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Le Foibe: un genocidio "politicamente corretto"?
Il termine "Foiba" è una
corruzione dialettale del latino " fovea", che
significa "fossa"; le Foibe – infatti – sono voragini
rocciose, a forma di imbuto rovesciato, create dall’erosione
di corsi d’acqua; possono raggiungere i 200 metri di
profondità. Agghiacciante è l’affermazione del prof. R.
Battaglia, che scrive in proposito: «Il sottosuolo dei
vasti altipiani carsici nasconde un mondo di tenebre: abissi
verticali e cupi cunicoli che si perdono nel silenzio delle
profondità terrestri, caverne immense, tortuose gallerie
percorse da fiumane urlanti, sale incantate rivestite di
cristalli, antri selvaggi che la fantasia del volgo popolò di
paurose leggende». In Istria sono state registrate
più di 1.700 Foibe.

Premesse storiche
In tutto il territorio in questione la
popolazione maggioritaria era da sempre stata Veneto-Giuliana
(quindi Padana): aveva il predominio politico ed economico, ma
soprattutto aveva improntato di sé l'intera realtà culturale
ed urbanistica, non solo dai tempi del dominio di Venezia, ma
anche là dove gli Asburgo avevano governato fin dal primo
Medio Evo. E questo predominio rimase intatto sino al 1918.
Infatti nel 1914, sotto l'Austria, c'erano in Istria 50
Comuni, dei quali 13 con amministrazione slava e 37 con
amministrazione c.d. «italiana»; tra questi ultimi figurano
tutti i centri più importanti per numero di abitanti e per
attività economiche e culturali: Trieste, Pola, Fiume,
Capodistria, Rovigno, Cherso, Lussino, Albona, Dignano,
etc. Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, la frontiera
nord - est dell'italia venne attestata sulla c.d. «Linea
Wilson», mentre alla neonata (e geopoliticamente abortita)
Jugoslavia le potenze vincitrici del primo conflitto mondiale
assegnavano "a tavolino" una piccola parte dell'Istria. Da
questa scelta di commistione, puramente destabilizzante ed
incurante della realtà locale, germoglierà la tragedia dei
decenni successivi, alimentata dalle tendenze fagocitatrici
dell'internazionalismo comunista, che in loco trovarono un
humus fertile nel panslavismo endemico (poi esploso nel 1940 e
- nuovamente, nel 1989). Durante la Seconda Guerra Mondiale,
nel goriziano, soldati e civili italiani accettarono di unirsi
al c.d. «IX Corpus jugoslavo» di Tito: ufficialmente (almeno
questa è la versione maggiormente accreditata presso gli
storici), la propaganda comunista e pan-slava giocava
sull'obiettivo di sconfiggere i nazisti per poi - a fine
guerra - stabilire una nuova linea della frontiera orientale;
intanto i Croati d'Istria - per la maggior parte comunisti che
da sempre combattevano per l'annessione della Venezia Giulia
alla Jugoslavia - venivano inquadrati nel battaglione "Pino
Budicin" (il cui vessillo era una bandiera a stelle rosse) al
grido di: «Trst, Gorica, Rijeka sloboda vas ceka» («Trieste,
Gorizia, Fiume, la libertà vi aspetta!»). La loro violenza si
acuì in seguito al crollo dell'esercito italiano ed alla
progressiva ritirata tedesca: di fatto fecero precipitare
l'intera regione in un focolaio di guerra civile permanente
(saccheggi, spari contro le abitazioni al sol scopo di
denunciare la propria presenza, etc.). Come nota il Parcor,
«fonti jugoslave affer-mano che la Venezia Giulia (escluso il
Friuli) ha avuto nella lotta di liberazione 42.800 morti fra
italiani e slavi, 7.000 invalidi, 95.460 deportati, 19.357
case bruciate, 16.837 case distrutte». Inizia in questo clima
l'ennesima «pulizia etnica» comunista (quindi "politicamente
corretta") consistente nell'assassinio in massa della
popolazione Giuliana, maggio-ritaria, i cui cadaveri venivano poi
gettati nelle foibe carsiche. I continui bombardamenti anglo-americani
che si intrecciano fra Trieste, Pola, Fiume e
Zara facilitarono il massacro, poiché - impegnandole su due
fronti - impedirono di fatto alle autorità civili e militari
di fronteggiare e fermare la violenza delle bande titine. L'8
settembre 1943 l'Italia scompare giuridicamente come autorità
statale sovrana, giacché - ai sensi del Diritto Internazionale
Pubblico - non vi è più un'autorità politica centrale che vi
eserciti effettivamente la sovranità ed il controllo
amministrativo. Ciò con buona pace dei retori moderni che
vedono, in quella data, una specie di "rinascita" dell'Araba
Fenice ... Più semplicemente, come già era capitato per altri
Stati nati da una semplice conquista militare ma privi di
omogeneità nazionale (si ricordi la celebre frase di
Cavour...), la Storia aveva fatto il suo corso. Nel maggio
- giugno del 1945 i Tedeschi presenti sul luogo vengono
sconfitti dalle truppe neozelandesi del generale Freyberg, ma
ben presto sopraggiungono i reparti jugoslavi che - con
estrema facilità - occupano i territori giuliani, accolti dal
CLN come forze liberatrici alla pari di Inglesi, Americani e
truppe alleate. L'intento degli jugoslavi - però - era ben
diverso: forti dell'appoggio da parte della popolazione di
origine slava, avevano intenti puramente espansionistici. Il
1° maggio 1945, infatti, disarmano i c.d. «Volontari italiani
della Libertà», dando sfogo ad assassinii e saccheggi: appena
giunti nelle città della Venezia Giulia, i partigiani sloveni
procedettero al disarmo ed all'internamento dei locali, a
partire dai soldati di Salò. Maltrattamenti, internamenti nei
campi di concentra-mento, eliminazione lungo le strade che
portavano ai luoghi di detenzione furono riservati non solo ai
militari, ma alle forze di polizia (Questura, Carabinieri) ed
ai semplici civili, secondo il classico «Modello Berija». La
logica di base era puramente etnica, alla pari della
destinazione al gulag per il sol fatto di essere Polacchi,
Estoni, Lettoni o Lituani: ogni Giuliano che osava ribellarsi
alla dominazione slava diventava automatica-mente un
«fascista», il che ne legittimava "moralmente" il massacro.
Alla fine, non potendo più far finta di non vedere, vi fu un
intervento alleato. Il 9 giugno le forze titine furono
costrette ad abbandonare Trieste e la parte occidentale
dell'Istria, in cui si insediano truppe inglesi e americane,
ma continuarono ad occupare il resto del territorio, pur con
la precisazione formale che ciò sarebbe stato puramente
provvisorio, e comunque ininfluente ai fini delle decisioni
finali sullo stato dei confini. Questi ultimi presero il nome,
questa volta, da un nuovo militare anglofono (la c.d. «Linea
Morgan») il generale americano che aveva trattato la questione
a Belgrado col governo di Tito. Nonostante le proteste della
popolazione indigena sfollata e superstite, che voleva
ritornare nella propria terra, la «Linea Wilson» non fu più
ripristinata, giacché i comunisti iugoslavi volevano spingersi
perlomeno fino all'Isonzo. Il 15 giugno 1946 il Bollettino
Ufficiale slavo pubbli-cò l'ordinanza n. 29, secondo cui doveva
esser considerato "nemico" e "fascista", quindi da epurare,
chiunque «contro il popolo» si opponeva al passaggio
dell'Istria alla Jugoslavia o si rifiutava di dichiararsi di
nazionalità slava. Con le ordinanze n. 42 del 20 febbraio 1946
e n. 71 del 20 maggio 1946, poi, si conferì al Comitato
Popolare locale "il diritto di disporre delle case e di
cederle ai Croati", e di porre sotto sequestro tutti i beni
"del nemico e degli assenti" del distretto di Capodistria. Gli
autoctoni vennero così costretti a cercare rifugio altrove,
dato che la maggior parte delle case fu subito assegnata ai
partigiani slavi; vennero espropriati 9.621 ettari di terreni
appartenenti a 937 agricoltori, poi distribuiti a 3.393 slavi
(circa 3 ettari di terreno per famiglia). I Giuliani vennero
sfrattati dal «sogno umanitario», all'epoca incarnato da
Palmiro Togliatti. Con il trattato di pace del 15 settembre
1947 venne creato il cosiddetto "territorio libero" di
Trieste, diviso in una zona A di presidio anglo-americano e in
una zona B affidata agli jugo-slavi, divisione diventata
definitiva - salvo piccole rettifiche - nel 1954, con zona A e
B affidate «in amministrazione» alla neonata italia ed alla
Jugoslavia, con un esodo di 250.000 Giuliani dal territorio
(ormai) jugoslavo. Gli infoibamenti hanno avuto luogo in
due periodi distinti: dal 9 settembre al 13 ottobre 1943,
subito dopo l’armistizio italiano, quando gran parte
dell’Istria era caduta in balìa dei partigiani titini, e dopo
il ritorno degli stessi dal 1 maggio 1945 fino al 1947, ben
oltre la fine della guerra. Secondo il sito
http://www.foibe.monrif.net/ «Il dramma
delle Foibe istriane e triestine ha origini fin dal 1918
quando l'italia riceve a seguito della vittoria nella guerra
del '15-'18 tutta l'Istria con circa 500.000 slavi e senza il
loro consenso. Questo creerà negli anni seguenti un movimento
irredentista slavo al quale l'Ialia non saprà opporre una
intelligente politica di coinvolgimento. Gli errori
italiani, in sintesi, sono i seguenti:
a. arrivo
di un'amministrazione pasticciona, con la solita
burocrazia di stampo borbonico-piemontese che sarà considerata
una autentica iattura in quelle zone. Teniamo presente che
si era stati stati preceduti da un'amministrazione austro -
ungarica efficiente, elastica ed onestissima, con una secolare
tradizione di amministrazione su popoli diversi nel composito
impero asburgico. b. Compressione degli usi e costumi
slavi con ostacoli anche all'uso della stessa lingua: un fatto
eclatante è quello narrato in un libro in cui si racconta che
ai tempi dei bombardamenti "alleati" fu colpita Muggia e gli
abitanti dovettero chiedere alle autorità della RSI il
permesso di cantare, durante i funerali in chiesa, i canti
religiosi in sloveno dato che tale lingua non era ammessa; in
sostanza la presenza italiana dopo il 1918 fu vista dai locali
piuttosto male. c. La situazione economica generale
risentiva delle difficoltà dell'epoca (crisi del '29) sulle
quali l'Italia aveva responsabilità relative. Non
dimentichiamo che fino al 1918 alle spalle di Trieste e di
Fiume c'era un grande impero di cui Trieste e Fiume erano i
porti principali. L'arrivo dell'Italia coincise con la
decadenza sopratutto di Trieste, come del resto è
noto.
Nel complesso gli istriani di etnia slovena si
sentirono degli occupati e rimpiangevano l'Austria-Ungheria.
Non parliamo poi della toponomastica e dei nomi dei paesi e
città dove le tradizioni locali vennero piuttosto ignorate.
Gli eventi della Seconda Guerra Mondiale acuirono ancora la
situazione, specie con lo sviluppo delle resistenza armata
degli slavi contro i Giuliani ed i Tedeschi, con conseguenti
rappresaglie. Da tenere presente che in sostanza gli slavi o
almeno la parte preponderante dei loro combattenti erano
comunisti, il che condizionò ancora di più le scelte degli
italiani residenti colà. È certamente vero che la fuga degli
italiani avvenne proprio anche per non cadere sotto un regime
comunista. Ne esce male anche il CLN italiano che, benché
avvisato di quello che poteva succedere ed invitato dai
tedeschi e dai fascisti a fare fronte comune contro il calare
delle bande slave, non accettò, finendo, così, in parte nelle
foibe, ma i più scapparono a Venezia per sfuggire alla
mattanza. È chiaro che mai gli italiani fecero ai danni
degli slavi neppure una minima parte di quello che poi
dovettero subire, ma è certo che la politica italiana tra il
1918 ed il 1945 non brillò per lungimiranza. Tra l'altro la
quasi totalità delle condanne a morte comminate dal Tribunale
Speciale negli anni '25-'41 in italia riguardò al 90%
irredentisti slavi.
Foibe ed "infoibamento"
Per le popolazioni slovene e
croate del retroterra triestino ed istriano la foiba è il
luogo dove si era soliti gettare quello che non serviva più, e
di cui era difficile liberarsi altrimenti: vi si gettavano
carcasse di animali, vecchie suppellettili, residui di
lavorazioni e così via. Gettare un uomo in una foiba significa
quindi trattarlo alla stregua di un rifiuto. Nella Venezia
Giulia e nella Dalmazia il disprezzo, le lesioni della dignità
e dei diritti degli esseri umani, lo spargimento di sangue e
le torture si manifestarono con impressionante frequenza,
nello spasmo di annientare interi ceppi familiari (la
"stirpe", secondo le usanze locali), demolire parrocchie,
rendere impossibile qualsiasi attività economica e civile. Le
guerre balcaniche del 1989 ne hanno dato un nuovo,
agghiacciante esempio. Il 23 giugno 1945 Winston Churchill,
che fu il primo a fornire aiuti militari a Tito ed a far
paracadutare il proprio figlio Randolph fra i partigiani
jugoslavi, scrisse a Stalin: «grandi crudeltà sono state
commesse in quella zona dagli slavi contro gli italiani,
specialmente a Trieste ed a Fiume. Le pretese aggressive del
maresciallo Tito devono essere stroncate». L'orrore delle
Foibe, in cui hanno perso la vita migliaia di esseri umani
gettati dalle bande titine dopo avergli sparato un colpo alla
nuca (e a volte neanche quello), è la documentazione di un
cumulo di rancori, odi, vendette e rappresaglie su presunti
"fascisti", che nell più gran parte dei casi erano semplici
Giuliani ai quali bisognava far finalmente pagare la colpa
della loro diversa nazionalità. Il 1° maggio, alla vigilia
della cessazione ufficiale delle ostilità sul territorio
italiano, Trieste venne occupata dai partigiani slavi del «IX
Corpus», dopo aver massacrato le ultime resistenze degli
Incursori di Marina dell'allora Xª MAS. I "soldati" di Tito
iniziarono le irruzioni - soprattutto notturne - nelle case
dei civili inermi, per caricati su dei camion e - con le mani
lacerate dal filo di ferro e legati tra loro a catena -
portati verso l'orlo dell'abisso. Generalmente una scarica di
mitra faceva cadere i primi, che trascinavano con loro nella
voragine tutti gli altri per inerzia. Alcuni avevano la
"fortuna" di morire all'istante, altri - invece - solo dopo
essere precipitati per centinaia di metri. Come fu dimostrato
dall'esumazione dei cadaveri, vi furono persone che - prima di
essere uccise - vennero spogliate e seviziate: infatti sono
stati ritrovati dei cadaveri di donne stuprate o gravide, alle
quali veniva reciso il ventre per estrarre il feto (un po' sul
modello cambogiano...), così come furono ritrovati molti
uomini evirati, cui vennero messi i testicoli in bocca. In
aggiunta vi sono dei teschi ai quali risultano estirpati i
denti d'oro, e vi è la testimonianza diretta di decapitazioni
seguite dall'utilizzo del cranio come un pallone da gioco tra
i "compagni" titini. Molte vittime vennero lapidate dopo aver
portato sulle spalle le pietre per la loro esecuzione, mentre
altre furono arse vive ... Sull'orrore del paradiso
comunista che si spalancava sull'estremo est della Padania è
chiara la testimonianza resa dall'Appuntato della Guardia di
Finanza Antonio Cau, nel maggio 1945: «Il mondo civile
dovrà inorridire quando sarà possibile far luce su tutti gli
orrori e i delitti di cui si macchiarono senza giustificato
motivo i partigiani jugoslavi. È vero che torturavano. È vero
che fucilavano senza ragione. Il supplizio di legare i
pazienti per le braccia ai pali e tenerli così sospesi per
delle ore era all'ordine del giorno. Delle volte le grida di
dolore dei torturati facevano impazzire noi poveretti che
eravamo obbligati ad assistere al
supplizio».
Elenco
sommario delle Foibe più conosciute:

Foiba di Basovizza e
Monrupino Oggi monumenti nazionali. Diverse
centinaia sono gli infoibati in esse precipitati. Sul massacro
di Basovizza il giornale "Libera Stampa" in data 01.08.1945
pubblicava un articolo dal titolo: "Il massacro di Basovizza
confermato dal CLN giuliano. Piena luce sia fatta in nome
della civiltà. Una dettagliata documentazione trasmessa alle
autorità alleate della zona ed al Governo italiano".
L'articolo riportava un documento sotto-scritto da tutti i
componenti del CLN e di quelli dell'Ente costitutivo autonomia
giuliana, che così denunciava i crimini accaduti a Trieste tra
il 2 ed il 5 maggio: «Centinaia di cittadini vennero
trasportati nel cosiddetto "Pozzo della Miniera" in località
prossima a Basovizza e fatti precipitare nell'abisso profondo
240 metri. Su questi disgraziati vennero in seguito lanciate
le salme di circa 120 soldati tedeschi uccisi nei
combattimenti dei giorni precedenti e le carogne putrefatte di
alcuni cavalli. Al fine di identificare le salme delle vittime
e rendere possibile la loro sepoltura abbiamo chiesto
consiglio agli esperti che hanno collaborato, a suo tempo, al
recupero delle salme nelle Foibe istriane. L'attrezzatura a
disposizione dei nostri esperti non è sufficiente data
l'eccezionale profondità del pozzo, il numero delle salme e lo
stato di putrefazione delle stesse ... Davanti alle accuse che
vengono fatte da alcuni organi di stampa, di uccisioni
indiscriminate che avrebbero interessato anche esponenti
antifascisti, il giornale "Primorski Dnevník", in data
05.08.1945, pur smentendone l'uccisione, ammette
l'infoibamento di italiani a Basovizza, in particolare di
poliziotti e finanzieri. Cosi scrive: "... Questa nuova
Jugoslavia del maresciallo Tito, che per il numero delle
vittime, per la vittoria comune occupa senza dubbio il secondo
posto, dopo l'Unione sovietica e che è rispettata ed onorata
dalla popolazione slovena, croata e italiana di questa
regione, non è possibile che abbia oltre alla Guardia di
frontiera fascista ed ai poliziotti, gettato nelle Foibe anche
i combattenti che hanno combattuto da fratelli per la nuova
Jugoslavia e dieci soldati neozelandesi ..." E, proseguendo
con l'alibi che ancora oggi alcuni storici sloveni e croati
sottolineano, giunge a dire: "... sulla terra che ha sofferto
per venticinque anni il terrore snazionalizzatore
italo-fascista e si è combattuto per anni contro i nazi -
fascisti assieme ad onesti italiani ed antifascisti non è
questa la prima e nemmeno l'unica grotta dove si polverizzano
le ossa dei criminali italiani e tedeschi e di quelli che si
sono opposti..."». Tra i responsabili degli infoibamenti a
Basovizza può essere indicata la Banda Zoll-Steffè, che presso
le carceri triestine dei Gesuiti imperversò sotto la
denomi-nazione di "Guardia del popolo".
Foiba di Scadaicina
Sulla strada
di Fiume.
Foiba di
Podubbo Non è stato possibile, per difficoltà
orografiche, il recupero delle salme. Il "Piccolo" del
05.12.1945 riferisce che coloro che si sono calati alla
profondità di 190 metri hanno individuato cinque corpi - tra
cui quello di una donna completamente nuda - non
identificabili a causa della decomposizione.
Foiba di Drenchia
Secondo Diego
De Castro vi sarebbero cadaveri di donne, ragazzi e partigiani
dell'Osoppo.
Abisso di
Semich «... Un'ispezione del 1944 accertò che i
partigiani di Tito, nel settembre precedente, avevano
precipitato nell'abisso di Semich (presso Lanischie), profondo
190 metri, un centinaio di sventurati: soldati italiani e
civili, uomini e donne, prima quasi tutti seviziati e poi
gettati ancora in vita. Impossibile sapere il numero di quelli
che furono gettati a guerra finita, durante i massacri del
1945-1947. Questa è una delle tante Foibe carsiche trovate
adatte, con approvazione dei superiori, dai cosiddetti
tribunali popolari per le proprie nefandezze. La Foiba ingoiò
chiunque avesse origini giuliane non slave, avesse ricoperto
cariche pubbliche o fosse semplicemente oggetto di sospetti e
rancori. Per molti giorni la gente del circondario avrebbe
sentito urla strazianti provenire dall'abisso, le grida dei
rimasti in vita, sia perché trattenuti dagli spuntoni di
roccia, sia perché impazziti dalla disperazione. Riuscirono a
soprav-vivere per alcuni giorni, pur nell'agonia, grazie
all'acqua che stillava nelle fessure della terra; il
confinante prato conservò per mesi le impronte degli autocarri
arrivati carichi di esseri umani da precipitare
nell'orrido...» (Testimonianza di Mons. Parentin - da "La Voce
Giuliana" del 16.12.1980).
Foibe
di Opicina, di Campagna e di Corgnale
«...
Vennero infoibate circa duecento persone, e tra queste
figurano una donna ed un bambino, rei di essere moglie e
figlio di un Carabiniere...» (G. Holzer,
1946).
Foibe di Sesana e
Orle Nel 1946 vi sono stati recuperati dei corpi
infoibati.
Foiba di
Casserova Sulla strada di Fiume, tra Obrovo e
Golazzo. Vi sono stati precipitati tedeschi, uomini e donne
giuliani, sloveni, molti ancora vivi. In seguito, dopo avervi
gettato dentro benzina e bombe a mano, l'imboccatura venne
fatta saltare. Il recupero delle salme, per ovvi motivi, fu
estremamente difficoltoso.
Abisso di Semez
Il 7 maggio 1944
vengono individuati resti umani corrispondenti ad 80 - 100
persone. Nel 1945 fu ancora "usato" allo
scopo.
Foiba di
Gropada Si è riusciti a recuperate solo cinque
salme. «... Il 12 maggio 1945 furono fatte precipitare nel
bosco di Gropada trentaquattro persone, previa svestizione e
colpo di rivoltella "alla nuca". Tra le ultime, Dora Ciok,
Rodolfo Zuliani, Alberto Marega, Angelo Bisazzi, Luigi Zerial
e Domenico Mari...»
Foiba di
Villa Orìzi Nel maggio 1945 gli abitanti del
circondario videro lunghe file di prigionieri, alcuni dei
quali recitavano il Padre Nostro, scortati da partigiani
armati di mitra, che venivano condotti verso la voragine. Le
testimonianze sono concordi nell'indicare in circa 200 i
prigionieri eliminati.
Foiba di
Cernovizza (Pisino) Secondo voci degli abitanti
del circondario le vittime sarebbero state un centinaio.
L'imboccatura della Foiba è stata fatta franare nell'autunno
del 1945.
Foiba di Obrovo
(Fiume) È il luogo di sepoltura di tanti
fiumani, deportati senza ritorno.
Foiba di Raspo
Usata per il
genocidio dei Giuliani sia nel 1943 che nel 1945. Imprecisato
il numero delle vittime.
Foiba
di Brestovizza Così narra la vicenda di
un'infoibata il "Giornale di Trieste" in data 14.08.1947. «...
Gli assassini l'avevano brutalmente malmenata, spezzandole le
braccia prima di scaraventarla viva nella Foiba. Per tre
giorni, dicono i contadini, si sono sentite le urla della
misera che giaceva ferita, in preda al terrore, sul fondo
della grotta ...».
Foiba di
Zavni (Foresta di Tarnova)
Luogo del martirio
dei Carabinieri di Gorizia e di alcune centinaia di sloveni
oppositori del regime di Tito.
Foiba di Gargaro o Podgomila
(Gorizia) A due chilometri a nord-ovest di
Gargaro, ad una curva sulla strada c'è la scorciatoia per la
frazione di Bjstej. Ad una trentina di metri sulla destra
della scorciatoia c'è una Foiba. Vi furono gettate circa
ottanta persone.
Foiba di
Vines Recuperate dal Maresciallo Harzarich (dal
16.10.1943 al 25.10.1943) cinquantun salme riconosciute. In
questa Foiba, sul cui fondo scorre dell'acqua, le vittime
furono gettate appesantite da una pietra delata alle loro mani
con del filo di ferro. il tutto dopo aver subito varie
torture. All'interno della voragine, per eliminare le tracce,
furono poi lanciate delle bombe a mano. Vi fu però,
incredibilmente, un unico superstite, Antonio Radeticchio, che
ha potuto raccontare i fatti.
Cava di bauxite di Gallignana
Tra
il 31 novembre 1943 e l'8 dicembre 1943 vi vennero recuperate
ventitré salme, di cui solo sei riconosciute.
Foiba di Terli
Nel novembre 1943
vi furono recuperate ventiquattro salme, poi
riconosciute.
Foiba di
Treghelizza Recuperate nel novembre 1943 due
salme, riconosciute.
Foiba di
Pucicchi Recuperate nel novembre 1943 undici
salme, di cui quattro riconosciute.
Foiba di Surani Recuperate nel
novembre 1943 ventisei salme, di cui ventuno
riconosciute.
Foiba di
Cregli Recuperate nel dicembre 1943 otto salme,
poi riconosciute.
Foiba di
Cernizza Recuperate nel dicembre 1943 due salme,
riconosciute.
Foiba di
Vescovado Vi furono
scoperte sei salme, di cui
una identificata.
Altre foibe da cui non fu possibile
eseguire alcun recupero nel periodo 1943 - 1945:
-
Semi
-
Jurani
-
Gimino
-
Barbana
-
Abisso Bertarelli
-
Rozzo
-
Iadruichi
-
Foiba di Cocevie - a 70 chilometri
a sud-ovest da Lubiana
-
Foiba di
San Salvaro
-
Foiba
Bertarelli (Pinguente)
- Qui gli abitanti ogni sera vedevano passare colonne di
prigionieri, ma non ne vedevano mai il ritorno
-
Foiba di
Gropada
-
Foiba di San
Lorenzo di Basovizza
-
Foiba di Odolina - Vicino Bacia,
sulla strada per Matteria, nel fondo dei Marenzi
-
Foiba di
Beca - Nei
pressi di Cosina
-
Foibe di
Castelnuovo d'Istria - «Sono state poi riadoperate
- continua il rapporto del CLN - le Foibe istriane, già usate
nell'ottobre del 1943»
-
Cava di
bauxite di Lindaro
-
Foiba
di Sepec (Rozzo)
Le Foibe di
Capodistria: [Dichiarazioni
rese da Leander Cunja, responsabile della Commissione di
indagine sulle Foibe del Capodistriano, nominata dal Consiglio
esecutivo dell'Assemblea comunale di Capodistria]
«... Nel capodistriano vi sono centosedici
cavità, delle ottantuno cavità con entrata verticale abbiamo
verificato che diciannove contenevano resti umani. Da dieci
cavità sono stati tratti cinquantacinque corpi umani che sono
stati inviati all'Istituto di medicina legale di Lubiana.
Nella zona si dice che sono finiti in Foiba, provenienti dalla
zona di S. Servolo, circa centoventi persone di etnia giuliana
e slovena, tra cui il parroco di S. Servola, Placido Sansi. I
civili infoibati provenivano dalla terra di S. Dorligo della
Valle. I capodistriani, infatti, venivano condotti, per
essere deportati ed uccisi, nell'interno, verso Pinguente. Le
Foibe del capodistriano sono state usate nel dopoguerra come
discariche di varie industrie, tra le quali un salumificio
della zona ...»
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