Josip Broz, detto Tito: leader indiscusso dei comunisti iugoslavi, fu l'artefice del genocidio giuliano servendosi delle foibe carsiche. È tutt'oggi esaltato come un valoroso e moderato patriota iugoslavo (uno Stato storicamente fasullo), leader dei c.d. "Paesi non allineati", un socialista da prender d'esempio
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Riesumazione di infoibati - clicca per ingrandire
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Cadavere decomposto di un infoibato, con ancora visibili i buchi delle pallottole di mitragliatrice sull'addome - clicca per ingrandire
Cadavere in avanzato stato di decomposizione di un infoibato - clicca per ingrandire
Resti di cadaveri di infoibati - clicca per ingrandire
Cadavere in avanzato stato di decomposizione di un infoibato - clicca per ingrandire
Resti umani di infoibati - clicca per ingrandire
Fasi del recupero delle salme - clicca per ingrandire
Recupero delle salme dalla voragine di una foiba - clicca per ingrandire
Resti di un infoibato in avanzato stato di decomposizione - clicca per ingrandire
Fasi del recupero delle salme - clicca per ingrandire
Sezione verticale della "Foiba" di Basovizza - clicca per ingrandire
Il cranio di un infoibato, con i segni delle violenze subite - clicca per ingrandire
Immagine raccapricciante, non visibile dal vivo - clicca per ingrandire
Resti umani degli infoibati - clicca per ingrandire
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Ecco come si presenta la voragine di una Foiba - clicca per ingrandire
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Mappa schematica delle principali Foibe carsiche - clicca per ingrandire
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Recupero dei resti degli infoibati - clicca per ingrandire
Recupero dei resti degli infoibati - clicca per ingrandire
Il recupero ... - clicca per ingrandire
La partenza ... - clicca per ingrandire
Monumento alle vittime della Foiba di Basovizza - clicca per ingrandire
 
 Le Foibe: un genocidio da ignorare, a tutti i costi
Brani tratti da fonti varie, web e testuali
 

Paul CÉZANNE, Natura morta con teschio, 1890s

 

Le Foibe: un genocidio "politicamente corretto"?

Il termine "Foiba" è una corruzione dialettale del latino " fovea", che significa "fossa"; le Foibe – infatti – sono voragini rocciose, a forma di imbuto rovesciato, create dall’erosione di corsi d’acqua; possono raggiungere i 200 metri di profondità. Agghiacciante è l’affermazione del prof. R. Battaglia, che scrive in proposito: «Il sottosuolo dei vasti altipiani carsici nasconde un mondo di tenebre: abissi verticali e cupi cunicoli che si perdono nel silenzio delle profondità terrestri, caverne immense, tortuose gallerie percorse da fiumane urlanti, sale incantate rivestite di cristalli, antri selvaggi che la fantasia del volgo popolò di paurose leggende». In Istria sono state registrate più di 1.700 Foibe.


Premesse storiche
In tutto il territorio in questione la popolazione maggioritaria era da sempre stata Veneto-Giuliana (quindi Padana): aveva il predominio politico ed economico, ma soprattutto aveva improntato di sé l'intera realtà culturale ed urbanistica, non solo dai tempi del dominio di Venezia, ma anche là dove gli Asburgo avevano governato fin dal primo Medio Evo. E questo predominio rimase intatto sino al 1918. Infatti nel 1914, sotto l'Austria, c'erano in Istria 50 Comuni, dei quali 13 con amministrazione slava e 37 con amministrazione c.d. «italiana»; tra questi ultimi figurano tutti i centri più importanti per numero di abitanti e per attività economiche e culturali: Trieste, Pola, Fiume, Capodistria, Rovigno, Cherso, Lussino, Albona, Dignano, etc.
Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, la frontiera nord - est dell'italia venne attestata sulla c.d. «Linea Wilson», mentre alla neonata (e geopoliticamente abortita) Jugoslavia le potenze vincitrici del primo conflitto mondiale assegnavano "a tavolino" una piccola parte dell'Istria. Da questa scelta di commistione, puramente destabilizzante ed incurante della realtà locale, germoglierà la tragedia dei decenni successivi, alimentata dalle tendenze fagocitatrici dell'internazionalismo comunista, che in loco trovarono un humus fertile nel panslavismo endemico (poi esploso nel 1940 e - nuovamente, nel 1989). Durante la Seconda Guerra Mondiale, nel goriziano, soldati e civili italiani accettarono di unirsi al c.d. «IX Corpus jugoslavo» di Tito: ufficialmente (almeno questa è la versione maggiormente accreditata presso gli storici), la propaganda comunista e pan-slava giocava sull'obiettivo di sconfiggere i nazisti per poi - a fine guerra - stabilire una nuova linea della frontiera orientale; intanto i Croati d'Istria - per la maggior parte comunisti che da sempre combattevano per l'annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia - venivano inquadrati nel battaglione "Pino Budicin" (il cui vessillo era una bandiera a stelle rosse) al grido di: «Trst, Gorica, Rijeka sloboda vas ceka» («Trieste, Gorizia, Fiume, la libertà vi aspetta!»). La loro violenza si acuì in seguito al crollo dell'esercito italiano ed alla progressiva ritirata tedesca: di fatto fecero precipitare l'intera regione in un focolaio di guerra civile permanente (saccheggi, spari contro le abitazioni al sol scopo di denunciare la propria presenza, etc.). Come nota il Parcor, «fonti jugoslave affer-mano che la Venezia Giulia (escluso il Friuli) ha avuto nella lotta di liberazione 42.800 morti fra italiani e slavi, 7.000 invalidi, 95.460 deportati, 19.357 case bruciate, 16.837 case distrutte». Inizia in questo clima l'ennesima «pulizia etnica» comunista (quindi "politicamente corretta") consistente nell'assassinio in massa della popolazione Giuliana, maggio-ritaria, i cui cadaveri venivano poi gettati nelle foibe carsiche. I continui bombardamenti anglo-americani che si intrecciano fra Trieste, Pola, Fiume e Zara facilitarono il massacro, poiché - impegnandole su due fronti - impedirono di fatto alle autorità civili e militari di fronteggiare e fermare la violenza delle bande titine. L'8 settembre 1943 l'Italia scompare giuridicamente come autorità statale sovrana, giacché - ai sensi del Diritto Internazionale Pubblico - non vi è più un'autorità politica centrale che vi eserciti effettivamente la sovranità ed il controllo amministrativo. Ciò con buona pace dei retori moderni che vedono, in quella data, una specie di "rinascita" dell'Araba Fenice ... Più semplicemente, come già era capitato per altri Stati nati da una semplice conquista militare ma privi di omogeneità nazionale (si ricordi la celebre frase di Cavour...), la Storia aveva fatto il suo corso.
Nel maggio - giugno del 1945 i Tedeschi presenti sul luogo vengono sconfitti dalle truppe neozelandesi del generale Freyberg, ma ben presto sopraggiungono i reparti jugoslavi che - con estrema facilità - occupano i territori giuliani, accolti dal CLN come forze liberatrici alla pari di Inglesi, Americani e truppe alleate. L'intento degli jugoslavi - però - era ben diverso: forti dell'appoggio da parte della popolazione di origine slava, avevano intenti puramente espansionistici. Il 1° maggio 1945, infatti, disarmano i c.d. «Volontari italiani della Libertà», dando sfogo ad assassinii e saccheggi: appena giunti nelle città della Venezia Giulia, i partigiani sloveni procedettero al disarmo ed all'internamento dei locali, a partire dai soldati di Salò. Maltrattamenti, internamenti nei campi di concentra-mento, eliminazione lungo le strade che portavano ai luoghi di detenzione furono riservati non solo ai militari, ma alle forze di polizia (Questura, Carabinieri) ed ai semplici civili, secondo il classico «Modello Berija». La logica di base era puramente etnica, alla pari della destinazione al gulag per il sol fatto di essere Polacchi, Estoni, Lettoni o Lituani: ogni Giuliano che osava ribellarsi alla dominazione slava diventava automatica-mente un «fascista», il che ne legittimava "moralmente" il massacro. Alla fine, non potendo più far finta di non vedere, vi fu un intervento alleato. Il 9 giugno le forze titine furono costrette ad abbandonare Trieste e la parte occidentale dell'Istria, in cui si insediano truppe inglesi e americane, ma continuarono ad occupare il resto del territorio, pur con la precisazione formale che ciò sarebbe stato puramente provvisorio, e comunque ininfluente ai fini delle decisioni finali sullo stato dei confini. Questi ultimi presero il nome, questa volta, da un nuovo militare anglofono (la c.d. «Linea Morgan») il generale americano che aveva trattato la questione a Belgrado col governo di Tito. Nonostante le proteste della popolazione indigena sfollata e superstite, che voleva ritornare nella propria terra, la «Linea Wilson» non fu più ripristinata, giacché i comunisti iugoslavi volevano spingersi perlomeno fino all'Isonzo. Il 15 giugno 1946 il Bollettino Ufficiale slavo pubbli-cò l'ordinanza n. 29, secondo cui doveva esser considerato "nemico" e "fascista", quindi da epurare, chiunque «contro il popolo» si opponeva al passaggio dell'Istria alla Jugoslavia o si rifiutava di dichiararsi di nazionalità slava. Con le ordinanze n. 42 del 20 febbraio 1946 e n. 71 del 20 maggio 1946, poi, si conferì al Comitato Popolare locale "il diritto di disporre delle case e di cederle ai Croati", e di porre sotto sequestro tutti i beni "del nemico e degli assenti" del distretto di Capodistria. Gli autoctoni vennero così costretti a cercare rifugio altrove, dato che la maggior parte delle case fu subito assegnata ai partigiani slavi; vennero espropriati 9.621 ettari di terreni appartenenti a 937 agricoltori, poi distribuiti a 3.393 slavi (circa 3 ettari di terreno per famiglia). I Giuliani vennero sfrattati dal «sogno umanitario», all'epoca incarnato da Palmiro Togliatti. Con il trattato di pace del 15 settembre 1947 venne creato il cosiddetto "territorio libero" di Trieste, diviso in una zona A di presidio anglo-americano e in una zona B affidata agli jugo-slavi, divisione diventata definitiva - salvo piccole rettifiche - nel 1954, con zona A e B affidate «in amministrazione» alla neonata italia ed alla Jugoslavia, con un esodo di 250.000 Giuliani dal territorio (ormai) jugoslavo.
Gli infoibamenti hanno avuto luogo in due periodi distinti: dal 9 settembre al 13 ottobre 1943, subito dopo l’armistizio italiano, quando gran parte dell’Istria era caduta in balìa dei partigiani titini, e dopo il ritorno degli stessi dal 1 maggio 1945 fino al 1947, ben oltre la fine della guerra.
Secondo il sito http://www.foibe.monrif.net/ «Il dramma delle Foibe istriane e triestine ha origini fin dal 1918 quando l'italia riceve a seguito della vittoria nella guerra del '15-'18 tutta l'Istria con circa 500.000 slavi e senza il loro consenso. Questo creerà negli anni seguenti un movimento irredentista slavo al quale l'Ialia non saprà opporre una intelligente politica di coinvolgimento.
Gli errori italiani, in sintesi, sono i seguenti:

a. arrivo di un'amministrazione pasticciona, con la solita burocrazia di stampo borbonico-piemontese che sarà considerata una autentica iattura in quelle zone. Teniamo presente che si era stati stati preceduti da un'amministrazione austro - ungarica efficiente, elastica ed onestissima, con una secolare tradizione di amministrazione su popoli diversi nel composito impero asburgico.
b. Compressione degli usi e costumi slavi con ostacoli anche all'uso della stessa lingua: un fatto eclatante è quello narrato in un libro in cui si racconta che ai tempi dei bombardamenti "alleati" fu colpita Muggia e gli abitanti dovettero chiedere alle autorità della RSI il permesso di cantare, durante i funerali in chiesa, i canti religiosi in sloveno dato che tale lingua non era ammessa; in sostanza la presenza italiana dopo il 1918 fu vista dai locali piuttosto male.
c.  La situazione economica generale risentiva delle difficoltà dell'epoca (crisi del '29) sulle quali l'Italia aveva responsabilità relative. Non dimentichiamo che fino al 1918 alle spalle di Trieste e di Fiume c'era un grande impero di cui Trieste e Fiume erano i porti principali. L'arrivo dell'Italia coincise con la decadenza sopratutto di Trieste, come del resto è noto.

Nel complesso gli istriani di etnia slovena si sentirono degli occupati e rimpiangevano l'Austria-Ungheria. Non parliamo poi della toponomastica e dei nomi dei paesi e città dove le tradizioni locali vennero piuttosto ignorate. Gli eventi della Seconda Guerra Mondiale acuirono ancora la situazione, specie con lo sviluppo delle resistenza armata degli slavi contro i Giuliani ed i Tedeschi, con conseguenti rappresaglie. Da tenere presente che in sostanza gli slavi o almeno la parte preponderante dei loro combattenti erano comunisti, il che condizionò ancora di più le scelte degli italiani residenti colà. È certamente vero che la fuga degli italiani avvenne proprio anche per non cadere sotto un regime comunista. Ne esce male anche il CLN italiano che, benché avvisato di quello che poteva succedere ed invitato dai tedeschi e dai fascisti a fare fronte comune contro il calare delle bande slave, non accettò, finendo, così, in parte nelle foibe, ma i più scapparono a Venezia per sfuggire alla mattanza.
È chiaro che mai gli italiani fecero ai danni degli slavi neppure una minima parte di quello che poi dovettero subire, ma è certo che la politica italiana tra il 1918 ed il 1945 non brillò per lungimiranza. Tra l'altro la quasi totalità delle condanne a morte comminate dal Tribunale Speciale negli anni '25-'41 in italia riguardò al 90% irredentisti slavi.

Foibe ed "infoibamento"
Per le popolazioni slovene e croate del retroterra triestino ed istriano la foiba è il luogo dove si era soliti gettare quello che non serviva più, e di cui era difficile liberarsi altrimenti: vi si gettavano carcasse di animali, vecchie suppellettili, residui di lavorazioni e così via. Gettare un uomo in una foiba significa quindi trattarlo alla stregua di un rifiuto. Nella Venezia Giulia e nella Dalmazia il disprezzo, le lesioni della dignità e dei diritti degli esseri umani, lo spargimento di sangue e le torture si manifestarono con impressionante frequenza, nello spasmo di annientare interi ceppi familiari (la "stirpe", secondo le usanze locali), demolire parrocchie, rendere impossibile qualsiasi attività economica e civile. Le guerre balcaniche del 1989 ne hanno dato un nuovo, agghiacciante esempio.
Il 23 giugno 1945 Winston Churchill, che fu il primo a fornire aiuti militari a Tito ed a far paracadutare il proprio figlio Randolph fra i partigiani jugoslavi, scrisse a Stalin: «grandi crudeltà sono state commesse in quella zona dagli slavi contro gli italiani, specialmente a Trieste ed a Fiume. Le pretese aggressive del maresciallo Tito devono essere stroncate». L'orrore delle Foibe, in cui hanno perso la vita migliaia di esseri umani gettati dalle bande titine dopo avergli sparato un colpo alla nuca (e a volte neanche quello), è la documentazione di un cumulo di rancori, odi, vendette e rappresaglie su presunti "fascisti", che nell più gran parte dei casi erano semplici Giuliani ai quali bisognava far finalmente pagare la colpa della loro diversa nazionalità. Il 1° maggio, alla vigilia della cessazione ufficiale delle ostilità sul territorio italiano, Trieste venne occupata dai partigiani slavi del «IX Corpus», dopo aver massacrato le ultime resistenze degli Incursori di Marina dell'allora Xª MAS.
I "soldati" di Tito iniziarono le irruzioni - soprattutto notturne - nelle case dei civili inermi, per caricati su dei camion e - con le mani lacerate dal filo di ferro e legati tra loro a catena - portati verso l'orlo dell'abisso. Generalmente una scarica di mitra faceva cadere i primi, che trascinavano con loro nella voragine tutti gli altri per inerzia. Alcuni avevano la "fortuna" di morire all'istante, altri - invece - solo dopo essere precipitati per centinaia di metri. Come fu dimostrato dall'esumazione dei cadaveri, vi furono persone che - prima di essere uccise - vennero spogliate e seviziate: infatti sono stati ritrovati dei cadaveri di donne stuprate o gravide, alle quali veniva reciso il ventre per estrarre il feto (un po' sul modello cambogiano...), così come furono ritrovati molti uomini evirati, cui vennero messi i testicoli in bocca. In aggiunta vi sono dei teschi ai quali risultano estirpati i denti d'oro, e vi è la testimonianza diretta di decapitazioni seguite dall'utilizzo del cranio come un pallone da gioco tra i "compagni" titini. Molte vittime vennero lapidate dopo aver portato sulle spalle le pietre per la loro esecuzione, mentre altre furono arse vive ...
Sull'orrore del paradiso comunista che si spalancava sull'estremo est della Padania è chiara la testimonianza resa dall'Appuntato della Guardia di Finanza Antonio Cau, nel maggio 1945: «Il mondo civile dovrà inorridire quando sarà possibile far luce su tutti gli orrori e i delitti di cui si macchiarono senza giustificato motivo i partigiani jugoslavi. È vero che torturavano. È vero che fucilavano senza ragione. Il supplizio di legare i pazienti per le braccia ai pali e tenerli così sospesi per delle ore era all'ordine del giorno. Delle volte le grida di dolore dei torturati facevano impazzire noi poveretti che eravamo obbligati ad assistere al supplizio».


Elenco sommario delle Foibe più conosciute:

Foiba di Basovizza e Monrupino
Oggi monumenti nazionali. Diverse centinaia sono gli infoibati in esse precipitati. Sul massacro di Basovizza il giornale "Libera Stampa" in data 01.08.1945 pubblicava un articolo dal titolo: "Il massacro di Basovizza confermato dal CLN giuliano. Piena luce sia fatta in nome della civiltà. Una dettagliata documentazione trasmessa alle autorità alleate della zona ed al Governo italiano". L'articolo riportava un documento sotto-scritto da tutti i componenti del CLN e di quelli dell'Ente costitutivo autonomia giuliana, che così denunciava i crimini accaduti a Trieste tra il 2 ed il 5 maggio: «Centinaia di cittadini vennero trasportati nel cosiddetto "Pozzo della Miniera" in località prossima a Basovizza e fatti precipitare nell'abisso profondo 240 metri. Su questi disgraziati vennero in seguito lanciate le salme di circa 120 soldati tedeschi uccisi nei combattimenti dei giorni precedenti e le carogne putrefatte di alcuni cavalli. Al fine di identificare le salme delle vittime e rendere possibile la loro sepoltura abbiamo chiesto consiglio agli esperti che hanno collaborato, a suo tempo, al recupero delle salme nelle Foibe istriane. L'attrezzatura a disposizione dei nostri esperti non è sufficiente data l'eccezionale profondità del pozzo, il numero delle salme e lo stato di putrefazione delle stesse ... Davanti alle accuse che vengono fatte da alcuni organi di stampa, di uccisioni indiscriminate che avrebbero interessato anche esponenti antifascisti, il giornale "Primorski Dnevník", in data 05.08.1945, pur smentendone l'uccisione, ammette l'infoibamento di italiani a Basovizza, in particolare di poliziotti e finanzieri. Cosi scrive: "... Questa nuova Jugoslavia del maresciallo Tito, che per il numero delle vittime, per la vittoria comune occupa senza dubbio il secondo posto, dopo l'Unione sovietica e che è rispettata ed onorata dalla popolazione slovena, croata e italiana di questa regione, non è possibile che abbia oltre alla Guardia di frontiera fascista ed ai poliziotti, gettato nelle Foibe anche i combattenti che hanno combattuto da fratelli per la nuova Jugoslavia e dieci soldati neozelandesi ..." E, proseguendo con l'alibi che ancora oggi alcuni storici sloveni e croati sottolineano, giunge a dire: "... sulla terra che ha sofferto per venticinque anni il terrore snazionalizzatore italo-fascista e si è combattuto per anni contro i nazi - fascisti assieme ad onesti italiani ed antifascisti non è questa la prima e nemmeno l'unica grotta dove si polverizzano le ossa dei criminali italiani e tedeschi e di quelli che si sono opposti..."». Tra i responsabili degli infoibamenti a Basovizza può essere indicata la Banda Zoll-Steffè, che presso le carceri triestine dei Gesuiti imperversò sotto la denomi-nazione di "Guardia del popolo".

Foiba di Scadaicina
Sulla strada di Fiume.

Foiba di Podubbo
Non è stato possibile, per difficoltà orografiche, il recupero delle salme. Il "Piccolo" del 05.12.1945 riferisce che coloro che si sono calati alla profondità di 190 metri hanno individuato cinque corpi - tra cui quello di una donna completamente nuda - non identificabili a causa della decomposizione.

Foiba di Drenchia
Secondo Diego De Castro vi sarebbero cadaveri di donne, ragazzi e partigiani dell'Osoppo.

Abisso di Semich
«... Un'ispezione del 1944 accertò che i partigiani di Tito, nel settembre precedente, avevano precipitato nell'abisso di Semich (presso Lanischie), profondo 190 metri, un centinaio di sventurati: soldati italiani e civili, uomini e donne, prima quasi tutti seviziati e poi gettati ancora in vita. Impossibile sapere il numero di quelli che furono gettati a guerra finita, durante i massacri del 1945-1947. Questa è una delle tante Foibe carsiche trovate adatte, con approvazione dei superiori, dai cosiddetti tribunali popolari per le proprie nefandezze. La Foiba ingoiò chiunque avesse origini giuliane non slave, avesse ricoperto cariche pubbliche o fosse semplicemente oggetto di sospetti e rancori. Per molti giorni la gente del circondario avrebbe sentito urla strazianti provenire dall'abisso, le grida dei rimasti in vita, sia perché trattenuti dagli spuntoni di roccia, sia perché impazziti dalla disperazione. Riuscirono a soprav-vivere per alcuni giorni, pur nell'agonia, grazie all'acqua che stillava nelle fessure della terra; il confinante prato conservò per mesi le impronte degli autocarri arrivati carichi di esseri umani da precipitare nell'orrido...» (Testimonianza di Mons. Parentin - da "La Voce Giuliana" del 16.12.1980).

Foibe di Opicina, di Campagna e di Corgnale
«... Vennero infoibate circa duecento persone, e tra queste figurano una donna ed un bambino, rei di essere moglie e figlio di un Carabiniere...» (G. Holzer, 1946).

Foibe di Sesana e Orle
Nel 1946 vi sono stati recuperati dei corpi infoibati.

Foiba di Casserova
Sulla strada di Fiume, tra Obrovo e Golazzo. Vi sono stati precipitati tedeschi, uomini e donne giuliani, sloveni, molti ancora vivi. In seguito, dopo avervi gettato dentro benzina e bombe a mano, l'imboccatura venne fatta saltare. Il recupero delle salme, per ovvi motivi, fu estremamente difficoltoso.

Abisso di Semez
Il 7 maggio 1944 vengono individuati resti umani corrispondenti ad 80 - 100 persone. Nel 1945 fu ancora "usato" allo scopo.

Foiba di Gropada
Si è riusciti a recuperate solo cinque salme. «... Il 12 maggio 1945 furono fatte precipitare nel bosco di Gropada trentaquattro persone, previa svestizione e colpo di rivoltella "alla nuca". Tra le ultime, Dora Ciok, Rodolfo Zuliani, Alberto Marega, Angelo Bisazzi, Luigi Zerial e Domenico Mari...»

Foiba di Villa Orìzi
Nel maggio 1945 gli abitanti del circondario videro lunghe file di prigionieri, alcuni dei quali recitavano il Padre Nostro, scortati da partigiani armati di mitra, che venivano condotti verso la voragine. Le testimonianze sono concordi nell'indicare in circa 200 i prigionieri eliminati.

Foiba di Cernovizza (Pisino)
Secondo voci degli abitanti del circondario le vittime sarebbero state un centinaio. L'imboccatura della Foiba è stata fatta franare nell'autunno del 1945.

Foiba di Obrovo (Fiume)
È il luogo di sepoltura di tanti fiumani, deportati senza ritorno.

Foiba di Raspo
Usata per il genocidio dei Giuliani sia nel 1943 che nel 1945. Imprecisato il numero delle vittime.

Foiba di Brestovizza
Così narra la vicenda di un'infoibata il "Giornale di Trieste" in data 14.08.1947. «... Gli assassini l'avevano brutalmente malmenata, spezzandole le braccia prima di scaraventarla viva nella Foiba. Per tre giorni, dicono i contadini, si sono sentite le urla della misera che giaceva ferita, in preda al terrore, sul fondo della grotta ...».

Foiba di Zavni (Foresta di Tarnova)
Luogo del martirio dei Carabinieri di Gorizia e di alcune centinaia di sloveni oppositori del regime di Tito.

Foiba di Gargaro o Podgomila (Gorizia)
A due chilometri a nord-ovest di Gargaro, ad una curva sulla strada c'è la scorciatoia per la frazione di Bjstej. Ad una trentina di metri sulla destra della scorciatoia c'è una Foiba. Vi furono gettate circa ottanta persone.

Foiba di Vines
Recuperate dal Maresciallo Harzarich (dal 16.10.1943 al 25.10.1943) cinquantun salme riconosciute. In questa Foiba, sul cui fondo scorre dell'acqua, le vittime furono  gettate appesantite da una pietra delata alle loro mani con del filo di ferro. il tutto dopo aver subito varie torture. All'interno della voragine, per eliminare le tracce, furono poi lanciate delle bombe a mano. Vi fu però, incredibilmente, un unico superstite, Antonio Radeticchio, che ha potuto raccontare i fatti.

Cava di bauxite di Gallignana
Tra il 31 novembre 1943 e l'8 dicembre 1943 vi vennero recuperate ventitré salme, di cui solo sei riconosciute.

Foiba di Terli
Nel novembre 1943 vi furono recuperate ventiquattro salme, poi riconosciute.

Foiba di Treghelizza
Recuperate nel novembre 1943 due salme, riconosciute.

Foiba di Pucicchi
Recuperate nel novembre 1943 undici salme, di cui quattro riconosciute.

Foiba di Surani
Recuperate nel novembre 1943 ventisei salme, di cui ventuno riconosciute.

Foiba di Cregli
Recuperate nel dicembre 1943 otto salme, poi riconosciute.

Foiba di Cernizza
Recuperate nel dicembre 1943 due salme, riconosciute.

Foiba di Vescovado
Vi furono scoperte sei salme, di cui una identificata.

Altre foibe da cui non fu possibile eseguire alcun recupero nel periodo 1943 - 1945:

  • Semi

  • Jurani

  • Gimino

  • Barbana

  • Abisso Bertarelli

  • Rozzo

  • Iadruichi

  • Foiba di Cocevie - a 70 chilometri a sud-ovest da Lubiana

  • Foiba di San Salvaro

  • Foiba Bertarelli (Pinguente) - Qui gli abitanti ogni sera vedevano passare colonne di prigionieri, ma non ne vedevano mai il ritorno

  • Foiba di Gropada

  • Foiba di San Lorenzo di Basovizza

  • Foiba di Odolina - Vicino Bacia, sulla strada per Matteria, nel fondo dei Marenzi

  • Foiba di Beca - Nei pressi di Cosina

  • Foibe di Castelnuovo d'Istria - «Sono state poi riadoperate - continua il rapporto del CLN - le Foibe istriane, già usate nell'ottobre del 1943»

  • Cava di bauxite di Lindaro

  • Foiba di Sepec (Rozzo)

Le Foibe di Capodistria:
[Dichiarazioni rese da Leander Cunja, responsabile della Commissione di indagine sulle Foibe del Capodistriano, nominata dal Consiglio esecutivo dell'Assemblea comunale di Capodistria]

«... Nel capodistriano vi sono centosedici cavità, delle ottantuno cavità con entrata verticale abbiamo verificato che diciannove contenevano resti umani. Da dieci cavità sono stati tratti cinquantacinque corpi umani che sono stati inviati all'Istituto di medicina legale di Lubiana. Nella zona si dice che sono finiti in Foiba, provenienti dalla zona di S. Servolo, circa centoventi persone di etnia giuliana e slovena, tra cui il parroco di S. Servola, Placido Sansi. I civili infoibati provenivano dalla terra di S. Dorligo della Valle.
I capodistriani, infatti, venivano condotti, per essere deportati ed uccisi, nell'interno, verso Pinguente. Le Foibe del capodistriano sono state usate nel dopoguerra come discariche di varie industrie, tra le quali un salumificio della zona ...»

 

 
 
Approfondimenti ...

Un sopravvissuto alla Foiba racconta

«... Addi 2 maggio 1945, Giulio Premate accompagnato da altri quattro armati venne a prelevarmi a casa mia con un camioncino sul quale erano già i tre fratelli Alessandro, Francesco e Giuseppe Frezza nonché Giuseppe Benci. Giungemmo stanchi ed affamati a Pozzo littorio dove ci aspettava una mostruosa accoglienza; piegati e con la testa all'ingiù fecero correre contro il muro Borsi, Cossi e Ferrarin.
Caduti a terra dallo stordimento vennero presi a calci in tutte le parti del corpo finché rinvennero e poi ripetevano il macabro spettacolo. Chiamati dalla prigionia al comando, venivano picchiati da ragazzi armati di pezzi di legno. Alla sera, prima di proseguire per Fianona, dopo trenta ore di digiuno, ci diedero un piatto di minestra con pasta nera non condita. Anche questo tratto di strada a piedi e per giunta legati col filo di ferro ai polsi due a due, così stretti da farci gonfiare le mani ed urlare dai dolori. Non ci picchiavano perché era buio. Ad un certo momento della notte vennero a prelevarci uno ad uno per portarci nella camera della torture. Era l'ultimo ad essere martoriato: udivo i colpi che davano ai miei compagni di sventura e le urla di strazio di questi ultimi. Venne il mio turno: mi spogliarono, rinforzarono la legatura ai polsi e poi, giù botte da orbi. Cinque manigoldi contro di me, inerrne e legato, fra questi una femmina. Uno mi dava pedate, un secondo mi picchiava col filo di ferro attorcigliato, un terzo con un pezzo di legno, un quarto con pugni, la femmina mi picchiava con una cinghia di cuoio. Prima dell'alba mi legarono con le mani dietro la schiena ed in fila indiana, assieme a Carlo Radolovich di Marzana, Natale Mazzucca da Pinesi (Marzana), Felice Cossi da Sisano, Graziano Udovisi da Pola, Giuseppe Sabatti da Visinada, mi condussero fino all'imboccatura della Foiba. Per strada ci picchiavano col calcio e colla canna del moschetto. Arrivati al posto del supplizio ci levarono quanto loro sembrava ancora utile. A me levarono le calze (le scarpe me le avevano già prese un paio di giorni prima), il fazzoletto da naso e la cinghia dei pantaloni. Mi appesero un grosso sasso, del peso di circa dieci chilogrammi, per mezzo di filo di ferro ai polsi già legati con altro filo di ferro e mi costrinsero ad andare da solo dietro Udovisi, già sceso nella Foiba. Dopo qualche istante mi spararono qualche colpo di moschetto. Dio volle che colpissero il filo di ferro che fece cadere il sasso. Così caddi illeso nell'acqua della Foiba.
Nuotando, con le mani legate dietro la schiena, ho potuto arenarmi. Intanto continuavano a cadere gli altri miei compagni e dietro ad ognuno sparavano colpi di mitra.
Dopo l'ultima vittima, gettarono una bomba a mano per finirci tutti.
Costernato dal dolore non reggevo più. Sono riuscito a rompere il filo di ferro che mi serrava i polsi, straziando contemporaneamente le mie carni, poiché i polsi cedettero prima del filo di ferro. Rimasi così nella Foiba per un paio di ore. Poi, col favore della notte, uscii da quella che doveva essere la mia tomba ...»


[Testo di Giovanni Radeticchio di Sisano]



Le cause di morte nelle Foibe

(Studio medico-legale eseguito su centoventuno infoibati, recuperati nel dopoguerra, da R. Nicolini e U. Villasanta, sotto l'egida dell'Istituto di medicina legale e delle Assicurazioni dell'Università di Pisa. Direttore F. Domenici)

«... La causa mortis può essere stata:
1. proiettili d'arma da fuoco, di solito sparati al cranio;
2. precipitazione dall'alto con gli effetti che ne derivano: fratture multiple, commozione, shock traumatico grave, embolia, ecc.
3. trauma da corpo contundente (bastone, calcio di fucile, bottiglie, ecc.) o acuminato con conseguente fratture;
4. questi diversi momenti variamente combinati, sia come cause sovrapposte, sia come concorrenti.
L'effetto, cioè la morte, non deve essere stato necessariamente immediato: è ammissibile anche che, nonostante ferite e traumi, la morte sia avvenuta a distanza di tempo o per sete o per fame ...»

 
 
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