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Dossier Bulgaria: l'emulazione dei crimini sovietici |
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| Brani tratti da AA.VV.,
Il Libro Nero del comunismo, Milano 1998, pp. 374ss. |
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Joseph Mallord
William TURNER, L'incendio del Palazzo del Parlamento, 1834 |
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Bulgaria, i processi politici contro gli alleati non comunisti

Nota nostra: nella maggior parte degli Stati dell'Europa
Orientale poi finiti nel "Patto di Varsavia" i partiti di
centro moderato mostrarono, verso la fine della Seconda Guerra
Mondiale, un'anormale attrazione fiduciosa verso i locali
movimenti comunisti. Che si trattasse di un represso senso di
esaltazione per la loro congenita violenza, o una forma
patologica di piacere nella sottomissione non è dato sapere
(bisognerebbe forse chiederlo ai vari "neocentristi" che ancor
oggi sembrano provare lo stesso gusto...): fatto sta che
commisero l'errore di allearvisi e di offrir loro posti di
rilievo nei primi governi post-bellici, benché nelle campagne
elettorali (le ultime per oltre un cinquantennio...) si
spacciassero ipocri-tamente per antisovietici al fine di
ottenere voti. Infatti in nessuno dei Paesi che sarebbero
stati rinchiusi nella "Cortina di Ferro" i partiti social-comunisti
ottennero la maggioranza parlamentare, dovendo ricorrere a colpi di Stato. Come
si dice, la Storia dovrebbe essere maestra di vita, e l'insistenza odierna sui
reati d'opinione sembra preludere a prospettive decisamente fosche ...
***
... In Bulgaria, prima delle elezioni del 27 ottobre 1946,
furono assassinati 80 militanti del Partito agrario. Il suo dirigente, Nikolaj Petkov, venne arrestato il
5 giugno 1947 in piena seduta dell'Assemblea Nazionale,
insieme con altri 24 deputati. Repubblicano [la Bulgaria era
stata una monarchia; ndr] francofilo, Petkov aveva passato
sette anni in esilio in Francia, dopo l'assassinio del
fratello, deputato dell'Unione agraria, nel 1924. Nel 1940 era
stato internato per alcuni mesi nel campo di Gonda-Voda e poi
costretto al domicilio coatto, durante il quale gettò le basi
per la fondazione del Fronte patriottico, di cui avrebbero
fatto parte anche molti partigiani comunisti. Alla fine gella
guerra Petkov divenne vicepresidente del Consiglio ma diede le
dimissioni per protestare contro le violenze terroriste che
erano state perpetrate durante le epurazioni effettuate dai
comunisti di minoranza. Divenuto capo dell'Opposizione
unita, questo ex alleato dei comunisti nel 1947 fu accusato di
complotto armato contro il governo, processato a partire dal 5
agosto, condannato a morte il 16 ed impiccato il 23 settembre.
Fra i responsabili comunisti e i dirigenti della Sicurezza di
Stato che prepararono l'arresto ed il processo di Petkov
figura un certo Trajco Kostov, che sarebbe stato impiccato due
anni dopo ...
L'ultima dichiarazione di Nikolaj Petkov

... Dopo
la requisitoria del sostituto procuratore generale, che
ne aveva chiesto la condanna a morte, Nikolaj Petkov aveva il
diritto di fare un'ultima dichiarazione. Estrasse un foglio
dalla tasca e, con voce calma, lesse: «Signori giudici, ...
avendo la coscienza tranquilla e rendendomi perfettamente
conto delle mie responsabilità sia verso la giustizia bulgara
sia verso la società e l'organizzazione politica di cui faccio
parte e per la quale sono sempre pronto a dare la vita, è mio
dovere dichiarare: - non ho mai partecipato né ho avuto
intenzione di partecipare a un'attività illegale diretta
contro il potere popolare del 9 settembre 1944, di cui sono,
con l'Unione agraria, uno degli artefici. - Faccio parte
dell'Unione agraria bulgara dal 1923. I principî fondamentali
della sua ideologia sono: la pace, l'ordine, la
legalità e il potere del popolo, e le sue uniche armi sono la
scheda elettorale, la parola e la stampa. L'Unione agraria
bulgara non ha mai partecipato ad organizzazioni segrete né a
trame di cospiratori; non ha mai preso parte a colpi di Stato,
ma ne è stata spesso vittima» E Petkov ricorda il 9 luglio
1923 ed il 19 maggio 1934, «l'inizio del fascismo in
Bulgaria», e poi le sue dimissioni dal governo: «Se fossi un
carrierista assetato di potere, come sostengono i signori
procuratori, oggi sarei ancora vicepresidente del Consiglio in
Bulgaria. Da quando sono passato all'opposizione fino al
momento del mio arresto non ho mai smesso di lavorare per
l'intesa fra l'Unione agraria e il partito operaio comunista,
il che per me rappresenta una necessità storica. Non ho
mai militato nelle file reazionarie all'interno del paese o
all'estero. Signori giudici, da due anni, esattamente dal 25
giugno 1945, sono vittima della campagna più crudele e più
spietata che mai sia stata condotta contro un uomo politico in
Bulgaria. La mia vita pubblica e privata è stata
saccheggiata. Sono stato simbolicamente sepolto tre volte a
Sofia e una decina di volte in provincia. Ho letto con i miei
occhi il mio annuncio funebre all'ingresso del cimitero di
Sofia, durante i funerali. Ho sopportato tutto ciò senza
lamentarmi. Sopporterò con lo stesso coraggio tutto ciò che mi
aspetta, perché tale è l'inevitabile destino della triste
realtà politica bulgara. Modesto artefice della vita pubblica,
non ho diritto di lamentarmi, poiché due uomini oggi
riconosciuti da tutti come grandi statisti, Dimitri Petkov e
Petko Petkov, sono stati assassinati come traditori per le
strade di Sofia [Nikolaj Petkov si riferiva al padre, Dimitri,
allora presidente del Consiglio, assassinato con due colpi
d'arma da fuoco alla schiena l'11 marzo 1907, e a suo fratello
Petko, deputato, ucciso il 14 giugno 1924 con due revolverate
in pieno petto]. Signori giudici, sono convinto che lascerete
da parte la politica, per la quale non c'è posto in un'aula di
tribunale, concentrandovi solo sui fatti accertati. Sono
convinto, o perlomeno spero, che, guidati unicamente dalla
vostra coscienza di giudici emetterete un verdetto di
assoluzione». Il 16 agosto 1947, dopo avere ascoltato
la sentenza che lo condannava a morte per impiccagione «in
nome del popolo bulgaro», Nikolaj Petkov gridò: «No! Non in
nome del popolo bulgaro! Vengo mandato a morte per ordine dei
vostri padroni stranieri, quelli del Cremlino o di altrove. Il
popolo bulgaro, schiacciato dalla cruenta tirannia che voi
vorreste far passare per giustizia, non crederà mai alle
vostre infamie!» ... |
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La morte bulgara nel campo di sterminio di Lovec
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Il campo di Lovec venne creato nel 1959,
sette anni dopo la morte di Stalin e tre anni dopo il discorso
di condanna dei crimini stalinisti pronunciato da Hruscëv al
XX Congresso del PCUS (...). Non era immenso, potendo
accogliere solo circa 1000 detenuti, ma era atroce per i
massacri compiuti. Vi si torturava e vi si ammazzava nel modo
più primitivo di tutti, a bastonate. Il potere aprì il campo
di Lovec dopo la chiusura di quello di Belene, il cui ricordo
è ancora vivo nella memoria dei bulgari: vi si davano in pasto
ai maiali i cadaveri dei detenuti morti o
assassinati. Ufficialmente il campo di Lovec fu creato per
i criminali recidivi ed i malfattori incalliti. Ma le
testimonianze raccolte dopo il 1990 rivelano che i condannati
vi erano mandati generalmente senza essere stati processati:
«Portate i pantaloni all'occidentale, i capelli lunghi,
ascoltate musica americana, parlate le lingue di quel mondo
che ci è ostile e che vi permettono di fare amicizia con un
turista straniero... allora in galera!». Il prigioniero-tipo
di quel campo, di quella "casa di correzione" per mezzo del
lavoro, era infatti giovane. Nella prefazione del libro che
riunisce diverse testimonianze di detenuti, dei loro familiari
ma anche di membri dell'apparato di repressione, Tzvetan
Todorov riassume la vita al campo di Lovec: «Durante
l'appello del mattino, il capo della polizia (il responsabile
della Sicurezza di Stato al campo) sceglie le sue vittime; ha
l'abitudine di estrarre dalla tasca uno specchietto e di
porgerlo ad uno di loro: "Tieni, guardati per l'ultima
volta!". Ai condannati vengono allora consegnati dei sacchi,
che serviranno per riportare i loro cadaveri al campo alla
sera: devono portarli loro, come il Cristo portò la Croce
salendo sul Golgota. Si dirigono verso il cantiere, in questo
caso una cava di pietre. Lì verranno picchiati a morte dai
caporali e chiusi nel sacco con un pezzo di fil di ferro. La
sera, i compagni li riporteranno al campo, stesi su una
carretta a mano, e i cadaveri verranno ammassati dietro i
bagni, finché non se ne accumuleranno venti, perché il camion
non faccia il giro a vuoto. Coloro che non avranno fatto il
loro dovere durante la giornata verranno indicati all'appello
della sera: il responsabile della polizia disegnerà un cerchio
per terra con la punta del bastone; quanti verranno invitati
ad entrarvi saranno massacrati di botte
*». Non è ancora stato stabilito il
numero esatto dei morti in questo campo, ma anche se si tratta
di poche centinaia di persone, Lovec, che venne chiuso dalle
autorità bulgare nel 1962 (...), è un simbolo significativo
della barbarie dei paesi comunisti. Saremmo tentati di parlare
in questo caso di «barbarie dei Balcani», facendo riferimento
al libro sul terrore nei Balcani dopo la prima guerra mondiale
scritto da Henri Barbusse, un autore spesso ricordato per le
sue posizioni filostaliniste. (...)
Oggi, quando si fa la storia del comunismo,
capita ancora di imbattersi in discorsi riguardanti il
«rispetto del contesto dell'epoca», l'«aspetto sociale», ecc.
Alla base di questi discorsi non stanno, forse, un approccio
ideologico alla storia ed un altro «revisionismo» che non
rispettano i fatti accertati e si oppongono ad una vera e
propria ricerca della verità? Quanti sono sensibili a ciò non
dovrebbero piuttosto considerare la dimensione sociale della
repressione, ed in particolare quel popolino crudelmente
perseguitato? ...
[* = T. TODOROV,
Au nom du peuple, La Tour
d'Aigues, L'Aube 1992, p.38]
[Testi tratti da
AA.VV., Il Libro Nero del comunismo, p. 394]
A seguire:
La "Rinascenza" di Todor Zivkov |
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