"I CRIMINI DEL COMUNISMO"
A cura del prof. Marco Messeri
IL PARADIGMA DEL TERRORE DI MASSA: L'URSS DI LENIN E
STALIN
Prima parte
L'Ottobre.
Nella città di
Pietrogrado, un movimento genuinamente popolare, indipendente dagli
stessi partiti di opposizione, porta alla fine dello zarismo nel marzo
1917. Ma la classe dirigente liberale e socialista che gestisce la fase
di transizione in attesa della convocazione di un'assemblea costituente
è debole e divisa. Al fronte la disciplina crolla e le truppe
smobilitano spontaneamente. I contadini iniziano in modo autonomo la
spartizione delle grandi proprietà fondiarie. Le minoranze nazionali si
scuotono di dosso il giogo russo: nel 1918 si contano negli ex territori
zaristi 33 governi autoproclamati. A Pietrogrado, in novembre (ottobre,
secondo il vecchio calendario russo) il piccolo partito bolscevico,
capeggiato da Vladimir Lenin, approfitta della situazione caotica per
impadronirsi del potere, senza alcun concorso di massa, con un colpo di
mano militare diretto essenzialmente a spodestare le altre fazioni
socialiste.
I bolscevichi proclamano la volontà di creare uno stato
nuovo, espressione del proletariato e capace di realizzare una
democrazia non più solo formale, basata su consigli popolari (soviet)
nei quali la cittadinanza stessa, ai diversi livelli della società
(fabbrica, villaggio, città, provincia, etc.), si autogoverni attraverso
funzionari puramente esecutivi e revocabili. Nella realtà essi creano sì
rapidamente un nuovo modello di stato (destinato poi ad essere imitato
da vari altri regimi anche di diversa ideologia), ma questo non è la
democrazia dei soviet, bensì lo stato totalitario monopartitico, un
modello di stato in cui tutto il potere politico, insieme alla
regolamentazione di tutte le associazioni civili, della famiglia, delle
istituzioni religiose, dell'intera vita economica, viene gestito con
mezzi coercitivi da un partito unico (il bolscevico, poi comunista),
basato su un'ideologia accreditata del monopolio della verità (il
marxismo) e retto al suo interno da una disciplina di tipo militare. I
soviet sopravviveranno solo come facciata del potere reale:
funzioneranno solo come centri di trasmissione di decisioni prese, senza
alcun controllo democratico, dai dirigenti del partito unico.
I primi passi dello stato totalitario.
All'indomani della presa del potere, il decreto del 27 ottobre
1917 (secondo il vecchio calendario) stabilisce la lotta alla stampa
controrivoluzionaria: tramite esso, entro l'agosto 1918, viene eliminata
tutta la stampa sgradita ai comunisti. Qualche giorno dopo, un decreto
costituzionale attribuisce il potere legislativo al governo stesso,
lasciando solo un formale potere di veto al Congresso dei soviet (da
cui, tra giugno e luglio 1918, verranno esclusi tutti i non comunisti, e
che si riunisce peraltro sempre meno frequentemente). Il governo
legifera per decreti, alcuni dei quali, anche molto importanti (come
l'istituzione della Cheka) non saranno resi pubblici. Già nel novembre
1917 vengono messi fuori legge i liberali.
Sia pure con una campagna
elettorale limitata alle sole forze di sinistra, a novembre e dicembre
si vota per l'Assemblea costituente. Quando questa si riunisce, il 18
gennaio 1918, tuttavia, i comunisti risultano avere solo un quarto dei
seggi, mentre il Partito socialista rivoluzionario ne controlla il 60%.
Il governo comunista allora scioglie d'autorità l'Assemblea costituente
(19 gennaio 1918).
Nella primavera, uno dopo l'altro, vengono messi
fuorilegge tutti gli altri partiti della sinistra. Il 10 luglio 1918
viene varata la prima costituzione sovietica, che riconosce formalmente
ogni potere politico ai soviet, abolendo peraltro il voto segreto e
privando dei diritti la nobiltà, la borghesia e il clero. Il controllo
della stampa è ferreo: la costituzione proibisce l'apologia del
capitalismo; il 26 novembre 1918 le opere intellettuali sono dichiarate
proprietà dello stato; il 27 maggio 1919 viene introdotto il monopolio
statale della carta; nel 1921 lo stato monopolizza la vendita degli
stampati. In accordo con l'ideologia marxista, i comunisti si impegnano
anche nel tentativo di sradicare la religione. Il decreto del 2 febbraio
1918 stabilisce che i cittadini sono liberi di professare qualsiasi o
nessuna religione, ma anche che la Chiesa non può avere proprietà e non
può ricevere donazioni. La costituzione del 1918 toglie poi al clero il
diritto di voto, mentre decreti supplementari puniscono con i lavori
forzati l'insegnamento religioso ai minori. Secondo dati del governo,
687 persone muoiono difendendo le proprietà della Chiesa o in
processioni religiose nel febbraio-marzo 1918. Il 1 marzo 1919 il
governo comunista lancia una campagna antireligiosa: a scopo pedagogico,
vengono sistematicamente profanate le reliquie dei santi, da sempre
centro della devozione popolare. Parallelamente, sotto la direzione di
Josef Stalin e del suo collaboratore ebreo Samuel Agurskij, tra il
dicembre 1918 e l'agosto 1919, il Commissariato centrale per gli affari
nazionali ebraici liquida le istituzioni religiose, culturali ed
educative ebraiche.
La resistenza al potere bolscevico.
Dal giorno della presa del potere, e fino allo scioglimento
dell'Assemblea costituente, per protesta contro il regime illegalmente
instauratosi, entrano in sciopero gli impiegati pubblici, bloccando
l'intera amministrazione. Quasi tutta l'intellighenzia è ostile al
regime. Anche il controllo operaio sulle fabbriche, annunciato da Lenin
alla presa del potere, si risolve in un fallimento: gran parte dei
macchinari viene venduta; metà degli operai abbandona Pietrogrado nei
primi mesi 1918. E, di fronte al travolgente fenomeno
dell'indipendentismo, il nuovo governo controlla quasi solo Pietrogrado,
Mosca e le regioni della Russia centrale. Ma la resistenza più forte
viene dai partiti, che protestano duramente per lo scioglimento
dell'Assemblea costituente. Nella primavera 1918, le elezioni dei soviet
locali sono vinte quasi ovunque da menscevichi e socialisti
rivoluzionari. In molte parti del paese questi partiti danno vita a una
resistenza armata ai comunisti. Ad essi si aggiungono anche formazioni
organizzate dagli ufficiali del vecchio esercito, disposte a collaborare
con la sinistra su un programma di ripresa della guerra contro la
Germania e di restaurazione della democrazia (pochissimi sognano il
ritorno allo zarismo). Inoltre, dopo la pace separata con la Germania
siglata nel marzo 1918, anche il Partito socialista rivoluzionario di
sinistra, ultimo alleato dei comunisti, passa all'opposizione, giungendo
anche a praticare il terrorismo contro il nuovo governo. L'Armata rossa
(creata dai comunisti, e in particolare da Trotskij) combatterà per due
anni contro tutti questi gruppi (detti bianchi), nonchè contro una
molteplicità di altre forze armate create dagli indipendentisti, dai
contadini ribelli e dagli anarchici, e, per alcuni mesi, contro le
limitate forze dei paesi occidentali, intervenute, sia pure in modo
assai riluttante, per riattivare il fronte orientale.
La fuga in avanti comunista.
E' in
questo drammatico contesto che Lenin decide non di rettificare la
precedente politica, bensì di accelerare la costruzione della società
comunista. Il governo ha fino dai primi giorni deciso la requisizione
delle grandi abitazioni (6 dicembre 1917), la nazionalizzazione di circa
500 grandi imprese (15 dicembre) e di tutte le banche (27 dicembre). Ha
anche già iniziato una campagna di violenze di massa contro i borghesi.
Nel giugno 1918 decide la nazionalizzazione di tutta l'industria, il
razionamento delle derrate alimentari, la requisizione delle eccedenze
cerealicole dei contadini. Il paese dovrà passare alla gestione di tutta
l'economia da parte dello stato: la produzione sarà pianificata, e,
teorizzano alcuni, anche la distribuzione dovrà essere amministrata
dallo stato, con conseguente fine dello scambio e abolizione della
moneta.
Dalla roccaforte delle grandi città si decide di estendere
la rivoluzione comunista alle campagne, portando la guerra civile nei
villaggi. Si immagina di potere scatenare una lotta dei contadini poveri
contro i ricchi (kulaki). L'attacco è condotto dall'estate 1918 formando
Comitati dei Poveri, all'interno dei villaggi, e inviando Distaccamenti
alimentari costituiti da militanti comunisti delle città, dall'esterno.
Ma manca una vera borghesia agraria e i villaggi restano sostanzialmente
compatti nel respingere l'aggressione da parte dei "cittadini". Le
squadre comuniste finiscono per identificare i kulaki in base al mero
criterio politico dell'opposizione al bolscevismo. Poiché i contadini
resistono armi in pugno, il governo comincia a impiegare contro di essi
anche l'Armata rossa.
Inoltre, nelle retrovie, la prestazione
lavorativa viene spesso ottenuta con metodi coercitivi, approfittando
dell'obbligo del lavoro introdotto dalla Dichiarazione dei diritti delle
masse lavoratrici e sfruttate. Il decreto "La patria socialista in
pericolo" (21-22 febbraio 1918) stabilisce la creazione di battaglioni
di lavoro forzato reclutati nella borghesia per scavare trincee (il
principio del lavoro obbligatorio usato spesso per umiliare i borghesi).
Nel gennaio 1918 il controllo operaio passa dai comitati di fabbrica ai
sindacati. Nella primavera 1918 termina ogni sindacalismo indipendente.
Non c'è formale abolizione del diritto di sciopero, ma la progressiva
nazionalizzazione rende lo sciopero illegale. Di fatto, contro gli
scioperi, considerati in se stessi controrivoluzionari, il governo
ricorre alle esecuzioni in massa e alla requisizione delle tessere
annonarie. Per influenza di Trotskij nel 1918-20 vengono
progressivamente estesi i settori economici "mobilitati per servizio
militare": ferrovie, miniere, combustibili, comunicazioni, medicina,
metallurgia. I loro dipendenti sono dunque soggetti alle corti marziali.
Le unità militari non necessarie al fronte non vengono smobilitate, ma
impiegate nelle Armate del Lavoro.
L'istituzionalizzazione del terrore.
La rivoluzione comunista implica un'estensione progressiva dei
metodi coercitivi e della violenza. Il vecchio esercito viene
disgregato: il linciaggio degli ufficiali, istigato dagli agitatori
comunisti, diviene un vero massacro nella Flotta del Mar Nero. Il 16
luglio 1918 viene massacrata l'intera famiglia imperiale, agli arresti
dall'Ottobre. La decisione è presa da Lenin per rompere in maniera anche
simbolica la continuità della tradizione russa.
Dalla ascesa al
potere i comunisti dissolvono il preesistente sistema giudiziario e
perseguono la creazione di una "giustizia rivoluzionaria". Il decreto 22
novembre 1917 abolisce tutte le corti esistenti, tranne quelle locali
che trattano casi minori, e tutte le professioni legali. Istituisce i
Tribunali Rivoluzionari, competenti per i reati controrivoluzionari e
affidati quasi tutti a bolscevichi privi di qualifica specifica e
guidati dalla sola "coscienza rivoluzionaria". Nel marzo 1918 anche le
corti locali vengono rimpiazzate dalle Corti del Popolo, che trattano i
reati non politici. Accantonate tutte le leggi anteriori all'ottobre
1917, le nuove corti devono farsi guidare dal "senso di giustizia
socialista".
D'altra parte, fino dai primi giorni del potere
bolscevico, per fare fronte allo sciopero degli impiegati, è stata
creata la Cheka (Commissione straordinaria per la lotta alla
controrivoluzione), una polizia politica di partito guidata da Feliks
Dzerzhynskij, nobile polacco e vecchio bolscevico. Estendendo
progressivamente organici e competenze, sotto diverse denominazioni
successive (Cheka, Gpu, Ogpu, Nkvd, Kgb), sarà il pilastro dell'apparato
repressivo comunista. Il decreto "La patria socialista in pericolo" del
21-22 febbraio 1918 concede alla Cheka il potere di passare per le armi
sul posto speculatori, sabotatori e controrivoluzionari, senza attendere
autorizzazione dai tribunali, della cui relativamente mite condotta
Lenin è poco soddisfatto. Alla fine del 1918, in connessione con la
militarizzazione del lavoro, la Cheka assume la responsabilità del
controllo di tutti i trasporti. Nell'ottobre 1921 verrà attribuita alla
Cheka competenza della censura preventiva per (indefiniti) motivi
militari (la censura preventiva era stata abolita nel 1864). I suoi
funzionari sono sempre più numerosi: a metà 1920 saranno 250 mila. Nel
reclutamento sono preferiti i non russi, anche allo scopo di evitare
legami con le vittime della repressione.
La svolta decisiva è
nell'estate 1918. In risposta al terrorismo praticato dai socialisti
rivoluzionari di sinistra, nel luglio 1918 vengono fucilati centinaia di
esponenti di quel partito. Poi, dopo che ad agosto Lenin stesso è
scampato a un attentato, il decreto del 5 settembre 1918 ufficializza il
"terrore rosso". Nel solo autunno 1918 la Cheka effettua 10-20 mila
esecuzioni. Il decreto comanda anche la creazione di campi di
concentramento per i "nemici di classe" (ma i primi campi di
concentramento erano stati creati da Trotskij già nell'agosto). Col
decreto del 30 settembre 1918, inoltre, per fare fronte alla disperata
mancanza di comandanti competenti, Trotskij ordina di prendere in
ostaggio, e detenere nei campi, le famiglie degli ufficiali ex zaristi,
allo scopo di costringere questi ultimi a servire nell'Armata rossa.
La guerra civile tra i rossi, i bianchi, le altre formazioni
spontanee dei contadini ribelli, e infine l'esercito polacco, che nel
1920 invade la Russia e respinge poi l'Armata rossa dalla Polonia, è
condotta da tutte le forze in campo con metodi spietati. Difficile una
quantificazione precisa delle vittime. Da dati degli archivi sovietici,
risulta che l'Armata rossa ha 700 mila morti nella lotta contro i
bianchi e altri 250 mila nella lotta contro i contadini. Un milione di
morti dichiarano bianchi e polacchi. Ma molti più sono i morti tra i
civili. Lo storico Richard Pipes stima che i civili siano il 91% dei
morti durante la guerra. La direttiva segreta del governo bolscevico
all'Armata rossa del marzo 1919, in risposta a una resistenza contadina
particolarmente accanita, decreta lo sterminio della dirigenza dei
cosacchi e la fine di essi come popolo autonomo: ci saranno 300-500 mila
uccisi o deportati destinati in gran parte alla morte, su 3 mil. di
persone. Lenin dà personalmente l'ordine di sterminare in Polonia
nobili, preti e contadini ricchi (immaginava di potere scatenare la
guerra civile, ma al contrario l'invasione cementa l'unità nazionale
polacca). Per le vittime complessive del terrore rosso le valutazioni
oscillano tra le centinaia di migliaia e i 2 mil. di esecuzioni. Più di
un milione e mezzo sono i russi che espatriano.
La ritirata della Nep.
Il paese,
riconquistato dai comunisti, è stremato dalla guerra e dal terrore. Tra
l'1 e il 17 mar zo 1921 i marinai di Kronstadt, la base militare navale
un tempo roccaforte del bolscevismo, si ribellano al governo, chiedendo
la fine delle persecuzioni contro la sinistra e il ripristino della
legalità. La rivolta viene duramente repressa dall'Armata rossa, ma
convince Lenin dell'opportunità di riconsiderare la prematura
costruzione del comunismo decisa nel 1918. La disorganizzazione del
sistema economico prodotta da quella decisione è tale che in quei mesi
la carestia farà almeno 5 mil. di vittime (e diversi altri ne saranno
evitati dai soccorsi internazionali). Secondo le proposte di Lenin, per
venire incontro al diffuso bisogno di pace sociale, il X congresso del
Partito comunista (marzo 1921) decide la Nep (Nuova Politica Economica),
che prevede la sostituzione delle requisizioni ai contadini con
un'imposta in natura, la restaurazione della libertà di commercio e
della proprietà privata delle piccole e medie imprese, l'abolizione del
controllo operaio, la reintroduzione del cottimo, il ristabilimento
dell'azione sindacale, la creazione del Gosplan per la pianificazione
statale dell'economia. Principale teorico della Nep sarà Nikolaj
Bukharin.
Il terrore negli anni della Nep.
La
ritirata strategica sul piano sociale non coincide d'altra parte con uno
smantellamento dello stato totalitario o un allentamento del terrore.
Viene a cessare anzi ogni residuo di democrazia anche dentro il partito.
Già nel 1920 è l'Ufficio organizzativo, e non l'organizzazione
periferica, a nominare i funzionari locali. I membri del partito e
soprattutto i funzionari hanno diritto a razioni speciali. Lo stesso X
congresso che decide la Nep, in nome della lotta al "frazionismo",
stabilisce anche il divieto di creare correnti in seno al partito, epura
il partito di circa un terzo dei membri e attribuisce alla Segreteria il
potere di scegliere i delegati al congresso. Vinta l'Opposizione
Operaia, la corrente comunista per colpire la quale era stata ideata la
norma contro il "frazionismo", il sindacato è trasformato da organismo
rivendicativo in "cinghia di trasmissione" della volontà del partito: le
sue preoccupazioni principali saranno da questo momento in poi l'aumento
della produzione e il mantenimento della disciplina tra gli operai. Nel
1922 Lenin crea la carica di Segretario Generale del partito, col
compito di fissare l'agenda del Politburo, provvederlo di materiali,
dare attuazione alle sue decisioni e provvedere alle nomine. Alla nuova
carica viene nominato Stalin.
L'azione militare contro gli
oppositori continua. Le rivolte contadine ancora serpeggiano nel paese,
e, secondo dati ufficiali, l'Armata rossa ha 237'908 morti nella guerra
1921-22 contro le bande contadine ribelli (soprattutto contro i ribelli
di Tambov, capeggiati dal socialista rivoluzionario Alexander Antonov,
che schierano decine di migliaia di combattenti). I morti tra i
contadini si conteranno in numero assai maggiore. Gli insorti di
Kronstadt sono massacrati a centinaia. I superstiti sono deportati sul
Mar Bianco e pochi tornano vivi. Saranno essi ad inaugurare il campo di
concentramento delle isole Solovetskie, organizzato tra il 1922 e il
1923, ed embrione del sistema concentrazionario sovietico. Tale sistema
si espande rapidamente: nell'ottobre 1923 ci sono già 315 campi con 70
mila prigionieri. In essi vige il principio della responsabilità
collettiva: la punizione per eventuali insubordinazioni ricade sulla
totalità dei prigionieri. Il vitto è scarso, le condizioni igieniche
sono molto misere. Data la dislocazione dei campi, il freddo è quasi
insopportabile. La mortalità è dunque altissima. Tra il 1923 e il 1927
viene inoltre represso l'indipendentismo in Transcaucasia e in Asia
centrale (Georgia 1924, Cecenia 1925). Anche da queste regioni le
deportazioni saranno di grandi proporzioni.
La lotta anticontadina
viene inoltre accompagnata da una recrudescenza della battaglia contro
la religione. Secondo un'idea di Trotskij, nel marzo 1922 è lanciata la
requisizione dei calici e degli oggetti di culto preziosi, ufficialmente
con l'intento di rimediare agli effetti della carestia, ma in realtà con
l'obiettivo di provocare la reazione della Chiesa. Di fatto si contano
più di un migliaio di episodi di resistenza. I responsabili vengono
portati davanti ai Tribunali rivoluzionari, mentre gli organi di partito
preordinano le sentenze: circa 100 vescovi e 10 mila preti sono
imprigionati, 28 vescovi e 1215 preti messi a morte, circa 8 mila
persone uccise in tutto. Nel dicembre 1922 è organizzata poi una
campagna di manifestazioni pubbliche per irridere il Natale. Nella
primavera seguente manifestazioni simili sono ripetute in occasione
della Pasqua e alcuni mesi più tardi in occasione di Yom Kippur, la
principale festa religiosa ebraica.
Negli anni della Nep sono
riorganizzati i sistemi della giustizia e della polizia. Il 6 febbraio
1922 la Cheka è sostituita dalla Gpu. La nuova polizia politica nasce,
ufficialmente, per ripristinare la "legalità rivoluzionaria", ponendo
fine alle procedure extragiudiziarie, ma, di fatto, essa mantiene gli
organici della Cheka, e, il 16 ottobre 1922, ottiene l'autorità di
punire senza processo, anche con la morte, i responsabili di
"banditismo". Il decreto del 10 agosto 1922 dà poi al commissariato
degli Interni l'autorità di disporre in via amministrativa l'esilio
esterno o interno per gli accusati di attività controrivoluzionarie. Il
6 giugno 1922 viene creato il Glavlit per la censura preventiva. Col
nuovo Codice penale del 1922 comincia la sistemazione del diritto
rivoluzionario. La delineazione delle figure di reato è tuttavia
abbastanza indeterminata da consentire larga discrezionalità nella
persecuzione degli oppositori: si parla genericamente di "attività
controrivoluzionarie", di "nemici del popolo" e di "sospetti". I
Principi fondamentali della legislazione penale dell'Urss nel 1924
codificano il concetto di "persona socialmente pericolosa" e dichiarano
la punibilità anche delle intenzioni controrivoluzionarie indirette: si
delinea cioè la figura di un controrivoluzionario punibile non per atti
specifici o per manifeste intenzioni criminose, ma per la semplice
posizione di classe. Dal 1926 si includono nell'"attività
controrivoluzionaria" punita con la morte l'adempimento intenzionalmente
insufficiente dei propri doveri, la tentata fuga all'estero, i rapporti
privati con governi stranieri, mentre l'"omissione di controllo sulle
attività controrivoluzionarie" è punito con la deportazione (anche nel
caso non si denuncino parenti e amici).