Nel collegamento ipertestuale, uno dei tanti siti che hanno trasformato il pluriomicida Ernesto Guevara in un santo laico: anche i toni sfumati della foto danno un senso di etereo ...
Anatomia de un mito
Varios escritos
Habana 1959
Foto di famiglia del finto proletario Ernesto "Che" Guevara - sbarbato - nella sua villa a L'Habana - clicca per ingrandire
Cultore della coca-cola (noto simbolo della globalizzazione) e mondialista ...
Le foto della fine (by Clarin.com)
Che Guevara: Extremist, Terrorist, Moordenaar ...
 
 "Che" Guevara, l'altra faccia di un mito
Brani tratti da AA.VV., Il Libro Nero del comunismo, Milano 1998, pp. 608ss.
 
 

Joseph Mallord William TURNER, Ero e Leandro, 1830s

 

Che Guevara, l'altra faccia di un mito

Fidel Castro faceva continuamente riferimento alla Rivoluzione francese: se la Parigi dei giacobini aveva avuto Saint-Just, l'Avana dei guerriglieri aveva Che Guevara, la versione latinoamericana di Necaev.
Di buona famiglia, nato a Buenos Aires nel 1928, Ernesto Guevara percorre da giovanissimo il continente sudamericano. Affetto da asma cronica, termina gli studi di medicina dopo aver compiuto in motocicletta un periplo tra le pampas e la giungla dell'America centrale. Conosce la miseria in Guatemala all'inizio degli anni Cinquanta, all'epoca del regime progressista di Jacobo Arbenz che viene rovesciato dagli americani, e Guevara comincia a odiare gli Stati Uniti. «Per la mia formazione ideologica appartengo a coloro i quali credono che la soluzione dei problemi di questo mondo si trovi dietro quella che viene chiamata la cortina di ferro», scrive ad un amico nel 1957. Una notte del 1955, in Messico, incontra un giovane avvocato cubano in esilio che si prepara a rientrare a Cuba, Fidel Castro, e decide di unirsi a quei cubani che sbarcheranno sull'isola nel dicembre del 1956. Nominato comandante di una «colonna» si fa presto notare per la sua durezza: un ragazzo, un guerrigliero della sua unità, che ha rubato un po' di cibo viene fucilato immediatamente, senza alcun processo.
«Partigiano dell'autoritarismo fino al midollo», per usare le parole del suo ex compagno dei tempi della Bolivia Régis Debray, Guevara vorrebbe imporre da subito una rivoluzione comunista ma si scontra con i numerosi comandanti cubani autenticamente democratici.
Nell'autunno del 1958 Guevara apre un secondo fronte nella piana di Las Villas, al centro dell'isola, e ottiene un successo clamoroso attaccando a Santa Clara un treno di rinforzi militari inviato da Batista: i militari fuggono rifiutandosi di combattere. Una volta conseguita la vittoria gli viene affidato l'incarico di "procuratore", ed è lui che decide delle domande di grazia. La prigione della Cabaña, in cui Guevara officia, diventa teatro di numerose esecuzioni, soprattutto di ex compagni d'arme rimasti democratici.
Nominato ministro dell'Industria e presidente del Banco Nacional de Cuba (la banca centrale), Guevara coglie l'occasione per mettere in pratica la sua dottrina politica imponendo a Cuba il "modello sovietico". Dichiara di disprezzare il denaro ma sceglie di abitare in un quartiere residenziale dell'Avana; ministro dell'Economia ma totalmente privo delle più elementari nozioni economiche, finirà per causare la rovina della banca centrale. È invece più a suo agio nell'istituire le "domeniche di lavoro volontario", frutto della sua ammirazione per l'URSS e la Cina, di cui saluterà con entusiasmo la Rivoluzione culturale. Régis Debray osserva: «È stato lui e non Fidel a ideare nel 1960, sulla penisola di Guanaha, il primo "campo di lavoro correzionale" (noi diremmo di lavoro forzato)...».
Nel suo testamento Guevara, da buon allievo della scuola del terrore, elogia «l'odio, che rende l'uomo un'efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere». «Non posso essere amico di qualcuno che non condivida le mie idee», confessa Guevara, che in omaggio a Lenin ha chiamato il proprio figlio Vladimir. Dogmatico, freddo e intollerante, il "Che" (è un'espressione argentina) non ha nulla da spartire con la natura calorosa e aperta dei cubani. A Cuba è uno degli artefici dell'irreggimentazione della gioventù, sacrificata al culto dell'uomo nuovo.
Desideroso di esportare la rivoluzione nella sua versione cubana e accecato da un antiamericanismo sommario, Guevara si adopera a diffondere la guerriglia nel mondo, fedele al suo motto: «Creare due, tre... mille Viet-nam!» (maggio 1967). Nel 1963 è in Algeria, poi a Dar es Salam prima di raggiungere il Congo dove s'incontra con un certo Désiré Kabila, un marxista poi divenuto capo dello Zaire e a cui non ripugnano i massacri di civili.
Castro si serve di lui a fini tattici. Dopo la rottura il «Che» si reca in Bolivia. Tenta di applicare la strategia del foco (focolaio di lotta armata), disdegna la politica del partito comunista boliviano ma non riceve alcun appoggio da parte dei contadini, nessuno di loro si unisce al suo gruppo di resistenza itinerante. Isolato e braccato, Guevara verrà catturato e quindi giustiziato il 9 ottobre 1967.

Approfondimenti ...

Le carceri di Cuba
[cfr. anche «CUBA 2004 - La prigione per giornalisti più grande del mondo», by Reporters Sans Frontières]

... Nelle carceri di Cuba la situazione delle donne è particolarmente drammatica, poiché vengono date in pasto al sadismo delle guardie. Dal 1959 oltre 1100 donne sono state condannate per motivi politici. Nel 1963 erano rinchiuse nella prigione di Guanajay ... Martha Frayde, amica di lunga data di Castro, nonché rappresentante di Cuba all'UNESCO negli anni Settanta, ha descritto le condizioni particolarmente dure del carcere:
«La mia cella misurava 6 m per 5 e vi dormivamo in 22, su brandine sovrapposte a due o a tre. ... Nella nostra cella arrivammo ad essere in 42 ... Le condizioni igieniche divennero assolutamente insopportabili. Le tinozze per lavarsi erano piene d'immondizia. Diventò impossibile lavarsi ... Restammo senz'acqua. Non fu più possibile evacuare i gabinetti: si riempirono e strariparono. Uno strato di escrementi invase le celle; poi, come un fiotto inarrestabile, raggiunse il corridoio, quindi la scala, per poi discendere fino al giardino. ... Le prigioniere politiche ... fecero un tal baccano che la direzione della prigione si decise a chiamare un'autocisterna. Con l'acqua stagnante del camion spazzammo via gli escrementi. Ma l'acqua non era sufficiente, e noi fummo costrette a vivere in mezzo a quel materiale nauseabondo che venne eliminato solo dopo qualche giorno».
Uno dei più grandi campi di concentramento, quello di El Manbi, si trova nella provincia di Camagüey e negli anni Ottanta contava più di 3000 prigionieri. Il campo di Siboney, dove ancora, come negli altri, le condizioni di vita e il cibo sono vergognosi, ha il terribile privilegio di avere al suo interno un canile dove vengono custoditi i pastori tedeschi utilizzati per ritrovare i prigionieri evasi.

... Situato vicino a Santiago di Las Vegas, il campo Arco Iris è stato concepito per accogliere 500 adolescenti. Non è l'unico: nel Sudest dell'isola esiste anche quello di Nueva Vida (Vita Nuova). Nella zona di Palos si trova il Capitolo, campo d'internamento speciale per bambini di circa 10 anni. I ragazzi tagliano le canne da zucchero o fanno lavori d'artigianato, esattamente come i bambini mandati a fare degli stage a Cuba dall'MPLA dell'Angola o dal regime etiopico negli anni Ottanta. Gli omosessuali, altri ospiti abituali dei campi e delle prigioni, conoscono tutti i tipi di regime carcerario: dai lavori forzati e l'UMAP alle incarcerazioni «classiche», in prigione. Qualche volta hanno un loro quartiere speciale entro le mura del carcere, come nel caso della Nueva Carceral de La Habana del Este ...


[Estratti da «Il Libro Nero del comunismo», cit., pp. 615-616]

 
 
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