Vjaceslav Molotov, l'uomo da cui prende il nome la bomba "fatta in casa" degli eversivi marxisti di mezz'Europa, e padre della spartizione delle Repubbliche Baltiche con la Germania nazista. Nel 1932, con Lazar' Kaganovic, fu il pianificatore delle repressioni contadine che dovevano portare all'eliminazione mirata di intere classi sociali in Ukraina: il risultato del programma fu di c.a. 6.000.000 di morti
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La collettivizzazione forzata delle fattorie ukraine, quelle che allora costituivano il celebre «Granaio d'Europa» ... - clicca per ingrandire

Negli anni '20 e '30 i bolscevichi scatenarono una guerra civile in Ukraina per piegare, con una terribile carestia, un'intera società che poteva ancora opporsi al "sogno umanitario" perché autosufficiente grazie alle sue grandi scorte agricole. I morti furono milioni, tra cui ovviamente moltissimi bambini. Clicca per ingrandire
«Russia Restituenda» - Poster dell'artista liberty ceko Alphonse Mucha, 1922, ispirato alle carestie ed ai saccheggi bolscevichi
... Altre immagini della collettivizzazione forzata in Ukraina ... - clicca per ingrandire
POMOGL - AIUTO! - Poster per la carestia "naturale" (ed ufficiale) del 1921-22, di Dmitrij Moor (Moskwa, 1921) - clicca per ingrandire
Il monumento eretto a Kijv in memoria delle vittime del genocidio sovietico del 1932 - 1933: clicca per ingrandire
 
 Ukraina 1932-33: la pianificazione di una carestia genocida
Brani tratti da AA.VV., Il Libro Nero del comunismo, Milano 1998, pp. 147ss.
 
 

Ilja REPIN, L'arresto di un propagandista, 1880-92

 

Premessa storica

Contrariamente a quel che normalmente si pensa, in seguito alla Rivoluzione d'Ottobre del 1917 ed al crollo del regime zarista l'Ukraina non entrò a far parte dell'URSS: venuto meno l'impero russo, al pari delle Repubbliche Baltiche si trovò ad avere uno status di indipendenza sovrana, anche se per poco tempo.
Il nazionalismo ukraino fiorì già negli anni intorno al 1840, in linea con altri risvegli nazionali europei dell'Ottocento, e spinse i russi a proibire l'uso della lingua ucraina nelle scuole, sui giornali e sui libri. Dopo la prima guerra mondiale l'Ukraina tentò di consolidare ufficialmente la propria indipendenza, ma nessuna delle diverse fazioni del paese riuscì ad ottenere il sostegno decisivo. Ebbe così inizio una guerra civile e lo Stato si ritrovò ben presto in una situazione di anarchia, con sei eserciti che si contendevano il potere e Kiev che cambiava governo cinque volte l'anno. Dopo una lunga serie di battaglie che coinvolsero anche l'URSS, la Polonia e le diverse fazioni etniche e politiche del paese, la Polonia si appropriò di alcuni territori occidentali (la zona di Leopoli - Lviv), mentre i sovietici ottennero il resto del paese. Nel 1922, grazie all'apporto decisivo di Gran Bretagna e Francia (interessate a contrapporre un forte blocco orientale - benché sovietico - alla Germania uscita sconfitta dalla guerra, nel solco di quanto avevano già fatto a sud-est con la sciagurata creazione "a tavolino" della Jugoslavia) l'Ukraina venne coattivamente accorpata all'URSS.
Nel corso degli anni '20, mentre la leadership di Mosca diventava sempre più palese, il nazionalismo locale riprese vigore: tuttavia l'ascesa al potere di Stalin nel 1927 trasformò l'Ucraina in un banco di prova per le sue idee sul nazionalismo "pericoloso". Nel 1932-33 venne ordita una carestia artificiale che uccise almeno 7 milioni di Ukraini, ed il paese fu ulteriormente decimato con la deportazione ed esecuzione della classe intellettuale. I sovietici e la loro organizzazione terrorista del Komsomol (la c.d. "gioventù comunista") combatterono anche i principali simboli religiosi ed artistici del paese, distruggendo oltre 250 chiese e cattedrali (in quell'occasione più dell'80% dei monumenti medievali di Kiev fu letteralmente fatto saltare in aria con  la dinamite). Durante l'epurazione del 1937-39, milioni di Ukraini furono assassinati o deportati nei campi di concentramento sovietici. La Seconda Guerra Mondiale portò ulteriore devastazione e morte: a fronte di un iniziale appoggio entusiastico della popolazione all'arrivo delle armate tedesche, viste come liberatrici dall'oppressione bolscevica (l'Ukraina fornì un'intera Divisione nazionale alla Waffen-SS europea), 6 milioni di persone finirono col perdere la vita nelle battaglie tra l'Armata Rossa e l'esercito tedesco. È stato calcolato che, nella prima metà del XX secolo, la guerra, la carestia e le epurazioni causarono la morte di più della metà della popolazione maschile e di circa un quarto di quella femminile dell'Ukraina ...



... La carestia che colpì l'Ukraina nel 1932 - 1933, a differenza di quella del 1921 - 1922, fu sempre negata dal regime, che all'estero si servì della propaganda per soffocare le rare voci levatesi per attirare l'attenzione sulla tragedia, e nel suo sforzo fu aiutato moltissimo da «testimonianze» sollecitate, come quella di Édouard Herriot, deputato francese e leader del Partito radicale. Herriot, che visitò l'Ukraina nell'estate del 1933, proclamò ai quattro venti di aver visto soltanto «orti colcosiani ammirevolmente irrigati e coltivati» e «raccolti decisamente ammirevoli», per arrivare infine alla perentoria conclusione: «Ho attraversato l'Ukraina. Ebbene, dichiaro di averla trovata tale e quale un giardino in pieno rigoglio». La sua cecità era in primo luogo dovuta ad una formidabile messinscena organizzata dalla GPU in onore degli ospiti stranieri, che seguivano un itinerario tutto kolhoz e scuole materne modello. Era evidente un accecamento corroborato da considerazioni politiche, in particolare da parte dei dirigenti francesi allora al potere, i quali si preoccupavano di non interrompere il processo di riavvicinamento iniziato con l'Unione Sovietica mentre la Germania diventava più minacciosa, in seguito alla recente ascesa al potere di Adolf Hitler [con cui - per reazione - gli Ukraini si schiereranno in massa in seguito all'invasione dell'URSS nel 1941; ndr] (...).
Non è possibile comprendere la carestia del 1932 - 1933 senza darle la giusta collocazione nel contesto dei nuovi rapporti instauratisi fra Stato sovietico e ceto contadino in seguito alla collettivizzazione forzata. Nelle campagne collettivizzate il Kolhoz aveva un ruolo strategico. La sua funzione era assicurare allo Stato consegne prestabilite di prodotti agricoli, grazie ad un salasso sempre più alto del raccolto «collettivo». Ogni autunno la campagna di ammasso si trasformava in un'autentica prova di forza fra lo Stato ed un ceto contadino che faceva uno sforzo disperato per trattenere una parte del raccolto. La posta in gioco era cospicua: per lo Stato il prelievo, per il contadino la sopravvivenza. Quanto più le regioni erano fertili, tanto più erano salassate. Nel 1930 lo Stato raccolse il 30% della produzione agricola in Ukraina, il 38% nelle ricche pianure del Kuban', nella regione settentrionale del Caucaso, il 33% del raccolto in Kazakistan. Nel 1931, con un raccolto di gran lunga più ridotto, le quote prelevate furono rispet-tivamente del 41,5, del 47 e del 39,5%. Un prelievo simile non poteva non sconvolgere del tutto il ciclo produttivo; basti ricordare che nella fase della NEP i contadini mettevano in vendita soltanto il 15-20% del raccolto, riservandone il 12-15% per la semina, il 25-30% al bestiame ed il resto al consumo proprio. Era inevitabile il conflitto fra i contadini, decisi a ricorrere ad ogni sorta di stratagemma per conservare una parte del proprio raccolto, e le autorità locali, costrette a realizzare ad ogni costo un piano che era sempre meno realistico: nel 1932 le quote stabilite per l'ammasso supera-vano quelle dell'anno precedente del 32%. Nel 1932 la campagna per l'ammasso ebbe un inizio piuttosto fiacco. Appena si cominciò a mietere il nuovo raccolto i colcosiani si sforzarono di nasconderne una parte o «rubarla» durante la notte. Si formò un vero e proprio «fronte di resistenza passiva», sostenuto dall'accordo tacito e reciproco che spesso univa il colcosiano e il gendarme, il gendarme e il contabile, il contabile e il direttore del kolhoz, a sua volta il contadino di recente promozione, e infine il direttore ed il segretario del Partito locale. Per «prendere i cereali» le autorità dovettero inviare nuove «squadre d'assalto» reclutate in città, fra i komsomol [la "gioventù comunista" più invasata; ndr] e i comunisti. (...)
Nell'arsenale della repressione aveva un ruolo decisivo una legge famosa, promulgata il 7 agosto 1932, al culmine della guerra tra ceto contadino e regime, secondo la quale  chiunque fosse riconosciuto colpevole di «ogni furto o dilapidazione della proprietà socialista» era condannato a
dieci anni di campo di concentramento o alla pena di morte, Tra il popolo questa disposizione era nota col nome di «legge della spiga», perché il più delle volte chi era condannato in base ad essa aveva rubato qualche spiga di grano o di segale nei campi colcosiani. Grazie a questa legge scellerata, fra l'agosto del 1932 e il dicembre del 1933 furono condannate oltre 125.000 persone, 5.400 delle quali alla pena capitale. Ma a dispetto di tali provvedimenti draconiani, il grano non «rientrava». (...) Il 22 ottobre 1932 l'Ufficio politico decise quindi di inviare in Ukraina e nel Caucaso settentrionale due commissioni straordinarie, una diretta da Vjaceslav Molotov, l'altra da Lazar' Kaganovic, allo scopo di «accelerare gli ammassi». (...) Nella regione del Caucaso settentrionale, di grande importanza strategica per la produzione agricola, durante il solo novembre 1932, primo mese di «lotta contro il sabotaggio», furono arrestati 5.000 comunisti rurali, giudicati colpevoli di «criminale compiacenza» nei confronti del «sabotaggio» della campagna di ammasso, oltre a 15.000 colcosiani. In dicembre cominciarono deportazioni in massa non più dei soli kulak [contadini; ndr], ma di interi villaggi, in particolare di stanic cosacche, che nel 1920 erano già state colpite da provvedimenti analoghi. Il numero dei coloni speciali riprese a salire rapidamente. Mente nel 1932 (...) erano arrivati 71.236 deportati, nel 1933 si registrò un afflusso di 268.091 coloni speciali.
In Ukraina la Commissione Molotov si comportò in modo analogo; i distretti in cui il piano di ammasso non era stato attuato furono inseriti nella «lista nera», con tutte le conseguenze descritte in precedenza. Ma nonostante ciò la situazione non si risolveva (...). Così, per sconfiggere «il nemico», rimaneva soltanto una soluzione: affamarlo. Fin dall'estate del 1932 Mosca ricevette i primi rapporti che prevedevano il rischio di una «situazione alimentare critica» per l'inverno 1932-1933. (...) Nel novembre 1932 Hataevic, primo segretario del Partito della regione di Dnepropetrovsk, scriveva a Molotov: «Affincé in avvenire la produzione possa aumentare in conformità alle esigenze dello Stato proletario, noi dobbiamo prendere in considerazione le esigenze minime dei colcosiani, altrimenti non ci sarà più nessuno per seminare e assicurare la produzione». Molotov rispose: «La sua posizione è profondamente scorretta e non bolscevica. Noi bolscevichi non possiamo mettere né al decimo né al secondo posto le esigenze dello Stato,
esigenze determinate con esattezza dalle risoluzioni del Partito». Pochi giorni dopo l'Ufficio politico inviava alle autorità locali una circolare in cui si ordinava che i kolhoz inadempienti rispetto alle quote del piano fossero subito privati di «tutto il grano in loro possesso, comprese le cosiddette riserve per la semina!».
Milioni di contadini, nelle più ricche regioni agricole dell'Unione Sovietica, costretti a consegnare tutte le loro magre riserve sotto minaccia o sotto tortura, non avendo né i mezzi né la possibilità di comprare nulla, si trovarono preda della carestia e non ebbero altra risorsa che emigrare verso le città. Ma poco prima, il 27 dicembre 1932, il governo aveva introdotto l'obbligo del passaporto interno e della registrazione dei residenti urbani, allo scopo di limitare l'esodo rurale, di «liquidare il parassitismo sociale» e «combattere l'infiltrazione di kulak nelle città». Perciò, per fronteggiare il fenomeno dei contadini in fuga dalle campagne per la sopravvivenza,
il 22 gennaio 1933 fu emanata una circolare che in pratica programmava la condanna a morte di milioni di affamati: era stata firmata da Stalin e Molotov e ordinava alle autorità locali, in particolare alla GPU, di impedire «con ogni mezzo ai contadini dell'Ukraina e del Caucaso settentrionale di partire in massa verso le città. Dopo l'arresto degli elementi controrivoluzionari, gli altri fuggitivi saranno ricondotti nei luoghi di residenza». La circolare spiegava la situazione in questo modo: «Il Comitato centrale ed il governo hanno la prova che tale esodo in massa dei contadini è organizzato dai nemici del potere sovietico, dai controrivoluzionari e dagli agenti polacchi, a scopo di propaganda contro il sistema colcosiano ed il potere sovietico in generale». In tutte le regioni colpite dalla carestia fu immediatamente sospesa la vendita dei biglietti ferroviari e furono istituiti blocchi stradali, controllati dalle unità speciali della GPU (...). Nella primavera del 1933 la mortalità nelle campagne arrivò al culmine: alla fame si aggiunse il tifo; in borgate con varie migliaia di abitanti sopravvissero soltanto poche decine di persone. I rapporti della GPU, così come quelli dei diplomatici italiani di Har'kov, segnalano casi di cannibalismo: «Ogni giorno si raccolgono a Har'kov circa 250 cadaveri di persone morte di fame o di tifo. Si è osservato che in moltissimi casi i corpi erano privi di fegato, evidentemente asportato attraverso un ampio squarcio. La polizia ha finito col cogliere sul fatto alcuni dei misteriosi "amputatori", i quali hanno confessato di aver preparato con quelle carni il ripieno dei pirozok [piccoli sformati di pasta farciti] che poi hanno venduto al mercato». Nell'aprile del 1933 lo scrittore Mihail Solohov, transitando in un centro abitato del Kuban', scrisse a Stalin due lettere in cui riferiva nei particolari il modo in cui le autorità locali avevano torturato i colcosiani colpiti dalla carestia per estorcere loro tutte le riserve; chiedeva al primo segretario di inviare sul luogo soccorsi alimentari. Nel rispondergli Stalin non esitò a rivelare la propria posizione: i contadini avevano il giusto castigo per aver «fatto scioperi e sabotaggi» e per aver «cercato di scalzare il potere sovietico dichiarandogli guerra ad oltranza». Nell'anno 1933, mentre milioni di contadini morivano di fame, il governo sovietico continuava a vendere all'estero 18 milioni di quintali di grano per «le esigenze dell'industrializzazione». Gli archivi demografici ed i censimenti del 1937 e del 1939, tenuti segreti fino ad anni recentissimi, permettono di valutare la portata della carestia del 1933. (...) Circa 40.000.000 di persone soffrirono per la carestia; nelle zone più colpite fra gennaio e giugno del 1933 la mortalità risultò decuplicata rispetto alla media: nel giugno 1933 si ebbero 100.000 decessi nella regione di Har'kov, contro i 9.000 del giugno del 1932. (...) Nel 1933, considerando il paese nel suo complesso, il numero di decessi aumentò di oltre 6 milioni di unità. Poiché quest'incremento si deve soprattutto alla carestia, si può verosimilmente attribuire a quest'ultima un bilancio di circa 6 milioni di vittime ...

 
 
Approfondimenti ...

La seconda indipendenza dell'Ukraina e le ritorsioni sovietiche

... I territori annessi nel 1939-1940 (le Repubbliche Baltiche, la Bielorussia occidentale, la Moldavia, l'Ukraina occidentale), che per quasi tutta la durata del conflitto erano rimasti fuori dal sistema sovietico, subirono una seconda «sovietizzazione» dopo quella del 1939 - 1941. I movimenti nazionali che vi si erano costituiti, e che si opponevano all'incorporazione nell'Unione Sovietica, innescarono un meccanismo di azione e reazione fra resistenza armata, persecuzione e repressione. Il rifiuto dell'annessione fu particolarmente ostinato nell'Ukraina occidentale e nelle Repubbliche Baltiche. Con la prima occupazione dell'Ukraina occidentale, dal settembre del 1939 al giugno del 1941, era nata un'organizzazione armata clandestina abbastanza potente, l'OUN (Obedinen'e ukrainskih nacionalistov, l'Unione dei Nazionalisti Ukraini), alcuni membri della quale si aggregarono ad unità delle SS per combattere ebrei e comunisti. Nel luglio del 1944, con il sopraggiungere dell'Armata rossa, l'OUN costituì un Consiglio supremo di liberazione dell'Ukraina. Roman Suhovic, capo dell'OUN, prese il comando dell'UPA (Ukrainskaja partizanskaja armija, Armata Ukraina Partigiana), la quale, secondo fonti ukraine, nell'autunno del 1944 avrebbe avuto una consistenza di oltre 20.000 uomini. Il 31 marzo 1944 Berija firmò un decreto che prescriveva di arrestare e deportare nella regione di Krasnojarsk tutti i membri delle famiglie degli affiliati alle formazioni resistenziali dell'OUN e dell'UPA: dal febbraio all'ottobre del 1944 furono deportati con questa motivazione 100.300 civili, vecchi, donne e bambini. I 37.000 combattenti catturati in questo periodo furono inviati nel gulag. Alla morte di monsignor Sceptickij, Metropolita della Chiesa Uniate di Ukraina, avvenuta nel novembre del 1944, le autorità sovietiche obbligarono questa Chiesa a fondersi con la Chiesa ortodossa. Per troncare alla radice le resistenze alla sovietizzazione gli agenti dell'NKVD visitavano le scuole, dove esaminavano gli elenchi e le pagelle degli alunni che avevano studiato nel periodo prebellico, quando l'Ukraina occidentale era parte della Polonia «borghese». Dalle loro ricerche ricavavano liste di nomi degli individui da sottoporre ad arresto preventivo, in cui figuravano ai primi posti gli allievi più dotati, che a giudizio degli agenti erano considerati «potenzialmente ostili al regime sovietico» [perché aventi più cervello? - ndr]. Secondo un rapporto di Kobulov, uno degli assistenti di Berija, nella Bielorussia occidentale fra il settembre del 1944 e il marzo del 1945 furono arrestati oltre 100.000 «disertori» e «collaborazionisti». Questa regione, così come l'Ukraina occidentale, era considerata «brulicante di elementi ostili al regime sovietico». (...) Secondo dati ufficiali, dal gennaio 1942 all'ottobre del 1944 nei "campi di verifica e filtraggio" transitarono oltre 421.000 persone ...

[Tratto da AA.VV., Il Libro Nero del comunismo, cit., pp. 214-215]

 
 
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