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Il genocidio cambogiano ad opera dei Khmer Rossi |
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| Brani tratti da AA.VV.,
Il Libro Nero del comunismo, Mondadori 1998, pp. 541ss. |
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Francisco de GOYA,
Il 2 maggio 1808, 1814 |
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Cambogia: nel paese del crimine sconcertante
... La traccia che i khmer
rossi avrebbero lasciato nella storia è fatta di sangue (...) La sola domanda valida sembra
essere: perché è stato possibile un orrore simile? In questo senso sì, il
comunismo cambogiano supera tutti gli altri, e da esso si distingue. A seconda
che si insista sull'uno o sull'altro di questi termini, lo si considererà come
un caso estremo, marginale, aberrante - e la brevità dell'esercizio del potere
(tre anni ed otto mesi) suffraga questa visione - oppure come la caricatura,
grottesca ma rivelatrice, di certi tratti fondamentali del fenomeno comunista.
(...) Il regno Khmer, protettorato francese dal 1863, era quasi riuscito a
non farsi coinvolgere nella guerra d'Indocina (1946-1954). Nel momento in cui i
movimenti sovversivi legati al Vietminh (il Fronte per l'indipendenza del
Vietnam) cominciavano a svilupparsi, nel 1953, re Sihanouk si lanciò in una
pacifica «crociata per l'indipendenza» (facilitata dalle buone relazioni con
Parigi) che, coronata da successo, tagliò l'erba sotto i piedi ai suoi avversari
di sinistra. Ma, di fronte al conflitto tra comunisti vietnamiti e Stati Uniti,
il troppo sottile gioco di equilibri tentato dal monarca allo scopo di mantenere
la neutralità della Cambogia attirò su di lui la diffidenza d tutti all'estero
ed una crescente incomprensione all'interno del paese. Nel marzo 1970 il re
fu destituito con un colpo di Stato ordito dal suo stesso governo e
dall'Assemblea e benedetto (ma, pare, non organizzato) dalla CIA. Questo fatto
in sé non avrebbe precipitato l'intero paese nella guerra se non fosse stato
accompagnato da tremendi pogrom contro la minoranza vietnamita (...). Hanoi, che
all'improvviso non aveva più altre carte da giocare in Cambogia se non quella
dei kmer rossi, scelse di sostenerli in tutto e per tutto e di occupare nel
frattempo la maggior parte del paese in loro nome o, piuttosto, in nome di Sihanouk, il quale, furioso per l'umiliazione subita, non trovò di meglio che
associarsi a quelli che fino a poco tempo prima erano stati i suoi peggiori
nemici: i comunisti locali. (...) L'evacuazione totale di Phnom Penh, messa
in atto subito dopo la vittoria (17 aprile 1975), fu tuttavia uno shock
inaspettato sia per la sua popolazione sia per l'opinione mondiale, che per la
prima volta si rese conto di come in Cambogia avessero luogo eventi eccezionali
(...) Questa prima deportazione corrispose anche alla prima cernita degli
abitanti delle città, effettuata ai crocevia delle strade. Si trattava di uno
smistamento grossolano, in genere basato sulle dichiarazioni della gente:
inspiegabilmente, perlomeno nella prospettiva di un controllo poliziesco, i
khmer rossi avevano ordinato la distruzione di tutte le carte d'identità; ciò
permise a innumerevoli ex funzionari o militari d'inventarsi una nuova
perso-nalità e, con un po' di fortuna, di sopravvivere. Sotto il pretesto di
servire il nuovo regime della capitale, o di andare ad accogliere degnamente Sihanouk, capo nominale dello Stato fino al 1976, l'obiettivo era quello di
selezionare il maggior numero possibile di funzionari di medio o alto livello e,
in primo luogo, di ufficiali dell'esercito. La maggior parte di loro fu
massacrata subito o morì poco dopo in carcere. (...) L'avere trascinato nelle
campagne quasi tutta la popolazione cambogiana non bastava però ai dirigenti
del Partito comunista della Kampuchea: i "Nuovi" [insediati; ndr] si erano
insediati da qualche mese quando, in larga maggioranza, furono costretti a
partire verso altri luoghi di deportazione (...) Quattro erano gli scopi del
regime: impedire ogni legame duraturo, politica-mente rischioso, fra "Nuovi" e
"Vecchi", «proletarizzare» sempre di più i "Nuovi", impedendogli di portare con
sé tutti i loro miseri beni e di raccogliere quello che avevano seminato;
stabilire un controllo totale sui flussi di popolazione, permet-tendo l'avvio di
grandi opere pubbliche e la valorizzazione agricola delle zone montuose e
boschive sottopopolate delle regioni periferiche del paese; infine, liberarsi il
più possibile delle bocche inutili. (...) La follia classificatrice ed
eliminatoria diretta contro la società parve raggiungere a poco a poco il
vertice del potere. (...) Non ci furono processi, né accuse precise, e tutti
quelli che erano stati chiusi in carcere furono assassinati dopo orribili
torture; soltanto dalle loro confessioni si riesce ad intuire ciò di cui
potevano essere stati accusati, ma le divergenze con la linea di Pol Pot non
sono mai chiare. (...) L'epurazione si auto-alimentava. Per essere arrestati
bastavano tre denunce come «agente della CIA»: ciò spiega perché gli inquisitori
si acca-nissero a far redigere una confessione dietro l'altra ai loro "pesci
grossi", ricorrendo ad ogni possibile mezzo. I complotti immaginari si moltiplicarono senza sosta. L'odio feroce verso il
Vietnam faceva perdere ogni senso della realtà: così un medico si accusava
di essere stato membro della «CIA vietnamita»; sarebbe stato reclutato ad Hanoi nel 1956 da un
agente americano travestito da turista. Le eliminazioni
arrivarono al livello delle cooperative: in un solo distretto,
40.000 dei 70.000 abitanti sarebbero risultati «traditori in
combutta con la CIA». (...) Nella zona Est la ripresa del
controllo [sull'occupazione vietnamita; ndr] degenerò in un
vero e proprio genocidio. (...) Fra il maggio e il dicembre
1978, da 100.000 a 250.000 persone (su 1 milione 700.000 mila
abitanti) furono sterminate - a cominciare dai giovani e dai
militanti - fra cui, per esempio, l'intera popolazione del
villaggio di Sao Phim (120 famiglie, per un totale di 700
persone); in un altro villaggio si contarono solo 7 superstiti
di 15 famiglie, 12 delle quali furono totalmente annientate. A
partire da luglio i sopravvissuti furono deportati sui camion,
sui treni, con le barche in altre zone, dove erano destinati
al progressivo sterminio (migliaia di loro vennero assassinate
già durante il trasporto): la rivoluzione sfociava nella più
pura follia e ormai minacciava di ingoiare fino all'ultimo
Cambogiano. (...) Dopo venti mesi di scontri sporadici
nella zona di frontiera, l'arrivo dei vietnamiti, nel gennaio
1979, fu vissuto dalla grande maggioranza dei cambogiani come
una liberazione (a tutt'oggi questa è la sua denominazione
ufficiale); è emblematico che gli abitanti del villaggio di
Samlaut («eroe» della rivolta del 1967), come del resto
numerosi altri, abbiano massacrato i quadri locali che non
erano fuggiti in tempo. I khmer rossi, però, erano riusciti a
compiere le ultime atrocità: in numerose prigioni, tra cui
Tuol Sleng, non si trovò più nessuno da liberare.
(...) Esisteva anche, come in Cina, il cannibalismo di
vendetta. Ly Heng racconta di un soldato khmer rosso,
colpevole di diserzione, costretto prima dell'esecuzione a
mangiare le proprie orecchie. Il consumo di fegato umano è
citato più spesso, sebbene non sia un tratto specifico dei
khmer rossi: tra il 1970 ed il 1975 i soldati repubblicani lo
imponevano talvolta ai nemici; pratiche analoghe erano diffuse
in tutto il sudest asiatico. Haing Ngor riferisce che, in una
prigione, da una donna incinta assassinata vennero prelevati
il feto, il fegato e i seni; il feto venne gettato via (altri
erano stati appesi al cornicione del tetto del carcere e
lasciati lì a seccare), il resto fu portato via con questo
commento: «Per stasera abbiamo abbastanza carne!»... Il
paradosso del regime dei khmer rossi è che esso ha affermato
di voler creare una società all'insegna dell'eguaglianza,
della giustizia, della fratellanza, dell'altruismo, e come gli
altri poteri comunisti ha provocato uno scatenarsi inaudito
dell'egoismo, dell'individua-lismo, della diseguaglianza nel
potere, dell'arbitrio. Per sopravvivere bisognava prima di
tutto saper mentire, imbrogliare, rubare e restare
insensibili. L'esempio, per così dire, veniva dall'alto.
Pol Pot, entrato nella clandestinità nel 1963, non fece nulla
per riprendere contatto con la famiglia, neanche dopo il 17
aprile 1975. I suoi due fratelli e la cognata furono dunque
deportati come gli altri. Uno di loro morì poco dopo e i due
sopravvissuti, scoperta in ritardo la vera identità del
dittatore grazie ad un ritratto ufficiale, credettero
opportuno (senza dubbio a ragione) non rivelare mai il loro
rapporto di parentela con lui ... |
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La morte quotidiana al tempo di Pol Pot
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Nella Kampuchea democratica non c'erano
prigioni, tribunali, università, licei, moneta, poste, libri,
sport, distrazioni ... In una giornata di 24 ore non erano
tollerati tempi morti. La vita quotidiana si divideva così: 12
ore di lavoro fisico, 2 ore per mangiare, 3 ore per il riposo
e l'istruzione, 7 ore di sonno. Ci trovavamo in un immenso
campo di concentramento. Non c'era più giustizia. Era
l'Angkar [l'«Organizzazione rivoluzionaria», paravento
del Partito comunista della Kampuchea; ndr] che decideva ogni
atto della nostra vita. ...I khmer rossi si servivano spesso
di parabole per giustificare le loro azioni ed i loro ordini
contraddittori: «Guardate questo bue che tira l'aratro. Mangia
dove gli si ordina di mangiare. Se lo si lascia pascolare in
questo campo, mangia. Se lo si porta in un altro campo dove
non c'è abbastanza erba, bruca comunque. Non può spostarsi. È
sorvegliato. E quando gli si dice di tirare l'aratro, lo tira.
Non pensa mai alla moglie, ai figli» ...
*P. YATHAY,
L'utopie meurtière: un rescapé du genocide cambodgien
témoigne, Complexe, Bruxelles 1989, p. 305
... «Basta
un milione di buoni rivoluzionari per il paese che vogliamo
costruire. Non abbiamo bisogno del resto. Preferiamo uccidere
dieci amici piuttosto che lasciar vivere un nemico»: questo
dichiaravano i khmer rossi nelle loro riunioni di cooperativa.
E hanno messo in pratica questa logica genocida. Sotto Pol Pot
la morte violenta era un fatto quotidiano, si moriva più
spesso assassinati che di malattia o di vecchiaia. La
punizione, altrove denominata «suprema», era resa banale dalla
sua frequenza e dalla futilità dei motivi per cui veniva
impartita. Strana inversione: solo nei casi considerati più
gravi si andava in prigione (dove generalmente la morte era
solo rimandata) e si era costretti a confessare complotti, a
denunciare complici. C'erano forse due sistemi paralleli di
repressione. Un sistema carcerario, parte integrante di una
burocrazia che si autoalimentava per giustificare la propria
esistenza; ed un secondo sistema, più informale, che dava ai
capi di cooperativa il diritto di farsi giustizia da sé. Per i
prigionieri il risultato era in fin dei conti lo stesso
...
*H. NGOR, Une odyssée cambodgienne,
Fixot-Filipacchi, Paris 1988, p. 178
... Eravamo
impietositi soprattutto dalla sorte di venti bambini, figli
dei deportati dopo il 17 aprile 1975. Quei bambini avevano
rubato perché avevano fame [cfr. un'analogia con la
"isciplina" del "Che" Guevara; ndr]. Li avevano arrestati non
per punirli, ma per metterli a morte in modo molto crudele: -
le guardie carcerarie li picchiavano o li prendevano a calci
finché non morivano; - ne facevano dei giocattoli viventi
attaccandoli per i piedi al tetto e, lì appesi, li facevano
dondolare, poi a calci cercavano di riportarli alla posizione
di partenza; - vicino alla prigione c'era uno stagno: gli
aguzzini vi gettavano i piccoli prigionieri, li tenevano
immersi premendoli con i piedi e, quando quegli sventurati
venivano presi da convulsioni, li lasciavano emergere un
attimo per poi rificcarli subito sott'acqua. Noi, gli altri
prigionieri e io, piangevamo di nascosto sulla sorte di quei
poveri bambini che avevano lasciato questo mondo in una
maniera così atroce. I carnefici erano otto guardie
carcerarie. Bun, il capo, e Lan (ricordo solo questi due nomi)
erano i più terribili, ma tutti hanno preso parte a queste
azioni ignobili, tutti hanno gareggiato in crudeltà per fare
soffrire i loro compatrioti ...
*Testimonianza di un ex
funzionario, in K. KHUN, De la dictature des Khmers rouges à
l'occupation vietnamienne - Cambodge 1975-1975, L'Harmattan,
Paris, p. 131 |
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