Orha, Russia, 1918: i bolscevichi scatenano la guerra civile ed aprono la via ad una violenza inaudta. La foto, volutamente rimpicciolita, mostra un ufficiale polacco impiccato ed impalato dai "soldati" della nascente Armata Rossa - clicca per ingrandire
Holocauste des Âmes 1
Holocauste des Âmes 2
Holocauste des Âmes 3
Holocauste des Âmes 4
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Memorial Sighet
Miliziano comunista greco dell'ELAS
 
 La deportazione dei bambini dell'Epiro - Il lager di Pitesti
Brani tratti da AA.VV., Il Libro Nero del comunismo, Milano 1998, pp. 310ss.
 
 

Pieter BRUEGEL il Vecchio, La strage degli innocenti, 1566

 

I bambini Greci e il Minotauro sovietico

... Finita la Seconda Guerra Mondiale, nel gennaio 1946 l'URSS manifestò il proprio interesse per la Grecia interpellando il Consiglio di Sicurezza dell'ONU sul pericolo rappresentato dalla presenza inglese nel paese. Il 12 febbraio, nell'imminenza delle elezioni generali da cui sarebbe senza dubbio uscito sconfitto e che del resto invitava a boicottare con l'astensione, il KKE [partito comunista ellenico] decise di organizzare una sommossa con l'appoggio dei comunisti iugoslavi. (...) Il 30 marzo 1946 il KKE si assunse la responsabilità di scatenare una terza guerra civile. I primi attacchi dell'Esercito democratico, creato il 28 ottobre 1946 e guidato dal generale Markos Vafiadis, furono sferrati secondo un unico modello: venivano presi d'assalto i posti di polizia, sterminandone gli occupanti, e si giustiziavano i notabili. Per tutto il 1946 il KKE continuò anche le sue attività ufficiali. (...)

Durante la guerra civile dal 1946 al 1948 i comunisti greci censirono in tutte le zone sotto il loro controllo i bambini di entrambi i sessi di età compresa fra i 3 e i 14 anni. Nel marzo 1948 essi furono radunati nelle zone di frontiera e parecchie migliaia di loro furono portati in Albania, in Iugoslavia e in Bulgaria. La gente dei paesi cercava di salvare i figli nascondendoli nei boschi. Tra mille difficoltà la Croce Rossa ne contò 28.296, Nell'estate del 1948, dopo la rottura tra Tito e il Cominform, una parte (11.000) dei bambini trattenuti in Iugoslavia furono trasferiti, nonostante le proteste del governo greco, in Cecoslovacchia, Ungheria, Romania e Polonia. Il 17 novembre 1948 la III Assemblea dell'ONU approvò una risoluzione di condanna del rapimento dei bambini greci. Nel novembre 1949 fu l'Assemblea Generale dell'ONU a chiedere il loro ritorno in patria. Come queste, anche tutte le decisioni successive dell'ONU rimasero senza risposta: i regimi comunisti confinanti insistevano a dire che presso di loro questi bambini si trovavano in condizioni di vita migliori che in Grecia; in poche parole, volevano far credere che questa deportazione fosse un gesto umanitario.
Eppure l'esilio forzato dei bambini greci era caratterizzato da una miseria, da una malnutrizione e da epidemie tali che molti morirono. Riuniti in 'villaggi per bambini' erano costretti a seguire corsi di istruzione politica oltre che quelli di cultura generale. A partire dai 13 anni erano obbligati a svolgere lavori pesanti come dissodare i campi nelle regioni paludose dello Hartchag, in Ungheria. Lo scopo recondito dei dirigenti comu-nisti era quello di formare una nuova generazione di militanti di assoluta devozione. Il fallimento fu totale. Nel 1956 un greco di nome Costantinides sarebbe caduto combattendo contro i russi a fianco degli ungheresi. Altri riuscirono a fuggire dalla Germania Est.
Tra il 1950 e il 1952 furono restituiti alla Grecia solo 684 bambini. Nel 1963 ne erano stati rimpatriati circa 4.000 (di cui alcuni nati nei paesi comunisti). In Polonia la comunità greca era composta da varie migliaia di individui all'inizio degli anni Ottanta; alcuni aderirono al sindacato Solidarnosc e finirono in prigione dopo il colpo di Stato del generale Jaruzelski.
Dopo il 1989, con il processo di democratizzazione, parecchie migliaia di greci polacchi tornarono in Grecia ...

 
 
Approfondimenti ...

L'inferno rumeno di Pitesti, o l'«Olocausto delle anime»

... La Securitate, la polizia politica romena, durante gli interrogatori ricorreva ai metodi di tortura classici: pestaggi, percosse sulle piante dei piedi e sospensione per i piedi, a testa in giù. A Pitesti la crudeltà delle torture ha di gran lunga superato questi metodi. Venne praticata tutta la gamma dei supplizi possibili ed impossibili: alcune parti del corpo venivano bruciate con la sigaretta; alcuni prigionieri avevano le natiche necrotizzate e la carne che cadeva come quella dei lebbrosi; altri erano obbligati ad ingurgitare un'intera gamella di escrementi e quando vomitavano gli veniva ricacciato il vomito in gola.
La fantasia delirante di Turcanu [teorico ed attuatore di questo sistema; ndr] si scatenava in modo particolare contro gli studenti credenti che rifiutavano di rinnegare Dio. Alcuni venivano «battezzati» tutte le mattine nel seguente modo: si immergeva loro la testa in una tinozza piena d'orina e di materia fecale, mentre gli altri detenuti attorno salmodiavano la formula del battesimo. Perché il suppliziato non annegasse, di tanto in tanto gli si tirava fuori la testa e lo si lasciava respirare un attimo prima di reimmergerlo in quella mistura. Uno di questi battezzati, che aveva subito sistematicamente questa tortura, aveva acquistato un automatismo che durò circa due mesi: tutte le mattine andava ad immergere da solo la testa nella tinozza, con grande gioia dei rieducatori.
I seminaristi invece erano obbligati da Turcanu ad officiare le messe nere che lui metteva in scena, soprattutto durante la Settimana Santa, la sera di Pasqua. Alcuni facevano i cantori, altri i sacerdoti. Il testo della liturgia di Turcanu era evidentemente blasfemo e parafrasava in maniera demoniaca l'originale. La Santa Vergine era chiamata «la grande puttana» e Gesù «il coglione che è morto sulla croce». Il seminarista che faceva il prete veniva fatto spogliare completamente, gli veniva avvolto addosso un mantello macchiato di escrementi e appeso al collo un fallo confezionato con il sapone e la mollica di pane e cosparso di DDT.
Nel 1950, durante la notte di Pasqua, gli studenti in corso di rieducazione dovettero passare davanti ad un simile prete, baciargli il fallo e dire: «Cristo è resuscitato» ...


[Tratto da AA.VV., Il Libro Nero del comunismo, p. 393]


Sull'apocalisse di Pitesti poco o nulla è stato scritto: grazie all'ostracismo silenzioso di presunte istituzioni "democratiche" durante la "Guerra Fredda" (e della loro compiaciuta intellighenzia universitaria, che magari trascorreva nei "paradisi dell'Est" le proprie vacanze, Mamaia docet) si tratta quasi sempre di opere pubblicate presso Editori vicini alla destra radicale, se non peggio. Ciò è valso, spesso ingiustamente, ad etichettare tutta questa produzione come "di destra", se non addirittura - quando faceva comodo - "fascista".
Lasciando il pattume di queste facili etichette a chi non ha nient'altro da ribattere ad una verità storica troppo ingombrante, abbiamo trovato sulla rete il testo integrale (in 4 parti) di un libro (in francese) che racconta l'esperienza di un deportato nel lager comunista di Pitesti, «L'Holocauste des Âmes» (l'Olocausto delle Anime) di Grigore Dumitresco: cliccare sui pulsanti in alto, a sinistra in questa pagina.
Chi non conosce bene il francese può servirsi del traduttore simultaneo gratuito Wanadoo [cliccare qui per attivarlo], inserendo nell'apposita casella i singoli brani dell'opera (selezionandoli col cursore e poi facendo il classico "copia" e "incolla": lì le funzioni del tasto destro del mouse non sono disabilitate).

 
 
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