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Premessa storica
Contrariamente a quel che normalmente si
pensa, in seguito alla Rivoluzione d'Ottobre del 1917 ed al
crollo del regime zarista l'Ukraina non entrò a far parte
dell'URSS: venuto meno l'impero russo, al pari delle
Repubbliche Baltiche si trovò ad avere uno status di
indipendenza sovrana, anche se per poco tempo. Il nazionalismo ukraino fiorì
già negli anni intorno al 1840, in linea con altri risvegli nazionali europei
dell'Ottocento, e spinse i russi a
proibire l'uso della lingua ucraina nelle scuole, sui giornali
e sui libri. Dopo la prima guerra mondiale l'Ukraina tentò di
consolidare ufficialmente la propria indipendenza, ma nessuna
delle diverse fazioni del paese riuscì ad ottenere il sostegno
decisivo. Ebbe così inizio una guerra civile e lo Stato si
ritrovò ben presto in una situazione di anarchia, con sei
eserciti che si contendevano il potere e Kiev che cambiava
governo cinque volte l'anno. Dopo una lunga serie di battaglie
che coinvolsero anche l'URSS, la Polonia e le diverse fazioni
etniche e politiche del paese, la Polonia si appropriò di
alcuni territori occidentali (la zona di Leopoli - Lviv), mentre i sovietici ottennero il
resto del paese. Nel 1922, grazie all'apporto decisivo di Gran
Bretagna e Francia (interessate a contrapporre un forte blocco
orientale - benché sovietico - alla Germania uscita sconfitta dalla guerra,
nel solco di quanto avevano già fatto a sud-est con la sciagurata creazione "a tavolino" della
Jugoslavia) l'Ukraina venne coattivamente accorpata
all'URSS. Nel corso degli anni '20, mentre la
leadership di Mosca diventava sempre più palese, il
nazionalismo locale riprese vigore: tuttavia l'ascesa al
potere di Stalin nel 1927 trasformò l'Ucraina in un banco di
prova per le sue idee sul nazionalismo "pericoloso". Nel
1932-33 venne ordita una carestia artificiale che uccise
almeno 7 milioni di Ukraini, ed il paese fu ulteriormente
decimato con la deportazione ed esecuzione della classe
intellettuale. I sovietici e la loro organizzazione terrorista
del Komsomol (la c.d. "gioventù comunista")
combatterono anche i principali simboli religiosi ed
artistici del paese, distruggendo oltre 250 chiese e
cattedrali (in quell'occasione più dell'80% dei monumenti
medievali di Kiev fu letteralmente fatto saltare in aria con la
dinamite). Durante l'epurazione del 1937-39, milioni di Ukraini furono assassinati o deportati nei campi di
concentramento sovietici. La Seconda Guerra Mondiale portò
ulteriore devastazione e morte: a fronte di un iniziale
appoggio entusiastico della popolazione all'arrivo delle armate tedesche, viste
come liberatrici dall'oppressione bolscevica (l'Ukraina fornì un'intera
Divisione nazionale alla Waffen-SS europea), 6 milioni di persone finirono col
perdere
la vita nelle battaglie tra l'Armata Rossa e l'esercito
tedesco. È stato calcolato che, nella prima metà del XX
secolo, la guerra, la carestia e le epurazioni causarono la
morte di più della metà della popolazione maschile e di circa
un quarto di quella femminile dell'Ukraina ...
...
La carestia
che colpì l'Ukraina nel 1932 - 1933, a differenza
di quella del 1921 - 1922, fu sempre negata dal regime, che
all'estero si servì della propaganda per soffocare le rare
voci levatesi per attirare l'attenzione sulla tragedia, e nel
suo sforzo fu aiutato moltissimo da «testimonianze»
sollecitate, come quella di Édouard Herriot, deputato francese
e leader del Partito radicale. Herriot, che visitò l'Ukraina
nell'estate del 1933, proclamò ai quattro venti di aver visto
soltanto «orti colcosiani ammirevolmente irrigati e coltivati»
e «raccolti decisamente ammirevoli», per arrivare infine alla
perentoria conclusione: «Ho attraversato l'Ukraina. Ebbene,
dichiaro di averla trovata tale e quale un giardino in pieno
rigoglio». La sua cecità era in primo luogo dovuta ad una
formidabile messinscena organizzata dalla GPU in onore degli
ospiti stranieri, che seguivano un itinerario tutto kolhoz e
scuole materne modello. Era evidente un accecamento
corroborato da considerazioni politiche, in particolare da
parte dei dirigenti francesi allora al potere, i quali si
preoccupavano di non interrompere il processo di
riavvicinamento iniziato con l'Unione Sovietica mentre la
Germania diventava più minacciosa, in seguito alla recente
ascesa al potere di Adolf Hitler [con cui - per reazione - gli
Ukraini si schiereranno in massa in seguito all'invasione
dell'URSS nel 1941; ndr] (...). Non è possibile comprendere
la carestia del 1932 - 1933 senza darle la giusta collocazione
nel contesto dei nuovi rapporti instauratisi fra Stato
sovietico e ceto contadino in seguito alla collettivizzazione
forzata. Nelle campagne collettivizzate il Kolhoz aveva un
ruolo strategico. La sua funzione era assicurare allo Stato
consegne prestabilite di prodotti agricoli, grazie ad un
salasso sempre più alto del raccolto «collettivo». Ogni
autunno la campagna di ammasso si trasformava in un'autentica
prova di forza fra lo Stato ed un ceto contadino che faceva
uno sforzo disperato per trattenere una parte del raccolto. La
posta in gioco era cospicua: per lo Stato il prelievo, per il
contadino la sopravvivenza. Quanto più le regioni erano
fertili, tanto più erano salassate. Nel 1930 lo Stato raccolse
il 30% della produzione agricola in Ukraina, il 38% nelle
ricche pianure del Kuban', nella regione settentrionale del
Caucaso, il 33% del raccolto in Kazakistan. Nel 1931, con un
raccolto di gran lunga più ridotto, le quote prelevate furono
rispet-tivamente del 41,5, del 47 e del 39,5%. Un prelievo
simile non poteva non sconvolgere del tutto il ciclo
produttivo; basti ricordare che nella fase della NEP i
contadini mettevano in vendita soltanto il 15-20% del
raccolto, riservandone il 12-15% per la semina, il 25-30% al
bestiame ed il resto al consumo proprio. Era inevitabile il
conflitto fra i contadini, decisi a ricorrere ad ogni sorta di
stratagemma per conservare una parte del proprio raccolto, e
le autorità locali, costrette a realizzare ad ogni costo un
piano che era sempre meno realistico: nel 1932 le quote
stabilite per l'ammasso supera-vano quelle dell'anno precedente
del 32%. Nel 1932 la campagna per l'ammasso ebbe un inizio
piuttosto fiacco. Appena si cominciò a mietere il nuovo
raccolto i colcosiani si sforzarono di nasconderne una parte o
«rubarla» durante la notte. Si formò un vero e proprio «fronte
di resistenza passiva», sostenuto dall'accordo tacito e
reciproco che spesso univa il colcosiano e il gendarme, il
gendarme e il contabile, il contabile e il direttore del kolhoz, a
sua volta il contadino di recente promozione, e
infine il direttore ed il segretario del Partito locale. Per
«prendere i cereali» le autorità dovettero inviare nuove
«squadre d'assalto» reclutate in città, fra i komsomol [la
"gioventù comunista" più invasata; ndr] e i comunisti.
(...) Nell'arsenale della repressione aveva un ruolo
decisivo una legge famosa, promulgata il 7 agosto 1932, al culmine della guerra
tra ceto contadino e regime, secondo la quale chiunque fosse riconosciuto colpevole di «ogni furto o
dilapidazione della proprietà socialista» era condannato a
dieci anni di campo di concentramento o alla
pena di morte, Tra il popolo questa disposizione era nota col nome
di «legge della spiga», perché il più delle volte chi era
condannato in base ad essa aveva rubato qualche spiga di grano
o di segale nei campi colcosiani. Grazie a questa legge
scellerata, fra l'agosto del 1932 e il dicembre del 1933
furono condannate oltre 125.000 persone, 5.400 delle quali
alla pena capitale. Ma a dispetto di tali provvedimenti
draconiani, il grano non «rientrava». (...) Il 22 ottobre 1932
l'Ufficio politico decise quindi di inviare in Ukraina e nel
Caucaso settentrionale due commissioni straordinarie, una
diretta da Vjaceslav Molotov, l'altra da Lazar' Kaganovic,
allo scopo di «accelerare gli ammassi». (...) Nella regione
del Caucaso settentrionale, di grande importanza strategica
per la produzione agricola, durante il solo novembre 1932,
primo mese di «lotta contro il sabotaggio», furono arrestati
5.000 comunisti rurali, giudicati colpevoli di «criminale
compiacenza» nei confronti del «sabotaggio» della campagna di
ammasso, oltre a 15.000 colcosiani. In dicembre cominciarono
deportazioni in massa non più dei soli kulak [contadini; ndr],
ma di interi villaggi, in particolare di stanic
cosacche, che nel 1920 erano già state colpite da
provvedimenti analoghi. Il numero dei coloni speciali riprese
a salire rapidamente. Mente nel 1932 (...) erano arrivati
71.236 deportati, nel 1933 si registrò un afflusso di 268.091
coloni speciali. In Ukraina la Commissione Molotov si
comportò in modo analogo; i distretti in cui il piano di
ammasso non era stato attuato furono inseriti nella «lista
nera», con tutte le conseguenze descritte in precedenza. Ma
nonostante ciò la situazione non si risolveva (...). Così, per
sconfiggere «il nemico», rimaneva soltanto una soluzione:
affamarlo. Fin dall'estate del 1932 Mosca ricevette i primi
rapporti che prevedevano il rischio di una «situazione
alimentare critica» per l'inverno 1932-1933. (...) Nel
novembre 1932 Hataevic, primo segretario del Partito della
regione di Dnepropetrovsk, scriveva a Molotov: «Affincé in
avvenire la produzione possa aumentare in conformità alle
esigenze dello Stato proletario, noi dobbiamo prendere in
considerazione le esigenze minime dei colcosiani, altrimenti
non ci sarà più nessuno per seminare e assicurare la
produzione». Molotov rispose: «La sua posizione è
profondamente scorretta e non bolscevica. Noi bolscevichi non
possiamo mettere né al decimo né al secondo posto le esigenze
dello Stato, esigenze determinate con esattezza dalle
risoluzioni del Partito». Pochi
giorni dopo l'Ufficio politico inviava alle autorità locali
una circolare in cui si ordinava che i kolhoz inadempienti
rispetto alle quote del piano fossero subito privati di «tutto
il grano in loro possesso, comprese le cosiddette riserve per
la semina!». Milioni di contadini, nelle più
ricche regioni agricole dell'Unione Sovietica, costretti a
consegnare tutte le loro magre riserve sotto minaccia o sotto
tortura, non avendo né i mezzi né la possibilità di comprare
nulla, si trovarono preda della carestia e non ebbero altra
risorsa che emigrare verso le città. Ma poco prima, il 27
dicembre 1932, il governo aveva introdotto l'obbligo del
passaporto interno e della registrazione dei residenti urbani,
allo scopo di limitare l'esodo rurale, di «liquidare il
parassitismo sociale» e «combattere l'infiltrazione di kulak
nelle città». Perciò, per fronteggiare il fenomeno dei
contadini in fuga dalle campagne per la sopravvivenza,
il
22 gennaio 1933 fu emanata una circolare che in pratica
programmava la condanna a morte di milioni di affamati: era
stata firmata da Stalin e Molotov e ordinava alle autorità
locali, in particolare alla GPU, di impedire «con ogni mezzo
ai contadini dell'Ukraina e del Caucaso settentrionale di
partire in massa verso le città. Dopo l'arresto degli elementi
controrivoluzionari, gli altri fuggitivi saranno ricondotti
nei luoghi di residenza». La circolare spiegava la
situazione in questo modo: «Il Comitato centrale ed il governo
hanno la prova che tale esodo in massa dei contadini è
organizzato dai nemici del potere sovietico, dai
controrivoluzionari e dagli agenti polacchi, a scopo di
propaganda contro il sistema colcosiano ed il potere sovietico
in generale». In tutte le regioni colpite dalla carestia fu
immediatamente sospesa la vendita dei biglietti ferroviari e
furono istituiti blocchi stradali, controllati dalle unità
speciali della GPU (...). Nella primavera del 1933 la
mortalità nelle campagne arrivò al culmine: alla fame si
aggiunse il tifo; in borgate con varie migliaia di
abitanti sopravvissero soltanto poche decine di persone. I
rapporti della GPU, così come quelli dei diplomatici italiani
di Har'kov, segnalano casi di cannibalismo: «Ogni giorno si
raccolgono a Har'kov circa 250 cadaveri di persone morte di
fame o di tifo. Si è osservato che in moltissimi casi i corpi
erano privi di fegato, evidentemente asportato attraverso un
ampio squarcio. La polizia ha finito col cogliere sul fatto
alcuni dei misteriosi "amputatori", i quali hanno confessato
di aver preparato con quelle carni il ripieno dei
pirozok [piccoli sformati di pasta farciti] che poi
hanno venduto al mercato». Nell'aprile del 1933 lo scrittore
Mihail Solohov, transitando in un centro abitato del Kuban',
scrisse a Stalin due lettere in cui riferiva nei particolari
il modo in cui le autorità locali avevano torturato i
colcosiani colpiti dalla carestia per estorcere loro tutte le
riserve; chiedeva al primo segretario di inviare sul luogo
soccorsi alimentari. Nel rispondergli Stalin non esitò a
rivelare la propria posizione: i contadini avevano il giusto
castigo per aver «fatto scioperi e sabotaggi» e per aver
«cercato di scalzare il potere sovietico dichiarandogli guerra
ad oltranza». Nell'anno 1933, mentre milioni di contadini
morivano di fame, il governo sovietico continuava a vendere
all'estero 18 milioni di quintali di grano per «le esigenze
dell'industrializzazione». Gli archivi demografici ed i
censimenti del 1937 e del 1939, tenuti segreti fino ad anni
recentissimi, permettono di valutare la portata della carestia
del 1933. (...) Circa 40.000.000 di persone soffrirono per la
carestia; nelle zone più colpite fra gennaio e giugno del 1933
la mortalità risultò decuplicata rispetto alla media: nel
giugno 1933 si ebbero 100.000 decessi nella regione di
Har'kov, contro i 9.000 del giugno del 1932. (...) Nel 1933,
considerando il paese nel suo complesso, il numero di decessi
aumentò di oltre 6 milioni di unità. Poiché quest'incremento
si deve soprattutto alla carestia, si può verosimilmente
attribuire a quest'ultima un bilancio di circa 6 milioni di
vittime ... |