibili su
http://digilander.libero.it/lefoibe/]

Per documentarti sull'argomento, il testo più completo dovrebbe essere l'opera di
G. Scotti, Goli Otok, MURSIA 2000

 
 
Approfondimenti ...

Tirando le somme ...

... Sulla gestione del passato negli Stati postcomunisti si potrebbe scrivere un libro. Se facciamo il punto della situazione al 1997, constatiamo di nuovo notevoli differenze da paese a paese, questa volta legate innanzitutto alle situazioni politiche, al mantenimento o al decadimento delle antiche strutture. (...) Diciamo subito che il Partito comunista non è stato messo al bando in nessun paese [nonostante un numero ed una qualità di orrori consapevoli che non ha eguali nella Storia; ndr]. gli antichi partiti al potere hanno generalmente hanno generalmente cambiato nome, tranne che nella Repubblica Ceka, dove è stato organizzato un referendum all'interno del Partito, che si è pronunciato per il mantenimento del vecchio nome. Quasi ovunque i dirigenti più compromessi sono stati estromessi e le direzioni rinnovate. Pochi processi sono stati intentati contro i responsabili della repressione ancora viventi. Il più spettacolare si è svolto in Romania, sotto la forma di pseudo processo conclusosi con l'esecuzione capitale di Nicolae Ceausescu e della moglie il 25 dicembre 1989, e con la trasmissione in televisione delle immagini del cadavere del dittatore. In Bulgaria Zivkov, ex segretario generale del Partito, fu processato nell'aprile 1991, ma è rimasto in libertà, il che ha impedito che venisse attuato uno dei comandamenti della nomenklatura bulgara: «Abbiamo preso il potere col sangue, lo lasceremo solo nel sangue». In Albania alcuni dirigenti comunisti, fra cui la vedova di Enver Hoxha, a cui vennero dati 11 anni di prigione, furono condannati per "abuso dei beni pubblici" e "mancato rispetto dell'uguaglianza dei cittadini". In Cecoslovacchia Miroslav Stepan, membro della direzione e segretario del Partito comunista cecoslovacco per Praga, fu condannato nel 1991 a due anni di reclusione come responsabile delle violenze contro la manifestazione del 17 novembre 1989. (...) La giustizia postcomunista ha, inoltre, intentato parecchi processi contro i funzionari dell'Apparato di Sicurezza [i vari servizi segreti; ndr], direttamente implicati nei crimini. Uno dei più interessanti è forse il processo polacco contro Adam Humer e i suoi undici coimputati, ufficiali dell'UB (Urzad Bezpieczenstwa, Ufficio di Sicurezza) per i crimini nella repressione dell'opposizione al regime alla fine degli anni Quaranta ed all'inizio degli anni Cinquanta. All'epoca Adam Humer era colonnello e vicedirettore del Dipartimento d'Inchiesta del Ministero della Pubblica Sicurezza, carica che ha mantenuto fino al 1954. I suoi crimini sono stati infatti definiti crimini contro l'umanità, gli unici che non cadano in prescrizione secondo la legislazione. Alla fine di quel processo, durato due anni e mezzo, l'8 marzo 1996, l'ex colonnello è stato condannato a nove anni di reclusione. In Ungheria i responsabili delle sparatorie dell'8 dicembre 1956 a Salgótarjan, città industriale a nordest di Budapest, sono stati condannati nel gennaio 1995 per crimini contro l'umanità. Ma il verdetto emesso nel gennaio 1997 dalla Corte suprema stabilisce che dal 4 novembre 1956, per via dell'intervento illegale delle forze sovietiche, si era instaurato lo stato di guerra fra i due paesi e che questi atti devono, quindi, essere definiti crimini di guerra contro civili e non crimini contro l'umanità. Questi esempi, e se ne potrebbero citare altri, ci inducono a constatare che molti crimini rimangono impuniti, coperti dalla prescrizione, per mancanza di testimoni o di prove. (...)
La gestione del passato, come si vede, è complessa. Mi si conceda di concludere con una considerazione personale. A mio avviso i colpevoli non sono stati puniti a tempo debito né in modo adeguato. Nonostante l'impegno di alcuni, fra i quali mi trovavo anch'io, non è stato possibile introdurre in Cecoslovacchia qualcosa che assomigliasse, per esempio, all'accusa di «indegnità nazionale», punita con la «degradazione nazionale», una procedura francese del dopoguerra. Tuttavia, mi sembra degno di considerazione il fatto che i Tedeschi abbiano aperto gli archivi della Stasi, la polizia politica dell'RDT, a qualsiasi cittadino che si senta toccato dal problema. Ciò responsabilizza ed invita ognuno ad istruire il proprio «processo»: tuo marito era informatore, adesso lo sei tu, sistema il vostro destino.
La piaga, nonostante tutto, rimane aperta ...


[tratto da Karol BARTOSEK, "Europa Centrale e Sudorientale", in AA.VV., il Libro Nero del comunismo, cit., pp. 425ss.]

 
 
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